Michele Mozzati, la metà del leggendario duo autoriale Gino & Michele, ci guida attraverso i quarant’anni di storia del cabaret più famoso d’Italia. Da dopo il “Derby” a oggi, un racconto privilegiato sull’anima di Zelig, i suoi comici storici e il ruolo della risata nella società italiana.
Mentre Zelig si appresta a celebrare i suoi 30 anni in televisione, il popolare programma comico, nato nel 1996 da un’idea di Gino & Michele e di Giancarlo Bozzo, affonda in realtà le sue radici in quattro decenni di attività come locale di cabaret a Milano. La prima messa in onda televisiva, infatti, fu pensata non per il lancio di un nuovo format, ma per festeggiare il decimo anniversario di un luogo che aveva già una sua storia. Il locale infatti fu fondato nel 1986 da un gruppo di giovani del quartiere, provenienti da esperienze di impegno sociale e politico e giunti a un bivio: continuare gli studi o iniziare a lavorare, cercando un modo per sopravvivere e realizzarsi.
Tutto iniziò con L’Ultimo Metrò
Da quel primo passo, che portò all’apertura del minuscolo bar “L’ultimo metrò“, al rilevamento di un ritrovo dopolavoristico, fino alla scelta azzeccata di trasformarlo in un luogo dedicato all’intrattenimento serale, il percorso fu segnato dall’intuizione di dedicare spazio alla risata. Il locale infine venne battezzato Zelig, omaggio al film di Woody Allen e metafora della sua vocazione iniziale: un contenitore “camaleontico” per diversi generi di spettacolo – dal jazz al rock, dalle presentazioni di libri al cabaret – anche se poi fu proprio quest’ultimo a prendere il sopravvento, consacrando il palco a chiunque volesse far ridere il pubblico.
Questa lunga storia di un’Italia capace di ironia tagliente e di una creatività inarrestabile, che ha saputo cogliere spunti irripetibili nel fermento della “Milano da bere” – intraprendente, politica e culturalmente vivace – trova un narratore d’eccezione in Michele Mozzati, noto al grande pubblico come il “Michele” del leggendario duo autoriale Gino & Michele.

Gino&Michele: un sodalizio luminoso
Un sodalizio, quello di Gino & Michele, che da oltre quarant’anni si posiziona come un faro lucido, luminoso e lungimirante nel panorama culturale italiano. Sebbene spesso abbiano preferito l’ombra discreta del “dietro le quinte”, la loro penna ha plasmato il tessuto di programmi televisivi, teatrali e radiofonici, regalandoci momenti di risate, profonda riflessione, commozione e indimenticabili ricordi collettivi.
Dai maestri assoluti come Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci, passando per l’acume di Paolo Rossi, fino ad arrivare alle generazioni più contemporanee con Claudio Bisio e il trio Aldo Giovanni e Giacomo, Gino & Michele hanno firmato e dato vita ad alcune delle pagine più brillanti e significative del pensiero comico e satirico italiano. Senza mai tradire la propria essenza o il proprio stile, sono riusciti a traghettare e a imporre un vero e proprio maître à penser, una visione del mondo che è al contempo critica e irresistibilmente umana.

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Zelig: non solo un programma televisivo
Michele Mozzati si apre per raccontarci il percorso di una carriera straordinaria, offrendo uno sguardo privilegiato sulle dinamiche creative che hanno definito un’epoca. Perché Zelig non è solo un programma televisivo, ma proprio un periodo storico che continua a narrare le vicende dolci e amare del Paese.
Michele, Zelig è in qualche modo un tributo all’epopea del Derby di Milano?
“In realtà, accadde qualcosa di imprevisto: il “Derby” chiuse nel giro di pochi mesi, poiché era diventato un locale ai limiti della regolarità. Alcuni artisti avevano iniziato lì la loro carriera, come Claudio Bisio o Paolo Rossi. Lo Zelig aveva aperto appena prima del declino del Derby, ma senza alcuna intenzione di scalzare nessuno. Una sera, però, avvenne un episodio storico: una retata tra il pubblico dei nottambuli del “Derby”. Poi, da li a poco, con delle scuse all’ordine del giorno in quegli anni, come le uscite di sicurezza, il locale fu chiuso definitivamente”.
Alcuni artisti, prosegue Mozzati, “approdarono a Zelig, anche perché fatta salva la chiusura del Derby, io e Gino avevamo già lavorato in teatro con alcuni di questi comici, per cui fu facile avere dei contatti immediati. Peraltro avevamo avuto un’esperienza molto importante al Teatro dell’Elfo con un gruppo di giovani attori che protendevano per il comico, tra cui Claudio Bisio, Paolo Rossi, Silvio Orlando, Renato Sarti, Bebo Storti, Antonio Catania, Gianni Palladino tutti poi rimasti legati al mondo della comicità. E non solo”.
Dal Teatro dell’Elfo a Zelig
“Dopo alcune fortunate stagioni teatrali che hanno lasciato il segno nel panorama del teatro giovane milanese – in particolare con lo spettacolo Comedias, che metteva in scena la vita di un gruppo di comici, riflettendo in parte anche la nostra esperienza di autori – il passo successivo fu quasi obbligato. Il successo ottenuto al Teatro dell’Elfo e nei tour nazionali portò naturalmente quegli stessi artisti – loro come attori, noi come autori e Gabriele Salvatores, non ancora approdato al cinema, come regista – a inaugurare il palco del neonato cabaret milanese: Zelig”.

Il gruppo del primo fortunatissimo Zelig Cabaret (locale)
“L’esperienza creativa continuò in piena sinergia, tanto che nei primi anni chiamammo lo stesso Salvatores ad affiancarci nella direzione artistica del locale, cosa che Gabriele fece volentieri e amichevolmente. Questa fu la prima decade di Zelig, un decennio vissuto lontano dalla ribalta televisiva”.
Zelig e la Televisione, quando avvenne il grande passaggio?
“Nonostante io e Gino continuassimo a proporre ai dirigenti e direttori di rete la messa in onda di Zelig, ricevevamo sempre la stessa obiezione: per loro, un programma televisivo doveva essere creato ex novo per il mezzo, non una semplice ripresa di uno spettacolo teatrale. La nostra idea, invece, era quella di portare le telecamere direttamente dentro Zelig, invitando il pubblico a “curiosare” e a sentirsi parte dell’atmosfera del cabaret. Ma per i puristi della televisione, questa non era la via: preferivano trasmissioni concepite esclusivamente per la TV”. Poi finalmente ci fu proposta una doppia puntata per festeggiare i primi dieci anni dell’attività del locale. Approdammo su Italia 1. E dal successo di quelle due puntate è iniziato il nostro felice rapporto con la tv”.
Ci sono personaggi o comici che più di altri hanno segnato il percorso di Zelig in questi trent’anni – quaranta!
“Non so collocarli esattamente nei decenni, ma ricordo che all’inizio il comico che segnò maggiormente la storia di Zelig fu Paolo Rossi, il più trasgressivo. Era molto presente nell’area milanese e, io e Gino, abbiamo avuto la fortuna di essere i suoi autori teatrali per anni, il che facilitava enormemente il suo coinvolgimento. Quando non era impegnato a teatro, veniva a provare a Zelig i pezzi che magari scrivevamo insieme, rendendo il meccanismo perfetto”.
“Altri artisti legati alla nascita e ai primi anni di Zelig sono stati Aldo Giovanni e Giacomo. Prima erano Aldo e Giovanni in coppia, poi arrivò Giacomo Poretti. Quest’ultimo, inizialmente, faceva coppia con Marina Massironi, all’epoca anche sua moglie. Giacomo e Marina erano il duo “Hansel e Strudel” e proponevano spettacoli di coppia molto vicini al teatro dialettale, quindi molto collocati geograficamente. Aldo e Giovanni, invece, erano uno di Milano e l’altro di origini siciliane, molto più nazionali e, oggettivamente, anche più esperti”.
L’incontro tra Giacomo, Aldo e Giovanni avvenne proprio in una delle tante serate in cui, dopo lo spettacolo, ci si fermava a bere e chiacchierare. È lì che cominciarono a pensare di formare un trio maschile. Marina li appoggiò esternamente, dando loro il massimo. Divennero un trio con Marina come supporto esterno, che peraltro lavorò con loro per tanti anni e faceva molto ridere anche lei. Non erano più due coppie, ma un trio più una”.

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Zelig, un banco di prova per il successo...
“I locali meno conosciuti erano il luogo dove i comici andavano a provare i loro pezzi prima di portarli a Milano dove era era più “rischioso” sbagliare. Aldo Giovanni Giacomo con Marina Massironi, per esempio, si esibivano prima al “Caffè Teatro” a Samarate, in provincia di Varese, dove hanno iniziato a sperimentare il loro materiale prima di approdare al palcoscenico milanese come trio. Ma potrei nominare anche Luca Medici, in arte Checco Zalone, “provinato” per la prima volta nel nord Italia da noi. Lui aveva già esperienza nel cabaret, era anche musicista e si esibiva a Bari, in un cabaret che si chiamava “La Dolce Vita”. Era stato segnalato a Giancarlo Bozzo che lo convocò a Milano per un provino”.
Così nacque Checco Zalone
“Il ricordo è ancora vivido. Quando si presentò, portò il suo personaggio: un cantante neomelodico napoletano, caratterizzato da un’ignoranza spassosa. Il paradosso che ci divertì tantissimo era che lui in realtà fosse laureato in giurisprudenza. Fece il provino e ci folgorò all’istante. La leggenda vuole che, la sera del debutto, vedendo la scaletta dove era l’ultimo a salire sul palco, telefonò alla madre convinto che non fosse andata bene. Non aveva capito che lo avevamo messo per ultimo proprio perché era il “clou” della serata, il pezzo forte. Per noi era andata benissimo, anche se lui era convinto del contrario. Diventò poi un punto fermo, prima a Zelig locale e poi in televisione. Uno di quelli che sono letteralmente esplosi sulla nostra scena”.
E poi?
“Gene Gnocchi è un altro che è nato a Zelig, come anche Teresa Mannino e Geppi Cucciari. Teresa arrivava dalla Sicilia, Geppi dalla Sardegna e hanno iniziato le loro carriere proprio con noi. Anche Luciana Littizzetto, sebbene non sia nata artisticamente a Zelig, veniva spesso e volentieri all’inizio, quando ancora non era il grandioso personaggio che conosciamo oggi. Lo stesso vale per Sabina Guzzanti e il fratello Corrado, che era l’autore della sorella, ma talvolta saliva sul palco. Erano tutti assolutamente sconosciuti, debuttavano praticamente a Zelig, oppure venivano da piccoli cabaret in giro per l’Italia, spesso poco più che birrerie. E poi hanno calcato il nostro palco e sono diventati i grandi artisti che il pubblico ama. Giancarlo Bozzo coordinava e coordina ancor oggi tutto questo lavoro di scouting. Cosa non semplice”
Cosa serve per diventare un personaggio di Zelig? Cosa cercate, tu, Gino e Giancarlo, in un comico quando lo provinate?
“Dunque, l’elemento fondamentale è far ridere. Sembra banale, ma non lo è affatto. Zelig è un cabaret di comici, e l’obiettivo principale è proporre personaggi e spettacoli che abbiano come scopo quello di suscitare la risata nel pubblico. Inoltre, come saprai, il cabaret si distingue per un rapporto molto più immediato con la platea: il pubblico interagisce, viene spesso coinvolto direttamente. Non esiste la “quarta parete”, creando così un legame molto più diretto”.
“Questa è la prima caratteristica. Per quanto riguarda i contenuti, invece, dipende dalle peculiarità di ogni artista. C’è chi riesce a far ridere la gente riproponendo, magari in modo innovativo ogni volta, luoghi comuni anche triti e ritriti, sfruttando i meccanismi classici della comicità. Poi c’è chi invece si pone come obiettivo di far ridere la gente, il mondo o gli amici all’interno di un discorso più politico, sociale o anche culturale. Ci sono dei comici che la gente più popolare non riesce seguire con immediatezza, perché i riferimenti sono più alti, più colti”.
La gente ha ancora tanta voglia di ridere?
“La gente ha bisogno di ridere. Tutti noi abbiamo bisogno di ridere. La comicità è quasi una medicina, per il nostro vivere quotidiano. Poi si può ridere in molti modi. Da quello apparentemente più disimpegnato e scanzonato, a quello più profondo e “colto”. E comunque la tendenza di tutti noi è quella di ridere “per parrocchie”. E’ più facile capire chi ti è più vicino e complice per cultura o geografia. Non è obbligatorio ma è più semplice se parli gli stessi linguaggi”.

Il tour estivo di Zelig: è stata una bella esperienza. Credi si possa ripetere?
“Sono avvenuti diversi anni fa. Teoricamente, credo si possa fare tutto. Arrivati a una certa età, però, non tutti abbiamo più la stessa voglia, o meglio, le stesse energie di un tempo. Quelle tournée, tra l’altro, si svolsero in anni irripetibili. Oggi la televisione non è più così, ma all’epoca arrivavamo a battere persino Sanremo. Così, andavamo in tournée, nate dalla spinta di un successo clamoroso: riempivamo gli stadi, giravamo l’Italia in luoghi, unici, sempre enormi piazze, ovviamente a pagamento e quindi chiuse. Situazioni in cui il pubblico dev’essere motivato. Abbiamo realizzato delle tournée davvero belle e potenti “.
La comicità è di destra o di sinistra? – domanda molto Gaberiana… –
“La comicità, quella vera, ha un compito nobile: far ridere la gente, certo, ma per farlo deve agire come una lente d’ingrandimento sulle storture, sulle contraddizioni più succose della vita. Per usare un’espressione, direi che la comicità “di sinistra” – se proprio vogliamo incasellarla, e parlo da uomo che è di sinistra – è quella che smuove le acque e critica il potere. Tuttavia, siamo onesti: come ho già accennato prima esiste anche una comicità più “neutra,” costruita su meccanismi classici, persino sui luoghi comuni, che non ha pretese rivoluzionarie o di contrapposizione al “palazzo.” Insomma, ci sono molteplici vie per suscitare la risata”.
“La verità è che tendiamo a ridere per “parrocchie,” per affinità elettive. Ma c’è una cosa che supera ogni barriera ideologica: la risata in sé. Se una battuta, anche se catalogata oggi come “politicamente scorretta,” mi fa piegare in due, io rido. E non starò certo lì a interrogarmi se sia eticamente o politicamente corretto! La risata, dopotutto, è la democrazia più immediata che esista”.
In questi quarant’anni, come è cambiato il modo di far ridere?
“Ogni comico di razza comunque ha una sua originalità, perché è solo lui. Totò era solo Totò, era inimitabile. Ma per arrivare ai nostri padri, o nel caso mio e di Gino, ai nostri fratelli, Cochi e Renato per esempio, loro hanno inventato la comicità dell’assurdo. La gallina non è un animale intelligente. Quei monologhi o quei dialoghi che facevano erano straordinari, è vero che avevano alle spalle autori come Jannacci e Beppe Viola, ma anche loro erano molto creativi anche nella scrittura”.
Prendiamo Cocchi e Renato come esempio. Secondo te quel tipo di comicità funzionerebbe ancora oggi, anche se non fosse proposta proprio da Cochi e Renato?
“A mio avviso, la loro comicità era talmente all’avanguardia per l’epoca che risulta ancora attuale. Se si osservano i lavori di Cochi e Renato, potrebbero tranquillamente essere stati ideati e rappresentati ieri sera. Cochi, tra l’altro, è un vivace ottantenne che ho il piacere di frequentare. È perfettamente al passo con la comicità e lo spettacolo contemporanei e continua a esibirsi con successo. Non è semplicemente una vecchia gloria da esibire, ma un artista pienamente attivo e, anche nella vita privata, una persona adorabile e piacevole. Non a caso sarà ospite di una delle puntate sui 30 anni di Zelig in TV, dove ripercorriamo la storia del locale”.

Zelig 30 Anni! Senza spoilerare troppo… qualche anticipazione
“Sono previste quattro puntate e i comici ospiti cambieranno in tutte. Alcuni ritornano in più episodi, ma la maggior parte partecipa a una sola puntata per condividere le proprie esperienze, ovviamente in chiave comica, legate alle loro passate apparizioni a Zelig. La prima puntata, in onda lunedì 12, vedrà la partecipazione di Aldo Giovanni e Giacomo, Raul Cremona e Michele Foresta, alias Mr. Forest. Questi due maghi della comicità, che hanno fatto registrare risate memorabili, sono affiancati da comici che rappresentano diverse generazioni, da chi ha iniziato trent’anni fa come loro a talenti più recenti, come Max Angioni. Lui fa parte dell’ultima generazione dei comici di Zelig e che fa ridere tantissimo. La prima puntata, devo dire, è straordinaria. E lo dico proprio da professionista scafato, di quelli che sanno vedere anche le cose che non funzionano”.
Una puntata ricchissima
“Abbiamo pulito pochissime cose, di pochi secondi, giusto per renderla più veloce. Ma davvero un puntatone. I 40 minuti del primo blocco credo che siano, a mio avviso, la storia della comicità in televisione. Aprirà Roy Paci con la sua orchestra, poi c’è il mago Oronzo. Ma non da solo…bensì con due sosia che lo prendono per il culo – ma non ti dirò chi interpreterà i due Oronzi plus…- Poi ci saranno Marta e Gianluca, e ancora dopo sarà il turno di Max Angioni e Migliazza – un comico giovane che gli farà da disturbo -. Quasi in chiusura entreranno Aldo Giovanni e Giacomo”.
“Poi, può essere tutto, ma in una televisione in cui prendono il sopravvento i talk show, dove chi grida di più ha vinto, oppure talent che, sinceramente, sono troppi – ne basta uno, tipo X Factor, del resto chi se ne frega –, vedere invece un varietà televisivo che funziona e fa ridere, è una rarità. Noi abbiamo il pregio, e ci vantiamo, di lavorare ancora sul prodotto, cioè di costruire artisticamente una televisione, non di mettere quattro persone su un divano a litigare. C’è proprio una differenza”.

Alla conduzione ancora Claudio Bisio e Vanessa Incontrada. Hai conosciuto Bisio come comico, hai mai immaginato che sarebbe diventato una perfetta spalla, anzi, un capocomico di questo valore?
“Bisio è una spalla molto particolare, perché è anche un comico e, in quanto tale, non rinuncia mai a far ridere. Lo conosciamo da così tanto tempo che i suoi difetti e i suoi mille pregi ci sono ben noti. Sappiamo che, a volte, i suoi difetti diventano addirittura pregi, perché sa rigirarli in chiave comica. Siamo cresciuti insieme. Lo abbiamo presentato io e Gino a sua moglie, che lavorava con noi. Siamo davvero legati. Ricordo vacanze storiche passate insieme, in cui ci siamo divertiti moltissimo”.
Hai mai pensato di calcare il palco davanti ai riflettori?
“Ma io ho calcato il palco. Tutto è partito quando ero studente: con un gruppo di amici mettemmo su un gruppo di cabaret, “I Bachi da Sera” – sì, lo so, un nome orrendo inventato da Gino -. Un gioco di parole su seta e sera. Era tutto molto artigianale, si lavorava per 30.000 lire da dividere in cinque. Avevamo come agguerriti antagonisti i Gatti di Vicolo Miracoli, decisamente più bravi e, non a caso, destinati al successo”.
“Noi ci siamo goduti i nostri 2-3 anni, togliendoci anche lo sfizio lo sfizio di lavorare a Bologna all’Osteria delle Dame di Guccini, roba da far tremare le gambe a noi studenti universitari. Finiti gli studi e con un futuro da costruire, abbiamo dovuto arrenderci all’evidenza: 30.000 lire non bastavano. Ci siamo sciolti, e tutti siamo andati a fare lavori “seri”. Io ero già redattore in una casa editrice importante, nel settore di libri per l’infanzia e di psicopedagogia, forte della mia laurea in lettere con tesi sulla scuola di Barbiana di Don Milani“.
1976: l’anno che cambiò tutto
“Il vero cambio di rotta arrivò nel ’76 con le cosiddette radio libere. Ascoltavo Radio Popolare a Milano, molto seguita, importante per l’informazione, ma le canzoni… beh, erano inascoltabili, noiose canzoni di lotta. Erano gli anni in cui imperversavano Arbore e Boncompagni su Rai Radio. Un giorno chiamo Gino e gli dico: Ma perché dobbiamo sorbirci queste schifezze, quando potremmo essere noi gli Arbore e Boncompagni della sinistra milanese ?“
“Andammo a Radio Popolare, facemmo un provino e ci presero. Ci diedero lo spazio meno ambito, il lunedì sera, la “serata film” di Rai 1 che faceva il botto. Ma noi ci inventammo una trasmissione che spaccò: “Passati col Rosso“. Quello fu il vero inizio. Nel giro di pochissimo, mollammo i nostri lavori sicuri per dedicarci a tempo pieno alla satira e comicità che avevamo scoperto in radio. Il resto è storia: cabaret, Radio Popolare, i primi libri, e poi teatro e televisione”.
Insomma, un gran bel passaggio e soprattutto tantissima gavetta.
“Vedi, c’è una verità inossidabile, maturata in decenni di lavoro in questo settore: è la cosa più importante della vita, non c’è paragone. Non parlo di affetti o legami, per quanto vitali e fondamentali. Parlo della gioia viscerale di svegliarsi ogni singola mattina e voler andare a lavorare. Avere la sfacciata fortuna di fare un mestiere che ti sei magari costruito, che ti accende, ti nutre, ti fa sentire al tuo posto nel mondo. Quella sensazione… non c’è nulla di meglio, nulla di più potente. Ti accompagna, ti sostiene, ti regala l’inestimabile privilegio di alzarti ogni giorno con un senso di appagamento. Ed è una fortuna che pochissimi possono dire di possedere. È la vera, unica, indomabile ricchezza“.
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