Una produzione artistica d’incredibile vastità e ricchezza che vanta oltre cinquanta titoli, in veste di sceneggiatore, regista e attore, vari racconti brevi. E ora anche il primo romanzo lungo. Woody Allen, nato a Brooklyn il 30 novembre del 1935 da una famiglia della piccola borghesia ebraica non ha certo bisogno di presentazioni. Quattro volte premio Oscar, di cui due riconoscimenti vinti per il capolavoro di Io e Annie con la sua partner elettiva Diane Keaton, è senz’altro un genio comico più unico che raro.
La sua proprietà dialettica associata a un fine intelletto e a un’ironia graffiante, infilati con maestria nelle nevrosi e nelle idiosincrasie dell’uomo-artista goffo ma brillante, insicuro ma in fondo sempre mosso da una determinazione viva, è infatti ciò che ha reso questo regista americano di origine ebrea (origine sociale e culturale che emerge con dirompenza da ogni suo singolo lavoro) un vero poeta della Settima Arte. Il 30 novembre 2025 Woody Allen compie la bellezza di 90 anni, ma il suo estro creativo sembra ancora godere di una verve più che giovanile.

Il fato e la morte secondo Woody Allen
Con il suo ultimo film del 2023, Coup de Chance, Allen ha colpito ancora una volta nel segno di una delle tematiche a lui più care, quel fato irriverente e dispettoso che spesso e volentieri interviene ad allineare passi di vita o a ri-mescolare le carte del destino. In maniera esemplare in Match Point (2005), ma poi anche in tante altre sue brillanti commedie (Io e Annie, Hannah e le sue sorelle, La dea dell’amore, Basta che funzioni), la sorte è infatti ciò che inopinatamente decide se concederci o meno il tanto agognato punto della vittoria. Il tutto legato a quel senso di fatalità che trova nell’ateismo il modo migliore per esser credenti.
Ma quella del destino bizzoso è solo una delle tante materie feticcio che Allen ha sempre analizzato e sfruttato tra le maglie finemente dialogate dei suoi film, declinate a seconda del caso, in una vena più comica o drammatica. Il senso inquieto della mortalità e il rapporto oneroso con la Falce nera è un’altra delle questioni più gettonate dal regista newyorkese. Un modo forse per esorcizzare e sdrammatizzare quel senso pressante di caducità che, volenti o meno, sempre condiziona le nostre vite precarie. “Non è che ho paura di morire, è solo che non voglio essere lì quando succede” (Io e Annie, 1977). Un tema esplorato in lungo e in largo in tanti suoi lavori, come Irrational Man (2015), allargato poi all’essenza del pessimismo, altra cifra narrativa quasi onnipresente (Ombre e Nebbia, 1991).

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Vita, psicoanalisi e senso del crimine
Poi c’è la psicoanalisi, che è materia fondante del personaggio e del cinema di Allen. Uno degli elementi costanti nelle sue gag e battute divenute iconiche: “Se sei in contatto con Freud, fatti ridare i miei soldi!” – To Rome With Love, 2012 -. Un continuo dialogare con sé stessi e con le proprie profondità più irrisolte che nel cinema alleniano spesso sfocia in veri e propri siparietti comici e duetti con l’inconscio. Una peculiarità narrativa evidenziata anche da quel suo conversare spesso in camera, direttamente con il pubblico, per renderlo partecipe di un flusso di coscienza attuato tramite lo sfondamento della quarta parete. Un escamotage narrativo d’ispirazione brechtiana emblematico nel cinema di Allen.
In quel continuo rimuginare e interrogarsi sul senso della vita e sulle sue tante bizzarrie, spesso nei personaggi disegnati da Allen fa capolino anche un senso di autentica ostilità alle regole dell’esistenza e della società, sublimate da idee bizzarre e inversioni di tendenza. Subentra così anche la tematica del crimine e del genio criminale, protagonista di altri titoli celebri, come Prendi i soldi e scappa (1969) Crimini e misfatti (1989) o Criminali da strapazzo (2000). Ma anche l’idea ribelle del trasformismo incarnato da Zelig (1983) o le crisi pratiche e morali proiettate da Blue Jasmine (2013). Senza dimenticare le riflessioni sui conflitti (Amore e guerra del 1975) o le grandi evasioni a mezzo fantasia – La rosa purpurea del Cairo del 1985 – e magia – Scoop, 2006 -.
I grandi amori di Woody Allen
Ma al netto delle tante tematiche coinvolte nei suoi lavori, il cinema del maestro Allen è soprattutto contaminato d’amore. Per il cinema stesso, un affetto espresso nei mille e più rimandi alla settima arte, con omaggi molteplici e diretti come in Provaci ancora Sam – del 1972, scritto da Allen ma diretto da Herbert Ross -, dove a ispirare l’azione del protagonista è il finale iconico dell’amato Casablanca; mentre Humphrey Bogart è mentore irriverente e maschilista sul mondo delle donne.
Non a caso in molti dei suoi film i protagonisti sono sensibilmente immersi nella materia letteraria e cinematografica: scrittori, giornalisti, critici cinematografici, professori di cinema. Da antologia il siparietto in Io e Annie con il sociologo e filosofo Marshall McLuhan in persona, chiamato in causa a sconfessare in diretta le teorie di un pedante professore universitario in fila al cinema. Idee geniali che sono il riflesso della passione viscerale che Allen prova per il mondo dei media e dell’audiovisivo in ogni sua forma.

Le donne, un rapporto controverso
E poi c’è l’amore per le donne, un rapporto controverso di continua attrazione e repulsione. A partire dal legame, poi degenerato, con la sua grande musa Mia Farrow, e con tutte le donne che hanno popolato i sui film (da Scarlett Johansson a Penelope Cruz, da Charlize Theron a Cate Blanchett, da Rachel McAdams a Emma Stone), sublimate nella devozione per Diane Keaton, sua attrice feticcio (otto i film realizzati insieme) nonché grande amore e amica. In ricordo dell’attrice, da poco scomparsa, Allen ha dichiarato: “…qualche giorno fa il mondo era un posto che includeva Diane Keaton. Ora è un mondo che non la include più. Di conseguenza, è un mondo più triste. Tuttavia, ci sono ancora i suoi film. E la sua risata fragorosa risuona ancora nella mia testa”.
L’amore più grande: New York
Dulcis in fundo c’è poi l’amore incondizionato per New York, città rappresentata in tanti suoi film con tutto il suo ammaliante fascino e le mille difficoltà del viverla. E dell’adeguarsi alla sua sofisticatezza spesso respingente. La Grande Mela, con la luciferina Manhattan popolata di intellettuali frivoli, sbruffoni o ribelli, e il labirintico Central Park, descritto in ogni angolo più suggestivo. Luoghi magici che Allen ha reso vere e proprie star delle sue tante storie. E anche se poi spesso e volentieri il maestro è espatriato, andando a cercare la sua ispirazione nella romantica Europa (Vicky Cristina Barcelona, Midnight in Paris, to Rome with Love, e anche il super-cinefilo Rifkin’s Festival ambientato a San Sebastian), New York resta città del cuore e dei sogni. Vera anima pulsante di un legame territoriale che assume il tono struggente di una nostalgia attuale anche in bianco e nero – Manhattan, 1979-.

Provaci ancora Woody!
E per festeggiare il suo novantesimo genetliaco, il prolifico Woody Allen ora ha firmato anche il suo primo romanzo lungo dal titolo Che succede a Baum?, edito in Italia da La nave di Teseo. Un romanzo deformante in cui Allen specchia sé stesso, indugiando sulla critica graffiante al mondo dell’editoria newyorkese e sul dubbio che diventa senso di colpa diffuso ed eloquente nella conversazione con il suo io. In quel parlare rapsodico che è la cifra di un autore che ha perso interesse e interlocutori, e che continua a domandarsi ossessivamente chi sia davvero, dialogare con sé stesso diventa dunque lo stratagemma ultimo per esorcizzare la solitudine.
Nel parallelismo con la sfrontatezza inopportuna di Baum nel baciare una giornalista si rievocano le ombre biografiche del genio della commedia americana. Vicende che negli ultimi anni hanno pesantemente oppresso l’uomo Allen e notevolmente arginato la sua spinta creativa. Ombre che in “Che succede a Baum?” emergono come stroncature e feedback negativi, accuse dirette, confronti sempre spietati con autori e menti che si rivelano in ogni caso più brillanti o quotati di lui. Un romanzo turbato e malinconico che esprime però al meglio il genio irrisolto, e la sagacia più unica che rara della penna di Woody Allen, intatta a 90 anni.

Di nuovo al cinema
Durante tutto il periodo autunnale Woody Allen è stato omaggiato con il ritorno al cinema, in collaborazione con UCI cinema, di alcuni dei suoi titoli più iconici tra cui Match Point, La Dea dell’Amore, Pallottole su Broadway, Vicky Cristina Barcelona. Il mese di novembre spegnerà poi le candeline nella data del 30 con il ritorno sullo schermo di Harry a Pezzi (1997), ennesimo lavoro che eleva gli stati di crisi e destrutturazione. Seguirà il 1° dicembre l’ultimo film della rassegna omaggio, Ho solo fatto a pezzi mia moglie (2000), che vede Allen nei panni di attore ma alla regia il messicano Alfonso Arau.
Un ripasso doveroso in attesa di un prossimo probabile film, già annunciato, che dovrebbe essere di nuovo ambientato in Spagna. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. E da tutti gli scandali legati alla sua vita privata, alle battaglie legali con l’ex moglie Mia Farrow e alle gravissime accuse di abusi che specie nell’ultimo decennio hanno gettato un’aura spettrale sull’intera vita e carriera di Woody Allen. Accuse e sospetti che hanno forse scalfito la sua immagine di uomo e rallentato la sua produttività, ma che non sono comunque riusciti a intaccare la grandezza e l’estrema vitalità dell’opera omnia. Una penna brillante al servizio di un iconico spleen esistenziale che si è tradotta in oltre 60 anni di benemerita carriera.
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