L’erba tagliata a otto millimetri, il bianco totale, le fragole con panna. E poi la maratona infinita tra Isner e Mahut, il ritorno di Serena Williams, Sinner a caccia del bis. Viaggio nella storia del tennis.
Oggi, e da tempo, la superpotenza globale sono gli Stati Uniti. Ma per lungo tempo quel ruolo è stato appannaggio dell’Inghilterra. E agli inglesi dobbiamo parecchio. Hanno plasmato molti tratti del mondo così come lo vediamo oggi. Lo si nota soprattutto nello sport. Porta la loro firma la più antica competizione internazionale ancora in vita, l’America’s Cup di vela. Sono inglesi anche l’invenzione del calcio e quella del tennis. E proprio del tennis esiste il torneo più antico e prestigioso di tutti. A breve aprirà di nuovo i battenti. Naturalmente, stiamo parlando di Wimbledon.
L’All England Lawn Tennis and Croquet Club lo inaugurò nel 1877. Nel 2027, dunque, ne ricorrerà il 150ennale. È un appuntamento ormai iconico, irrinunciabile nel calendario sportivo di ogni anno. Lo amano i patiti del tennis. Ma sa rapire anche chi non lo è, conquistato dal fascino dell’erba londinese. Qualche settimana fa lo abbiamo fatto con il Roland Garros. Ora tocca a Wimbledon 2026. Ecco allora un piccolo prontuario per capire che cosa rappresenta per lo sport mondiale. Tra curiosità e record di un torneo che spesso ha riservato sorprese. E partiamo da un motivo piuttosto ovvio.

Perché Wimbledon è e resterà unico: la sacralità dell’erba e i suoi riti
Wimbledon è l’unico torneo del Grande Slam rimasto a disputarsi sull’erba. Fino ad alcuni decenni fa era così anche altrove. Poi gli US Open l’hanno abbandonata nel 1975, gli Australian Open nel 1988. Da qui nasce buona parte della particolarità dell’evento. Del resto, la stagione sull’erba dura di fatto un solo mese, dalla fine del Roland Garros in poi. I tornei di avvicinamento sono pochi e specifici. Tra questi Halle e il Queen’s, vinti in anni recenti da Sinner e Berrettini. A proposito: dal 2028 ne avremo uno anche in Italia, categoria ATP 250. La sede più probabile è Milano.
È un quadro che lascia poco spazio alla preparazione specifica. Il tabellone, così, premia gli specialisti, o comunque chi sull’erba si trova meglio. La particolarità di questo manto sta nella palla che scivola più veloce. E in rimbalzi molto bassi, a volte irregolari. Sono fattori che esaltano il servizio efficace e una grande sensibilità di tocco, soprattutto al volo. Non a caso, per lungo tempo Wimbledon è stato terreno di caccia dei fuoriclasse del serve and volley. Dal 2001 qualcosa è cambiato, con la modifica del manto erboso. La vecchia mistura univa loglio – 70 per cento – e festuca rossa strisciante – 30 per cento -. Oggi i campi sono al cento per cento di loglio perenne.
La scelta ha reso la superficie più resistente e un po’ più simile al cemento. Una certa dose di imprevedibilità, però, resta. Il risultato è che oggi, anche sull’erba, si vedono più spesso scambi lunghi e spettacolari. L’erba, naturalmente, va curata nei minimi dettagli. Il taglio prescritto è di 8 millimetri, non uno di più, non uno di meno. A vigilare, ogni mattina, c’è il falco Rufus. Si aggira tra i campi e scaccia i piccioni che potrebbero infestare il terreno.
Eleganza e stile, ai Championships, la fanno da padroni
L’aura di Wimbledon nasce anche da tante tradizioni, piccole e grandi. Per certi versi, proiettano in un mondo a parte. A cominciare dalla vestizione degli atleti, uomini e donne indifferentemente. Domina il total white: divise, cappellini, scarpe. È un omaggio ai primi atleti inglesi, che lo sceglievano per sobrietà. E anche perché il bianco maschera meglio il sudore.
Qualche accenno di colore è ammesso, ma in misura minima. Le rifiniture allo scollo o alle maniche non superano il centimetro. E solo dal 2023 le donne possono indossare biancheria intima di colore diverso, purché non in vista. Insomma, è come entrare in un tempio. Eleganza e stile, ai Championships, la fanno da padroni. C’è anche l’obbligo di inchinarsi al Royal Box. Vale quando sono presenti il Re d’Inghilterra o il Principe di Galles. Fino al 2003 il gesto era previsto anche in modo simbolico, pure senza la famiglia reale.
Usi, riti e costumi
Di rito, su tutti i campi, sono anche le classiche fragole con panna – aumentate di ricente, creando un certo scompiglio tra gli appassionati. Ne abbiamo parlato qui -. Un omaggio alla loro stagione migliore. E poi il Pimm’s, liquore estivo a base di erbe. Si serve con limonata, ghiaccio, menta e frutta a fette. Ad alimentare la leggenda hanno contribuito altre consuetudini celebri. Tra queste il ballo dei campioni. Per anni i vincitori dei due singolari aprivano le danze della serata di gala. Quella tradizione generò anche una piccola storia di cronaca rosa: la vera e propria “ossessione” di Andre Agassi. Voleva vincere il torneo pure per poter conoscere Steffi Graf.
C’è poi la regola del “Never on Sunday”. Per decenni ha imposto il riposo nella domenica centrale delle due settimane. La consuetudine è andata in soffitta solo nel 2022. Da allora l’All England Club gioca anche in quel giorno, su quattordici giornate consecutive. Resiste invece, immarcescibile, l’orario di chiusura alle 23. Cascasse il mondo, a quell’ora si chiude e tutti a casa. I cittadini di Wimbledon non transigono: dopo una certa ora, niente baccano.
Record e statistiche di Wimbledon: Isner-Mahut e la partita infinita
Proprio per via di quell’orario, nel 2010 andò in scena una partita leggendaria. Un “normale” match di primo turno tra John Isner e Nicolas Mahut si trasformò in una maratona lunga tre giorni. L’americano si impose per 6-4, 3-6, 6-7(7), 7-6(3), 70-68. In totale, 11 ore e 5 minuti di gioco. All’epoca non era previsto il tie break al quinto set. Si proseguiva a oltranza, fino a due game di vantaggio per uno dei due. Difficilmente rivedremo qualcosa di simile. Nel 2018 anche Wimbledon ha introdotto il tie break decisivo sul 12-12. E dal 2022 tutti gli Slam si sono uniformati: super tie break a 10 punti sul 6-6 del set conclusivo.
Resteranno dunque immutati gli innumerevoli record di quel giorno. Una targa commemorativa, sul campo 18, li ricorda ancora oggi. Di tutt’altro tenore la finale femminile dello scorso anno. A Iga Swiatek bastarono 57 minuti per liquidare Amanda Anisimova: un clamoroso 6-0, 6-0. A Wimbledon sono andate in scena storie davvero particolari. Come dicevamo, la superficie può favorire gli exploit dei cosiddetti underdog. Nel 2001, tra gli uomini, trionfò Goran Ivanisevic. Era entrato in tabellone da wild card, numero 125 del ranking. Meno eclatante, ma altrettanto notevole, l’impresa di Marketa Vondrousova. Nel 2023 partì da numero 42 del mondo e arrivò fino al titolo.

Wimbledon 2026, il tabellone: Sinner a caccia del bis, le insidie azzurre e il ritorno di Serena Williams
Nel 1985, sempre tra gli uomini, svettò Boris Becker. A 17 anni e 228 giorni divenne il più giovane campione Slam di sempre. Quel primato gli sarebbe stato strappato nel 1989 da Michael Chang, al Roland Garros, a 17 anni e 110 giorni. Capitolo albo d’oro. Tra gli uomini svetta Roger Federer con otto trionfi. Può ancora provare a raggiungerlo Novak Djokovic, fermo a quota sette. Anche se le condizioni del serbo non appaiono incoraggianti. Molto più dura, in futuro, sarà mettere in discussione il primato femminile di Martina Navratilova, autrice di nove successi. Serena Williams le aveva provate tutte, ma si è fermata a sette.
Torniamo al presente. Jannik Sinner si ripresenta da detentore del titolo, testa di serie numero 1 e numero uno del mondo. È il primo favorito, complice anche la perdurante assenza di Carlos Alcaraz. E dopo l’uscita di scena rocambolesca di Parigi, ha qualcosa da farsi perdonare. L’altoatesino va a caccia di uno storico bis. Punta al primo Slam stagionale. Ma la missione si annuncia tutt’altro che semplice. Il riposo dopo il malessere accusato al Roland Garros può averlo aiutato. La condizione, però, resta da verificare. Prima della finale non potrà incrociare Alexander Zverev, vincitore in Francia e testa di serie numero 2. Il tedesco, peraltro, a Wimbledon vanta una pessima tradizione: mai oltre gli ottavi. L’esordio è in programma sul Centrale, lunedì, contro il serbo Miomir Kecmanovic, numero 51 del mondo.

Sette gli azzurri al via
I primi turni di Wimbledon 2026 si annunciano sulla carta agevoli. Il livello dovrebbe alzarsi dagli ottavi in poi. Lì potrebbe arrivare un derby con Luciano Darderi, oppure il confronto con lo spagnolo emergente Rafael Jodar. La sua reale consistenza sull’erba, però, è tutta da verificare. Ai quarti possibile un nuovo incrocio con Daniil Medvedev. Per un’eventuale semifinale, invece, occhio a Felix Auger-Aliassime e soprattutto a Djokovic. Mai da sottovalutare in questi appuntamenti. Nel tabellone maschile saranno in tutto sette gli azzurri al via. Grande attesa per Flavio Cobolli, fresco finalista a Parigi. Un anno fa, ai Championships, si era spinto fino ai quarti. Esordirà con l’argentino Mariano Navone, numero 38 del mondo. Il percorso appare favorevole almeno fino agli ottavi. Lì potrebbe presentarsi uno tra Alex de Minaur e Matteo Berrettini.
Già, perché anche Matteo sembra stare bene. E sull’erba ha spesso tirato fuori la sua versione migliore. Rinfrancato dai quarti raggiunti a Parigi, potrebbe riproporsi ad alti livelli. Su questa superficie, quando sta bene, resta uno dei migliori al mondo. Per lui esordio a Wimbledon 2026 nel segno della nostalgia, contro la wild card Stan Wawrinka. Avversario tutt’altro che agevole, nonostante i 41 anni. Molti i motivi di interesse anche nel tabellone femminile. La numero uno al mondo, Aryna Sabalenka, è attesa al riscatto dopo il passo falso al Roland Garros. A Wimbledon, dopo tre semifinali, insegue la prima affermazione. Ma dovrà vedersela con la detentrice Iga Swiatek e con altre avversarie agguerrite. Su tutte la sempre più convincente Mirra Andreeva, reduce dal primo Slam della carriera.
Wimbledon 2026 un altro capitolo della lunghissima leggenda
Le italiane saranno tre. Jasmine Paolini, finalista due anni fa, cerca di ritrovarsi. Esordirà contro la qualificata statunitense Robin Montgomery. Agli ottavi potrebbe imbattersi in Swiatek, o addirittura nella leggendaria Serena Williams. Sì, proprio lei. A 44 anni, dopo quattro stagioni lontano dal singolare, l’icona americana è torna a Wimbledon 2026 grazie a una wild card. Ci sarà poi Elisabetta Cocciaretto, opposta al debutto alla cinese Xinyu Wang. E Tyra Grant, 18 anni, alla prima apparizione nel tabellone principale di uno Slam, dopo le qualificazioni. Proprio l’azzurra di origini statunitensi pare avere un gran potenziale. Da juniores è stata numero 2 del ranking. Di recente si è spinta al secondo turno a Madrid e a Roma. E quest’anno ha già vinto due tornei ITF, a Santa Margherita di Pula e a Kosice.
Tre settimane fa, nel WTA 125 di Foggia, è arrivata in finale. Si è arresa solo al terzo set alla spagnola Leyre Romero Gormaz. È già nel giro della nazionale: Tathiana Garbin l’ha convocata per la Billie Jean King Cup dello scorso anno. Si presenta senza pressioni, ma con tanta voglia di far bene. Il suo primo ostacolo sarà la britannica Katie Boulter, attuale numero 59 WTA. Tra riti immortali e nuove promesse, tra la memoria dei campioni e il bis inseguito da Sinner, il torneo è pronto a ripartire. Wimbledon 2026 scriverà un altro capitolo della sua lunghissima leggenda.
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