Wicked è stato sorprendente. Il film di Jon M. Chu ha raccolto diverse eredità importanti: quella del romanzo originale Il mago di Oz di L. Frank Baum e dell’omonimo film anni ’30 con Judy Garland. Quella del libro Strega – Cronache dal Regno di Oz in rivolta (in originale Wicked: The Life and Times of the Wicked Witch of the West) di Gregory Maguire, che ha immaginato la storia della Strega dell’Ovest. E ovviamente quella del musical di Stephen Schwartz, che dal 2003 è presenza fissa sui palcoscenici più importanti del mondo. Ovvero Broadway e l’West End.
Fonte di ispirazione per moltissime altre opere e artisti (pensiamo a quanto è stato citato nella serie Glee di Ryan Murphy), Wicked è diventato un vero e proprio fenomeno pop e culturale. È inoltre parte di un movimento che negli ultimi 30 anni ha ripensato la funzione del villain, interrogandosi sulle sue reali motivazioni, arrivando a ribaltare il punto di vista: e se fosse semplicemente una figura incompresa? E se fossero quelli che si auto definiscono “buoni” i veri cattivi della storia?

Wicked 2: dove la storia scricchiola
Forte di questo bagaglio, Universal Pictures ha pensato di realizzare non uno, ma ben due film dedicati a Elphaba e Glinda. E qui, purtroppo, si è voluto strafare: come Icaro volato troppo vicino al sole. Dopo un inizio esaltante, Wicked – Parte 2 (Wicked: For Good in originale), nelle sale italiane dal 19 novembre, non è all’altezza della prima.
Man mano che il film andava avanti, una scena riempitiva dopo l’altra, con numeri musicali dimenticabili tranne uno (No Good Deed, cantato da una Cynthia Erivo sempre magnifica), ci è venuta in mente la voce cavernosa di Angelo Bernabucci in Compagni di scuola di Verdone, quando rivede Fabris dopo anni ed esclama: “Nun ce prova’… Tu c’hai avuto ‘n crollo… d’ottavo grado d’a scala Mercalli però!”. Ed è un grandissimo peccato: qualcuno avrebbe dovuto avere il coraggio di dire facciamo un solo grande bellissimo film da tre ore, in modo da mantenere intatta la magia. Invece spezzando la storia in due si è spezzato anche l’incantesimo.

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Cynthia Erivo e Ariana Grande sono straordinarie
In Wicked tutti sono in stato di grazia. Il costumista Paul Tazewell, premiato giustamente con l’Oscar, lo scenografo Nathan Crowley, premiato anche lui dall’Academy, Jon M. Chu, che ha inanellato una serie di sequenze una più bella dell’altra, dal commovente ballo della scuola al finale da brividi con Elphaba che canta la canzone più importante e memorabile del musical, Defying Gravity. Ogni elemento ha contribuito a realizzare uno “spettacolo spettacolare”. Trascinante, nonché promotore di temi importantissimi, quali non guardare gli altri con un occhio sprezzante solo perché diversi nell’aspetto. Ma anche il rispetto della natura e degli animali e l’importanza di trovare la propria voce e di non farsi dire da nessuno di non essere abbastanza.
Wicked 2 recensione no spoiler: …ma non bastano
In Wicked – Parte 2 ogni cosa sembra invece spenta. Ci sono infatti moltissimi primi piani, cosa che penalizza le scenografie. Tante scene inutili, messe lì soltanto a fare minutaggio (come le scene di Glinda da bambina: una sottolineatura che non aggiunge nulla alla caratterizzazione del personaggio), che distruggono il ritmo. Perfino Jonathan Bailey, che nella prima parte si prende la scena con carisma nel ruolo di Fiyero, qui sembra abbandonato a se stesso. E anche le due nuove canzoni, The Girl in the Bubble e No Place Like Home, scritte da Schwartz appositamente per il film, sono dimenticabili. Per fortuna le protagoniste non hanno cedimenti: pur non avendo momenti forti come in Wicked, danno tutto.

Ed è bello vederle interagire, quasi scambiandosi i ruoli: la Glinda di Ariana Grande diventa più consapevole e in alcuni momenti non propriamente buona. Elphaba si lascia invece andare, trovando l’amore per la prima volta. Anche se ci piace pensare che la vera grande storia d’amore sia proprio quella tra loro due. È infatti negli occhi l’una dell’altra che si sono sentite viste per la prima volta.
Chi non si vede quasi per nulla è invece Dorothy Gale. Chu ha fatto la scelta precisa di non mostrarla mai in volto, pur avendo un ruolo fondamentale per l’evoluzione del racconto. Una mossa coraggiosa ma che, come molte altre cose, non ci ha convinto del tutto. Resta però la scintilla che si crea tra queste due attrici ogni volta che sono sul set insieme: le loro voci risuoneranno nelle nostre orecchie a lungo.
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