Essere donne, nel bene e nel male. Nelle contraddizioni strutturali che il cosiddetto sesso debole, spesso paradossalmente rivendicato tramite incredibili atti di forza, si porta dietro dalla notte dei tempi. Il germe e l’evoluzione di un percorso di presa di coscienza e difesa dei diritti che nei secoli ha fatto grandi passi avanti. Ma è ancora lungi dal raggiungere il suo scopo. Soprattutto nell’ottica di quella violenza, fisica e psicologica, spesso perpetrata nei paradigmi e confini di una società ancestralmente costruita e mediata nel punto di vista maschile. Nell’oggettivazione del corpo femminile e nella pregiudiziale (s)valutazione di atteggiamenti ritenuti “impropri”.
Solo in Italia si contano circa 100 casi di femminicidio all’anno. Un numero assordante che ancora oggi colloca la donna al centro di un dibattito sociale fatto di molti soprusi e troppe vittime.
25 novembre: perché questa data conta davvero
Il 25 novembre di ogni anno ricorre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Istituita dall’Onu nel 1999, in ricordo delle tre sorelle attiviste politiche deportate, violentate e uccise a Mirabal nella Repubblica Dominicana proprio il 25 novembre del 1960. Una ricorrenza che apre i 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere, iniziativa globale che si chiude il 10 dicembre, con la Giornata mondiale dei diritti umani.
Dal patriarcato alla consapevolezza: come il cinema ha cambiato il racconto delle donne
Qui, attraverso una manciata di film che inquadrano luoghi, epoche e generazioni diverse, e i relativi spaccati sociali, proviamo a raccontare la storia delle donne, della conquista dei loro diritti. E di quanti tipi di violenza contro le donne è pieno il mondo. I cinque titoli di questa selezione (di cui quattro sono folgoranti opere prime) rappresentano affreschi estremamente distanti tra loro ma accomunati da un rilevante filo conduttore. Lo sguardo femminile declinato di volta in volta al contesto in cui si muove, a evidenziare lo stato di progresso della difesa di un genere nei confronti di quello percepito dominante.
Storie di donne forti, guidate da una necessità di affermazione che si esercita tramite il sogno d’emancipazione, la fuga da realtà ostili e perfino la visione anarchica di vendette personali. Femminilità ispiratrici narrate attraverso lo sguardo di registe talentuose per una panoramica tutta in rosa che fotografa le fasi di avanzamento o di stallo del viaggio della donna verso la propria tutela fisica, e identitaria.

Ritratto di signora: la violenza emotiva nell’Ottocento
“Il mio destino è di non arrendermi”. (Isabel Archer) Nel 1996, al tramonto di un secolo che sembra oggi distante anni luce, la talentuosa Jane Campion (tra le sue opere figurano gioielli come Lezioni di piano o Il potere del cane) adattava per il cinema Ritratto di signora del celebre scrittore statunitense-britannico Henry James. La storia, ambientata nell’Europa di fine ‘800, è quella di Isabel Archer (una struggente Nicole Kidman), ricca ereditiera aggrappata alla sua voglia di esperienza e di vita. Un libero arbitrio inusualmente (per l’epoca) accordato a una donna e che, per paradosso, la spingerà a rifiutare ottimi pretendenti e l’amore vero per finire invece tra le braccia del borioso e anaffettivo, spietato e narcisista Gilbert Osmond (un immenso John Malkovich che qui ricalca il sadismo crudele e la mania di controllo del suo celebre visconte di Valmont de Le relazioni pericolose).
La penombra emotiva e l’ambiguità strutturale in cui si muove il film segnano l’oscuro stato sociale della donna del tempo, investendo Nicole Kidman di un’emancipazione al contrario, via crucis personale verso una crescente delusione e mortificazione umana. Nella sua possibilità di scelta, acuita dall’avvenenza e dalla fortuna economica, diventerà suo malgrado ingenua preda dell’avidità umana che la circonda. E verrà raggirata per soddisfare le perversioni di un mondo devoto al maschilismo e al denaro, con la bieca connivenza di un’altra donna. Autocondannandosi all’infelicità.

Ornella Vanoni: il talento di una donna senza fine
Ornella Vanoni se n’è andata a 91 anni. Ma la sua voce non si era mai fermata. Negli ultimi anni aveva scelto di dialogare con artisti molto più giovani, trovando in loro nuovi modi di essere sé stessa. Anche per questo sarà senza fine. di Gaia Marras
Un film per raccontarci un’emancipazione inversa
Nella psicologia inversa proposta da Campion e direttamente traslata dallo sguardo maschile di Henry James si compie dunque la disfatta umana e ideologica di Isabel Archer, la cui luce di vita, quel luccichio negli occhi e nella volontà di scegliere per sé stessa al di là di ogni aspettativa, si spegne e muore nell’arco delle successive due ore e mezza. La perfezione estetica che si contrappone a una teoria di crepe dell’anima sempre più profonde. Opera ammaliante dal cast strepitoso (figurano anche Viggo Mortensen e un giovanissimo Christian Bale) che pure a distanza di decenni ci racconta quanto la donna abbia (e debba ancora) lottare per il lusso di “affezionarsi alle proprie idee”.
C’è ancora domani: violenza contro le donne nell’Italia del dopoguerra
“Stringete le schede come fossero biglietti d’amore” (Delia). Nel 2023 l’eclettica Paola Cortellesi debuttava alla regia con C’è ancora domani, opera delicata che parla in maniera semplice e diretta di un ruolo della donna, allora come oggi, ancora troppo compromesso. Nella Roma del dopoguerra, immortalata nel neorealismo di una espressiva fotografia in bianco e nero, la Delia di Paola Cortellesi – qui anche protagonista accanto a un iracondo Valerio Mastandrea nei panni del marito – è donna relegata al “fare”.
Schiacciata da una società patriarcale dove perfino la violenza è tollerata pur di mantenere “quieta” la vita tra le mura di casa. In un’esistenza scandita da oneri e incombenze in cui il solo barlume di fuga sono le parole furtive scambiate con una vecchia “fiamma” e le confidenze fatte all’amica, Delia spera infatti con tutta sé stessa che il fidanzamento della primogenita porti alla ragazza la libertà che lei non ha mai nemmeno potuto sognare. Secondo il vecchio e radicato paradigma per cui l’unica salvezza femminile era rappresentata da un buon partito maschile a cui ancorarsi.

La delicatezza del tocco femminile alla regia
Grazie a un fine tocco femminile e alla capacità di guardare oltre la superficie delle cose con innata ironia, istintivo sarcasmo e apprezzabile intelligenza, Paola Cortellesi confeziona una storia che pur muovendosi tra simbolismi, stereotipi e nostalgie musicali (Dalla, Concato, Silvestri) con una certa “furbizia”, e pescando con mestiere in capisaldi del passato (Una giornata particolare di Ettore Scola), sa trovare il tono giusto per mutare un mondo popolato di orchi in una fiaba dark dal suadente tocco armonico. Fino a decostruire, frame per frame, il falso mito del “c’erano una volta i valori”. Tutti elementi che mutano il ritratto di una Roma del dopoguerra ostica e a tratti macabra in un carosello di personaggi “danzanti” fieramente sospinti verso la speranza racchiusa in quel titolo “C’è ancora domani”. La violenza contro le donne c’è, permea il film, ma non schiaccia la protagonista.
Il progetto d’emancipazione tratteggiato in una “città che si muove”, come cantava Lucio Dalla. E la capacità della regia di trasfigurare mostri e momenti salienti, attutendone o amplificandone i tempi, dona al film quella libertà di espressione che poi resta il cuore pulsante dell’opera. Cortellesi adotta tempi e stili che sono propri del suo bagaglio artistico e li fonde in un tableau vivant di scene che scandiscono l’assurdo realismo dell’epoca di riferimento. E dedica il film alla figlia e a tutte quelle donne ancora in cerca o in attesa di una propria “liberazione”.

Una donna promettente: vendetta e giustizia
“A che serve il cervello? Alle ragazze non ha mai portato niente di buono” (Cassandra). Opera prima della regista Emerald Fennell e premio Oscar per la miglior sceneggiatura nel 2021, Una donna promettente costruisce sul profilo fragile ma forte, sofferente e vendicativo di una bravissima Carey Mulligan (nei panni di Cassandra detta Cassie) il progetto di una vendetta edificata tra le pieghe di una perdita mai sanata. Di un abuso testimoniato che ha cambiato irrimediabilmente i destini dei suoi protagonisti. Ex e promettente studentessa di medicina costretta ad abbandonare la via proprio in virtù di quell’evento catartico, Cassie costruirà chirurgicamente il profilo di una vendetta che mira a restituire a tutti i colpevoli, inclusi complici e testimoni ignavi, il fardello delle loro colpe.
Un film in cui la cura dei dettagli e la composizione cromatica della scena assumono un ruolo fondamentale nella parabola che pare alleggerita da una parentesi rosa sulle note di Paris Hilton, ma non lo è. E che si consuma invece in un finale iperrealista che spegne la speranza ma accende la luce su una personale e machiavellica giustizia destinata se non altro a riequilibrare un mondo maschile (ma non solo) d’impunità resistente. Un grande film dotato di una scrittura sottile al servizio di una protagonista travolgente, totalmente pervasa dal suo progetto di angelo giustiziere. Dove nella giustizia la donna trova il rimborso della violenza subita.
Lady Bird: l’emancipazione come autodeterminazione
“Solo perché una cosa sembra brutta, non vuol dire che sia moralmente sbagliata” (Christine ‘Lady Bird’ McPherson). Diversamente dagli altri film di questa selezione, Lady Bird, opera prima della brillante attrice (da qui in poi anche quotata regista di opere come Piccole Donne e il chiacchieratissimo Barbie) Greta Gerwig compagna di vita e lavoro del regista Noah Baumbach, non parla di violenze subite, o testimoniate. Non parla nemmeno di un mondo maschile istintivamente collocato in una illegittima posizione di superiorità. Il coming of age dalle atmosfere indie ma dal respiro universale firmato dalla Gerwig si concentra piuttosto a inquadrare un’autentica e giovane energia di rivalsa femminile.
La protagonista (una vibrante Saoirse Ronan) che ha rinunciato al suo nome di battesimo Christine per auto-proclamarsi Lady Bird, vive a Sacramento “Il Midwest della California” ma sogna New York. È una studentessa mediocre ma aspira alle migliori università dell’East Coast. E nella ribelle leggerezza alla conquista di un posto davvero suo, attraverso gli affanni di una famiglia della middle class, i perimetri di una scuola iper-cattolica, e i volteggi emotivi delle prime istanze amorose, Lady Bird è un ritratto di donna che non scende mai a compromessi.

Il Calendario Pirelli 2026 e il diritto delle donne di non essere un numero
Il Calendario Pirelli 2026 riporta in scena undici donne, molte over 40, senza farne eccezione. Ma la narrativa mediatica continua a trattare l’età come notizia. È anche questa una forma di violenza contro le donne. di Giusy Dal Pos
I diritti di una femminilità moderna
Idea veicolata anche da alcune precise scelte musicali, Alanis Morisette e Dave Matthews Band in primis, a segnare alcuni passaggi decisivi di questa delicata storia di formazione. Lasciandosi alle spalle l’aridità concettuale propagata dalla provincia americana, il film della Gerwig insegue infatti la proiezione di una femminilità moderna, irriducibilmente consapevole del proprio io e dei propri propositi. La ballata romantica di un’adolescenza tumultuosa animata da una sana voglia di essere viva, e rivelarsi nella propria auto-determinazione femminile. A partire proprio da quel nome, Lady Bird, che coniuga il suo essere femminile con l’escapismo insito nella capacità di volare.
La ragazza di ghiaccio: l’adolescenza come terreno di violenza
“Le persone taciturne spesso hanno le menti più rumorose” (Veerle Baetens). È un debutto alla regia dirompente quello dell’attrice e ora anche promettente regista belga Veerle Baetens. Adattamento del best seller di Lize Spit, La ragazza di ghiaccio è un gelido scavo in quell’adolescenza crudele che vive di famiglie disfunzionali, assenza di solidi riferimenti adulti, e smarrimento infantile. Un coming of age duro e violento, che si sviluppa attraverso il giudizio dei corpi (votati con feroce freddezza dai coetanei), poi marcati nel loro abuso prima psicologico e poi fisico. Nella subdola roulette russa del denudarsi, e nel distruttivo gioco di ricatto e potere del più forte, di chi ha il corpo più ambito da dare in pasto al branco.

Un film millimetrico con al centro una vendetta manicale
Nella brutale allegoria di quel cubo di ghiaccio che diventa gelida lastra in cui svanire, la storia della superba protagonista Eva (Charlotte De Bruyne) si muove lungo due tempi. Quello di un presente in cui relazionarsi è diventato (per lei) impossibile. E quello di un passato in cui il trauma ha generato una cesura netta con il futuro che sarà. A creare un rigido spartiacque tanto concettuale quanto narrativo. Qui, come in una donna promettente, la vendetta cova nel dolore di un vissuto e si consuma maniacale, curata e analizzata in ogni suo dettaglio, per poi rivelarsi ad anni di distanza di fronte a carnefici oramai ignari, e in qualche modo inermi.
Un dramma che in entrambi i film, iperrealista il primo e di un realismo marmoreo il secondo, si cristallizza nel sacrificio ultimo offerto in favore di eventi di brutale violenza che hanno segnato per sempre la vita delle protagoniste. Perché la violenza contro le donne arriva spesso dalla società, ma non sempre come ce la aspettiamo.
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