Un ex convento del Cinquecento, un giardino a picco sul Tirreno e il primo ristorante di Tropea nella Guida Michelin. Villa Paola è uno di quei posti che cambiano l’idea che hai di una regione.
Tropea è una delle destinazioni più fotografate del Mezzogiorno. Il centro storico sul promontorio, il mare color smeraldo, la spiaggia della Rocca: sono immagini che circolano da anni e che hanno trasformato questo borgo calabrese in una meta internazionale. E a cinque minuti a piedi da quel lungomare, esiste un luogo che conferma – se mai ci fosse necessità – quelle aspettative. E che racconta una storia molto antica e coinvolgente.
Quel luogo è Villa Paola: un ex convento fondato nel XVI secolo dall’Ordine dei Frati Minimi, oggi trasformato in un boutique hotel con quattordici camere e un ristorante: De’ Minimi. Fu proprio questo ristorante, nel 2023, a diventare il primo di Tropea a essere inserito nella Guida Michelin. Naturalmente non è un caso che si chiami come i frati che abitarono questo posto per secoli. Né che la loro eredità sia ancora leggibile, in modo sorprendentemente diretto, nei piatti che arrivano in tavola ogni sera.

Una storia lunga cinque secoli, tra convento, concerie e dimora nobiliare
Per capire cosa sia Villa Paola oggi, vale la pena ripercorrere brevemente cosa è stata. Le origini si intrecciano con la figura di San Francesco da Paola, il più noto dei santi calabresi, fondatore dell’Ordine dei Minimi e patrono della Calabria. Secondo la tradizione fu lui stesso, di passaggio a Tropea nel 1464, a indicare il sito dove costruire il santuario a lui dedicato: un piccolo promontorio a strapiombo sul Tirreno, con una vista sulla Costa degli Dei che non è cambiata nel tempo. Il convento che sorse accanto al santuario ospitò i frati per secoli, diventando uno dei centri religiosi più importanti della costa tirrenica calabrese.
La storia conventuale, però, si interruppe nell’Ottocento, quando l’edificio cambiò radicalmente destinazione d’uso: prima stabilimento per la lavorazione delle pelli, poi dimora nobiliare privata. Fu soltanto con il restauro del 2008 che Villa Paola tornò ad aprirsi all’ospitalità, nella sua forma attuale di boutique hotel. Le dodici camere conservano i caratteri dell’architettura conventuale originale, soffitti alti, pavimenti in cotto calabrese. Arredi che scelgono il contemporaneo senza rinunciare alla memoria del luogo. L’effetto, entrando dal portone che dà sul chiostro originale, è quello di un silenzio inaspettato: il rumore del borgo resta fuori.

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Il giardino a sette terrazze e l’orto biologico: la cucina parte da qui
Oltre alle camere e al chiostro, dai lavori di restauro sono rimasti intatti i giardini terrazzati che scendono dalla villa verso il mare in sette livelli. Bouganville, gelsomino, agrumi, palme e un pino marittimo secolare popolano questi spazi, che nella bella stagione profumano fino alle finestre. In fondo al giardino, quasi sulla scogliera, la piscina a sfioro guarda il Tirreno e il profilo del borgo antico di Tropea. La villa apre il momento dell’aperitivo serale anche agli ospiti esterni, proprio per permettere di fruire di questo spazio straordinario anche senza fermarsi a dormire.
Scendendo ancora oltre la piscina, all’estremità più bassa del giardino, si trovano gli orti biologici della tenuta. Tremila metri quadrati coltivati con le verdure, gli agrumi e le erbe aromatiche che ogni sera entrano in cucina. Cipolla rossa di Tropea IGP, pomodori, melanzane, peperoni, piselli, cavolfiori. Un orto vero, non un dettaglio ornamentale, non un argomento di marketing. Ma un punto di partenza materiale e concreto di tutto il progetto gastronomico del De’ Minimi, e la continuazione diretta di una pratica che i frati di questo convento conoscevano bene.

La regola dei Minimi e le radici antiche della dieta mediterranea
Proprio qui sta il filo conduttore che lega la storia del luogo alla cucina di oggi. San Francesco da Paola codificò per i suoi frati una dieta che, con il senno di poi, potremmo definire mediterranea ante litteram: pesce, verdura, legumi e cereali, con l’esclusione totale della carne. Una regola di strettissimo magro che il Santo osservò per tutta la vita, morendo a novantuno anni in un’epoca in cui la vita media si fermava a trenta. Non fu un capriccio ascetico: fu un sistema alimentare ragionato, radicato nel territorio e nei suoi prodotti.
Quella regola, nel ristorante che porta il nome di quei frati, non è rimasta appesa ai muri come citazione d’arredo. È diventata la bussola filosofica della cucina: un riferimento preciso, non nostalgico, che lo chef rilegge attraverso la tecnica contemporanea e i prodotti di un territorio calabrese che si estende dal mare fino all’Aspromonte e al Pollino.

Emanuele Pucci: una cucina calabrese che guarda oltre i confini della regione
A incarnare quella tradizione è lo chef Emanuele Pucci, trent’anni, originario di Aiello Calabro nell’entroterra cosentino. Dopo la formazione all’istituto alberghiero di Cosenza e le prime esperienze in Calabria con Luigi Lepore, si è spostato in Toscana al resort di Castelfalfi con Francesco Ferretti, poi a Milano, da Carlo Cracco. “Hanno lasciato il segno“, dice di quei mesi milanesi, “soprattutto per gli aspetti tecnici e per la visione di cucina“. Nel 2023, quando la proprietà di Villa Paola gli affida la guida del De’ Minimi, il progetto prende forma con una chiarezza insolita per un cuoco della sua età: filiera corta, stagionalità rigorosa, collaborazione strutturata con i produttori locali.
Dal maialino nero alle trote della Sila, dai formaggi prodotti su misura con i casari della Masseria de Tursi e dell’azienda Sant’Anna, fino allo stoccafisso di Mammola, tradizionalmente cibo povero e qui reinterpretato con tecnica. Il risultato è che oggi il novantasei per cento degli ingredienti usati in cucina è di origine calabrese. Il sessanta per cento ha una certificazione biologica e più della metà dei fornitori si trova entro cinquanta chilometri dalla villa. Quando le verdure avanzano, non vengono scartate: Villa Paola è l’unica struttura della zona a collaborare con Too Good To Go, e anche gli scarti di lavorazione diventano jus e fondi. Una coerenza che parte dall’orto e arriva fino al dessert.

La sala del De’ Minimi e i percorsi degustazione 2026
Tutto questo trova il suo compimento in una sala piccola per scelta: una ventina di coperti, tavoli in noce scuro, ceramiche artigianali, poca luce artificiale. Elegante nella sobrietà, senza nulla di ridondante. Sullo sfondo, attraverso un’apertura, si intravede una credenza antica che ricorda, senza insistere, dove ci si trova. L’attenzione del commensale va al piatto quasi naturalmente, come se l’ambiente lo guidasse senza forzarlo.
Per la stagione 2026, Pucci propone quattro percorsi degustazione, tutti costruiti attorno a suggestioni e ricordi d’infanzia che mescolano ricorrenze religiose e pasti in famiglia. Come si usava in Calabria, dove le feste comandate erano spesso gli unici momenti in cui ci si concedeva qualche lusso in più a tavola.
Quattro menù per immergersi nella Calabria più pura
“Miseria e Nobiltà” – cinque portate, 95 euro – lavora sugli ingredienti considerati poveri e li porta in una dimensione inaspettata: dal baccalà con caprino fermentato e trippa di baccalà, alla pasta con quarantadue tuorli e cipolla rossa, fino alla costata di podolica dry aged con mirtilli fermentati. “Di Necessità, Virtù” – sette portate, 115 euro – è il percorso antispreco per eccellenza: il rombo dry aged viene accompagnato dall’olio ricavato dai baccelli dei piselli, nulla si perde, e il dessert finale è un omaggio alle api, con robiola di capra, namelaka al limone e gelato al miele. “La Novena” – nove portate, 130 euro – è il percorso a mano libera dello chef, il più completo e il più fedele alla sua visione. “Hortus Conclusus“, infine, è l’omaggio all’orto e alla tradizione conventuale della coltivazione: un percorso componibile da 5, 7 o 9 portate da scegliere tra le proposte vegetariane.
Tra i piatti che tornano con più frequenza nei ricordi di chi è passato di qui: il risotto Carnaroli Gran Riserva, mandorla fermentata, assenzio arbustivo, jus di verdura; tonno ikejime dry aged, miso nero, foglie di cappero sott’olio, tempeh di legumi; la pasta lunga con quarantadue tuorli e jus di cipolla rossa di Tropea. I piatti arrivano su ceramiche artigianali di foggia irregolare, realizzate appositamente per il ristorante, che contribuiscono a dare a ogni portata il carattere di un pezzo unico.

La carta dei vini: cinque province calabresi, un territorio ancora da scoprire
La stessa logica che guida la cucina si ritrova anche nel calice. La cantina predilige i vini calabresi. Una scelta che ha una motivazione culturale precisa, prima ancora che commerciale. La Calabria vitivinicola è una delle più antiche d’Europa, con radici che risalgono alla Magna Graecia, ma resta ampiamente sconosciuta fuori dai confini regionali. Darle spazio in un contesto gastronomico come questo, significa contribuire al processo di riconoscimento che la regione sta vivendo in questi anni. Un processo di cui fa parte anche il percorso verso la DOC Costa degli Dei. Accanto alle etichette locali, una selezione contenuta di referenze nazionali e internazionali di nicchia, scelte con gli stessi criteri che guidano i piatti: qualità, coerenza, identità.
Dove, Quando, Quanto
Ristorante De’ Minimi | Villa Paola
Aperto dal 2 aprile al 31 ottobre 2026, la sera. Massimo 30 coperti. Prenotazione obbligatoria. Bambini dai 12 anni. C.da Paola, 89861 Tropea (VV) | Tel. +39 0963 62370
Perché vale la visita, anche per chi non è appassionato di fine dining
Villa Paola, in fondo, funziona su più livelli e si presta a letture diverse. Per chi si ferma a dormire, è un’esperienza di ospitalità discreta e curata, lontana dalla retorica del lusso ostentato. Per chi viene solo a cena, il De’ Minimi offre qualcosa di raro: un ristorante con un’idea precisa di cosa fare e perché, che la porta avanti con coerenza stagione dopo stagione. Chi passerà nel tardo pomeriggio, il giardino terrazzato e l’aperitivo al tramonto basteranno da soli a giustificare la deviazione dal percorso.
Al termine della cena, se la serata è quella giusta, capita di finire sulla terrazza panoramica con un bicchiere in mano, a guardare le luci di Tropea e il mare che si scurisce verso il largo. È uno di quegli spazi in cui la storia del luogo si fa sentire senza bisogno di essere raccontata. E in quel momento si capisce che la cucina del De’ Minimi non rincorre l’effetto. Segue una regola, come in convento.
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