Con Una Battaglia dopo l’altra, Anderson firma uno dei suoi film migliori e riesce a cogliere lo spirito dei tempi. Questa America di rivoluzionari e conservatori fa paura. Nel cast Leonardo DiCaprio, Benicio Del Toro e uno Sean Penn da Oscar. In sala dal 25 settembre.
Tra i giovani cinefili di tutto il mondo si è diffuso in questi anni un meme: ritrae Martin Scorsese (ovviamente in bianco e nero, che fa più arte) con le braccia alzate in aria sopra la scritta “absolute cinema”. Ecco: senza ironia, perché il meme è ambivalente e può essere usato anche con significato opposto, possiamo dire che l’ultimo film di Paul Thomas Anderson, Una battaglia dopo l’altra, in sala dal 25 settembre, sia “absolute cinema”.

Lo spirito dei tempi
In rari casi capita infatti che un film non sia soltanto scritto, diretto e interpretato in modo sublime, ma che riesca anche a cogliere perfettamente lo spirito dei tempi. Si può parlare quindi di capolavoro, ma, visto che ormai è una parola che è stata abusata, al punto da perdere valore, ci giochiamo la carta dell’absolute cinema.
Sicuramente Una battaglia dopo l’altra è uno dei film più belli nella carriera già eccellente di Paul Thomas Anderson. Se non vi fidate di noi, prendete per buono l’entusiasmo di uno che sicuramente ne capisce: Steven Spielberg l’ha elogiato, al punto da definirlo il moderno Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick. Non solo: ha ammesso di averlo visto già tre volte. Un endorsement notevolissimo. E in effetti l’ultima opera di PTA si merita lo schermo più grande possibile: è stato girato in VistaVision e le immagini sono incredibili.

Una battaglia dopo l’altra: trama complessa
Ma di cosa parla Una battaglia dopo l’altra? Rispondere non è semplicissimo. È infatti un adattamento molto libero e personale del romanzo Vineland di Thomas Pynchon. Per Anderson è la seconda volta alle prese con un’opera tratta dall’autore: ha infatti portato in sala anche Vizio di forma. Progetto a cui ha lavorato per almeno 15 anni, in Una battaglia dopo l’altra ha cambiato moltissime cose, cronologia compresa. Se infatti il testo di partenza si apre nel 1984, all’alba della seconda elezione di Ronald Reagan come presidente degli Stati Uniti, per poi raccontare, attraverso dei flashback, la giovinezza dei protagonisti, rivoluzionari negli anni ’60, qui è tutto spostato temporalmente ai giorni nostri.
È la storia di Bob Ferguson (Leonardo DiCaprio), artificiere di un gruppo di lotta armata per i diritti civili, i French 75: tra le combattenti più agguerrite c’è Perfidia Beverly Hills (un nome che è tutto un programma, interpretata in modo molto fisico da Teyana Taylor), con cui ha una figlia, Willa (Chase Infiniti, altro nome straordinario, soprattutto perché vero, che sicuramente piacerebbe a Tarantino). Per crescere la bambina Bob abbandona la lotta armata e gli esplosivi. Sedici anni dopo, però, il colonnello Steven J. Lockjaw (Sean Penn) li rintraccia.

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L’America di oggi fa paura
La capacità di usare la macchina da presa come se fosse un’estensione delle emozioni dei personaggi non è da tutti. Paul Thomas Anderson con Una battaglia dopo l’altra ha raggiunto il culmine di questa abilità: la sua gestione degli spazi è commovente.
C’è una scena, tra le più belle del 2025, che coinvolge una strada tutta dossi e un inseguimento a tre macchine che riassume l’essenza del film e ci rende chiaro di avere di fronte un artista maturo, completo, purissimo. Capiamo perché Spielberg, che ha esordito con Duel, sia impazzito. Anderson, come un prestigiatore, tiene insieme tanti personaggi, uno più bello dell’altro, diverse linee temporali e luoghi. Per 2 ore e 40 di durata che sono una gioia, adrenalina continua.
A stridere con la bellezza dello sguardo di PTA c’è un’America che fa paura. Ostaggio di paranoia e violenza, in cui sia la parte più conservatrice (e razzista), sia quella che si batte per i diritti delle minoranze sono come in preda a un furore inarrestabile. Il vero potere è di chi impugna le armi. Come in un eterno ritorno, questo ciclo infinito di distruzione sembra impossibile da fermare, o deviare. Soltanto le nuove generazioni possono sperare di cambiare. Ma se sono figlie di questi padri e queste madri sarà davvero difficile per loro avere la forza di essere migliori.
La seconda elezione di Donald Trump, con segnali preoccupanti quali la limitazione della libertà della stampa e la negazione del cambiamento climatico, non fanno ben sperare. Così come l’omicidio di Charlie Kirk: in qualche modo Anderson ha previsto questo clima apocalittico che stiamo vivendo quotidianamente.

Sean Penn è da Oscar
Se DiCaprio crede evidentemente molto nel progetto (ha detto che l’aver rifiutato Boogie Nights 30 anni fa, perché già impegnato con Titanic di James Cameron è il più grande rimpianto della sua carriera), il cast che lo circonda non è da meno. Benicio Del Toro ha un ruolo breve, quello di Sensei Sergio, ma già cult (il suo “ocean waves” è destinato a farsi ricordare a lungo). Teyana Taylor sembra davvero un felino, mentre Chase Infiniti farà strada. Se però dovessimo scommettere su un Oscar, ci sentiamo di dire che potrebbe vincerlo Sean Penn: il suo militare rigidissimo, razzista e però affascinato da tutto ciò che dovrebbe odiare, è la sua interpretazione migliore da tanti anni.
Quindi, come dice Sensei Sergio, abbandonatevi alle onde e andate a vedere in sala Una battaglia dopo l’altra: se anche la bellezza è inutile e destinata a morire, almeno possiamo salutarla con un grandissimo film. Lunga vita all’absolute cinema.
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