Un semplice incidente, ora al cinema, e già premiato a Cannes con la Palma d'Oro 2025, è un film di Jafar Panahi che parla di speranza, vendetta e redenzione
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Un semplice incidente: la speranza secondo Jafar Panahi

In Un semplice incidente, Jafar Panahi firma un film clandestino e necessario, dove la vendetta si trasforma in pietà e la violenza lascia spazio alla speranza. Un viaggio dentro la coscienza di un Paese e di un uomo.

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In Un semplice incidente, Jafar Panahi firma un film clandestino e necessario, dove la vendetta si trasforma in pietà e la violenza lascia spazio alla speranza. Un viaggio dentro la coscienza di un Paese e di un uomo. Ora al cinema.


Teheran, esterno notte. Una famiglia composta da padre, madre e figlia è in viaggio in macchina attraverso il buio della sera. La bambina vuole ascoltare la musica ad alto volume, ma il padre non è d’accordo, e mentre nell’abitacolo si discute la quotidianità famigliare, dal nulla salta fuori un cane che viene fatalmente investito. Un semplice incidente (come indica il titolo del film) che metterà però in contatto due vite con un conto in sospeso.

Una subdola fatalità che aprirà il varco a una serie di accadimenti legati a colpe da espiare, violenze da condannare, mali da vendicare, all’interno di un cerchio del destino ancora tutto da chiudere. Vittima di brutali abusi carcerari, il meccanico Vahid, protagonista del film (insieme agli altri colleghi di prigionia che si andranno ad aggiungere fino a diventare cinque – più il loro carnefice) si ritroveranno insieme a bordo di un furgoncino sgangherato per decidere se, e come, consumare o meno la loro vendetta.

Un semplice incidente: da Cannes al cinema, passando per Roma

Premiato al festival di Cannes, e transitato per la Festa del cinema di Roma (dove il militante Panahi ha ricevuto anche il Premio alla Carriera consegnato da Giuseppe Tornatore), arriva nelle sale il 6 novembre con Lucky Red l’ultimo bellissimo film del regista iraniano, dal titolo Un semplice incidente (It was just an accident). Un film realizzato da Panahi subito dopo essere uscito dalla prigione di Evin, dove è stato recluso dal luglio 2022 al febbraio 2023.

Atto di resistenza e sovversione pacifica, girato in totale clandestinità dal cineasta oppresso e condannato a sei anni di carcere e a venti di proibizione a dirigere, Il semplice incidente di Panahi ritrae attraverso un film minimalista filmato tutto in abitacoli e con una manciata vitale e verace di protagonisti, il circolo vizioso di una violenza che chiama altra violenza. Ma che può essere interrotto.

Un semplice incidente si basa non su una memoria visiva, come spesso capita. È piuttosto un rumore a dare il via all'azione di vendetta
Un semplice incidente, film di Jafar Panahi

Dalla storia personale allo schermo

Panahi, uomo e artista che ha vissuto sulla propria pelle le ingiustizie di autorità repressive, e che è stato costretto a fare del suo cinema un’attività di resistenza clandestina, racconta attraverso questa sua ultima opera come alcune immagini delle violenze subite si fissino nei nostri ricordi scavando nel senso più profondo di un malessere quasi impossibile da eradicare. E nel tassello mnemonico proustiano, tutto il film si costruisce non su un ricordo visivo (le vittime hanno vissuto gli abusi sempre bendate) ma su una precisa rievocazione uditiva. Il cigolio di una protesi alla gamba associato nella mente del protagonista a quell’indimenticabile passo scricchiolante, e a quegli abusi brutali.

Ricordi da cui riemergono vivide la violenza del carnefice e la sua efferata disumanità. E sarà proprio quel ricordo uditivo l’innesco del potenziale di vendetta, da convalidare nel dubbio amletico di una ricostruzione che andrà aggiungendo grazie ai vari personaggi il ricordo legato ad altri sensi, come la memoria olfattiva nell’odore del sudore, quella uditiva di una voce impossibile da dimenticare, e quella tattile nel profilo di una gamba che una delle vittime era stata costretta a palpare.

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Il nerbo di una resistenza etica

Eppure, aggirando il male che si specchia nella desertificazione del territorio in cui si muove, e che diventa padrone della scena rivelandosi sotto forma di violenze fisiche, psicologiche, stupri, umiliazioni, Panahi svela la luce tenue di una resistenza etica e antropica che trasfigura la violenza in umanità, mutando il nero del male nel bianco della speranza. E il sangue della violenza nel tenue riverbero rosso di un finale da antologia, in cui i fari del furgoncino sono l’unica luce a illuminare il confronto finale tra la vittima e il suo carnefice, l’urlo disperato di un torto da sfogare e un uomo che preferisce morire da martire piuttosto che vivere nel giusto.

Parlando allegoricamente e realmente del suo Iran trasfigurato, Panahi (ci) rivela come la pietas umana e il valore del cambiamento possano in qualche modo virare la violenza in benevolenza. E il sopruso in solidarietà. Dinamica che nel film si esercita tramite la forza prorompente del protagonista che sarà in grado di mutare il proposito di vendetta e rendersi utile nei confronti del proprio aguzzino. Psicologicamente brutale eppure poetico nei valori che sottende, radicalizza lo sguardo dell’oppressione, rimettendo in moto un destino legato alla morale del fa’ la cosa giusta. Invertendo la rotta dei valori, il regista disvela la lezione dell’odio diffondendola al mondo – a mezzo del suo cinema sempre (con)centrato e potente – come speranza ultima d’amore.

Jafar Panahi è stato costretto a girare in totale clandestinità il suo ultimo film
Jafar Panahi

Il cinema necessario di Jafar Panahi

“Io non comprendo l’accusa di oscenità diretta ai classici della storia dei film, né capisco il crimine di cui sono accusato. Se queste accuse sono vere, voi non state mettendo sotto processo solo noi ma il cinema iraniano socialmente impegnato, umanistico e artistico. Un cinema che prova a stare aldilà del bene e del male, un cinema che non giudica, né si arrende al potere o ai soldi ma prova a riflettere onestamente un’immagine realistica della società”. E in queste parole rese da Panahi, di fronte alle accuse a suo carico e in difesa del suo operato, vive tutta l’assurda congettura del crimine che gli si ascrive.

Piani stretti, strade immersive e lande desolate da esplorare scrupolosamente, una regia che scruta, osserva e poi entra nel dettaglio delle sue storie tra clacson, motori e suoni della strada, facendoci vivere un realismo palpabile. Una manciata di elementi cardine che danno forma a un cinema simbolico e fieramente necessario. Perché Jafar Panahi raffigura il suo Iran in una maniera diretta e incisiva, totalmente priva di orpelli visivi o concettuali, con una voce talmente espressiva da diventare subito autorevole.

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La nouvelle vague iraniana

È proprio questo suo essere esponente sincero di una società con molte luci ma troppe ombre, inscritto in quello stile realista da Nouvelle Vague iraniana, ad averlo esposto e fatto perseguire da un regime che non ammette la diversità (e pluralità) di voce. La sua parola scomoda, però, braccata dal fondamentalismo in ogni angolo remoto della sua fine creatività, è ciò che lo ha anche consacrato maestro di verità. Ed esempio da seguire, con premi e onorificenze raccolti in oltre venti anni di carriera dai maggiori festival internazionali.

Camera d’Or a Cannes nel 1995 per il poetico Il palloncino bianco, Leone d’Oro a Venezia nel 2000 per il bellissimo spaccato femminile de Il cerchio, Orso d’Oro a Berlino nel 2015 per il militante Taxi Teheran e ancora Palma D’Oro con quest’ultimo Un semplice incidente a Cannes 2025. Jafar Panahi ha decontestualizzato il regime portando in giro per il mondo su taxi e mezzi di fortuna la luce vera del suo Iran, fortemente contaminato da un senso unico e contagioso di vita e libertà. Una vocazione indiscussa alla pace dei sensi e dei sentimenti è proprio ciò che anima anche questo suo ultimo film-capolavoro.

Qui il tragitto di Revenge movie muta poco alla volta in una lacerante parabola di accettazione e perdono umani. Difficili da immaginare, quasi impossibili da attualizzare. Per un altro splendido capitolo firmato da un autore esemplare che, nonostante tutto, riesce ancora a dare voce e vita a un cinema bellissimo e fondamentale, trainato da un sentimento universale d’amore e dalla potenza del suo non volersi piegare alle ottuse coercizioni del mondo.

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Scritto da
Elena Pedoto

Da avida lettrice ad accanita consumatrice di cinema d’autore il passo è stato breve. Ha trascorso gli ultimi quindici anni a rincorrere a perdifiato film, autori e festival di cinema internazionale, e ha trovato il suo habitat ideale in quel della costa azzurra, nei meandri del Festival di Cannes. Attualmente si divide tra il lavoro di mamma e quello di freelance, cercando ostinatamente di non perdere di vista nessuna delle due “mission”.

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