Toy Story 5 torna a interrogarsi sul rapporto tra bambini e giocattoli. Woody, Buzz e Jessie entrano in un mondo in cui anche l’infanzia passa dal wi-fi. Pixar però non si ferma al passato e racconta la fantasia come spazio vivo, capace di tenere insieme memoria, emozioni e futuro.
Cos’è un gioco e cosa rappresenta nella crescita di un bambino? Quale impatto può avere nello sviluppo relazionale ed emotivo di una vita che si forma? In tempi “non sospetti” (1995) Toy Story s’interessava e rispondeva a questa domanda segnando il successo di una storia che per la prima volta portava sotto la luce di proscenio il mondo senziente dei giocattoli. In una narrazione che mescolava abilmente azione e sentimenti, sottilmente legati al precario status dei giocattoli nella loro facoltà di essere scelti o meno, di essere più o meno importanti nel cuore e nella vita del proprio padroncino.
Oggi, a distanza di 30 anni, in un mondo stravolto dall’avvento dell’AI che si profila a un tempo seducente e inquietante, Toy Story 5 torna alla carica con una nuova riflessione declinata ai nostri tempi moderni, spostando la domanda un po’ più in là. Ora che, volenti o nolenti, la tecnologia prevale nel nostro quotidiano, anche nel mondo dei bambini un tablet fa sempre più breccia di un iconico cowboy con cappello e cinturone? La risposta è racchiusa in quest’ultimo attesissimo titolo di casa Pixar, in uscita il 18 giugno, scritto e diretto da Andrew Stanton in collaborazione con Kenna Harris.
Toy Story 5: la riscossa dell’analogico
In questo nuovo capitolo, che riesce ad ammodernare il franchise tirando in ballo tanti nuovi elementi, la storia segue la piccola Bonnie nelle sue difficoltà relazionali, l’arrivo della turbolenta Lilypad (un tablet a forma di ranocchia che risponde proattiva a ogni richiesta), ma anche gli storici personaggi alle prese con un nuovo mondo sempre più travolgente, nel risvolto della drammatica proiezione di un pensionamento indotto dall’epidemia del digitale.
Dopo aver salutato padroncini cresciuti, attraversato asili caotici, sventato lo spauracchio della discarica o del baule dei vecchi giochi, l’imbolsito Woody, la sempre esuberante Jessie a cavallo del prode Bullseye, e il vulcanico Buzz Lightyear doppiato da una battagliera schiera di cloni in cerca del “comando stellare”, si ritroveranno così all’interno di un’avventura nuova di zecca che segna la conoscenza dei nuovi protagonisti tecnologici, ma anche un ritorno tra vecchi amici nel nome delle storiche avventure. Una riscossa dell’analogico in cui passato e futuro cercano di trovare un punto d’incontro e convivere tanto a livello concettuale quanto dal punto di vista pratico.

Un’ode alla fantasia e ai legami del reale
E nei meandri di un mondo futuristico in cui la tecnologia ha preso il sopravvento su tutto e dove termini come download, connessione e hotspot sono diventati di dominio pubblico, Toy Story 5 torna alle origini ripartendo dal valore di un’emozione, di una memoria, di un legame sincero capace di andare oltre la superficialità dell’esser virtualmente connessi. Così la storia della timida Bonnie, che fatica a entrare in relazione con i suoi coetanei già digitalmente alienati, rifugiandosi per forza di cose nella sicurezza virtuale della sua nuova amica Lilypad, si fa elemento concreto per riflettere sul contrasto tra passato e futuro. Tra passatempo e gioco del reale, tra ciò che ci distrae e ciò che invece ci concentra a tal punto da farci volare con la fantasia.
Tra nostalgia ed emozioni che resistono al tempo
Perché se nella modifica spazio/temporale imposta dal mondo iper-digitale moderno ogni attività e impegno possono essere condensati in un piccolo computerino portatile, l’emozione e la resistenza al tempo di un rapporto vero, sono ancora capaci di saltare le colonne d’ercole dell’estemporaneo e puntare a un fatidico “per sempre”. Un matrimonio che questo quinto film mette in scena sia giocosamente (con i protagonisti che continuano tra loro a litigare, confrontarsi, dichiararsi e anche convolare a nozze) sia realmente, indicando come vitali quei legami che nel tempo si rivelano in grado di confortarci, supportarci, e amarci per quello che siamo davvero. Una dedica che il film Pixar ci tiene a esplicitare in tutto il suo valore ispiratore.
Un iter dunque nostalgico racchiuso in una saga sempre affascinante anche dal punto di vista visivo, che qui spicca per l’elevata qualità del comparto grafico a rendere ogni movimento fluido e in sincrono con ogni personaggio in scena. Dinamica visiva che si arricchisce anche di molte accelerazioni inclusa una nutrita presenza di quadrupedi galoppanti, e che poi confluisce nel passo lento della ricerca di legami stabili e fondanti. Legami la cui sola memoria può rievocare un riferimento temporale di felicità. Come il nome di un figlio scelto in onore di uno storico gioco del cuore o una passione che nel tempo muta e si trasforma pur mantenendo intatta la capacità di generare lo stesso influsso positivo degli anni infantili.

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La fantasia e le emozioni della crescita
E nel ponte di contatto che qui vede Pete Docter nel ruolo supervisionale di produttore esecutivo,
ritroviamo forte proprio quella componente emozionale già sviscerata in film di assoluto riferimento come Inside Out. Attraverso Bonnie, la sua timidezza e l’ansia di non riuscire a instaurare rapporti d’amicizia, si scoperchia infatti il vaso di pandora dei fantasmi delle emozioni più adulte. Fragilità diffuse e quella paura di non sentirsi all’altezza, già egregiamente raccontate in altri titoli recenti, tornano a fare capolino anche qui, valorizzando ancora una volta quelle che sono le componenti meno immediate ma comunque estremamente formative del percorso di maturazione.
Un focus che giunti oramai al quinto film era necessario per portare la riflessione sul rapportobambino/gioco a un livello più profondo e anche più strutturato. E che trova conforto proprio in quella chiave di lettura di un’affinità elettiva (incarnata dalla dolce e solare Blaze) in grado di allentare il senso di solitudine e alienamento indotti da un mondo che fatica a “vederci” per quello che siamo.
Toy Story 5 guarda – e parla – a chi eravamo
Nostalgicamente parlando, Toy Story 5 racconta il futuro con sguardo ancorato al passato, senza
perdere di vista chi siamo né chi eravamo. Non per opporsi al progresso, ma piuttosto per accompagnarlo tenendo bene le redini dei valori che ne devono indicare la via ed evitare il cortocircuito. L’amore per l’analogico è dunque la concretezza di una riscossa che passa (anche) per gli antesignani dei nostri tablet o per una obsoleta collezione di cavallini in plastica. Un modo semplice per affrontare un universo sempre più articolato, sfaccettato, frammentario, dove oltrepassare gli schermi e intercettare il mondo tangibile e la stabilità dei sentimenti diventa ogni giorno più arduo.
Perché se è vero che oggi un bambino a tre anni è già in grado di maneggiare un dispositivo digitale e “scrollare” contenuti su uno smartphone, come è anche vero che quasi tutte le attività adulte passano inesorabilmente da uno schermo, è altrettanto vero che per trascendere la complessità del reale non c’è nulla di più concreto e rivoluzionario del trait d’union tra fantasia e creatività.

La fantasia come strumento per affrontare la realtà
Strumenti che lungo il corso della vita diventano via via sempre più vitali per superare i momenti di impasse e smarrimento. Senza considerare che la capacità tecnologica di rispondere a ogni nostra esigenza è comunque subordinata al nostro ingegno e alla nostra abilità di guardare oltre l’orizzonte noto e pensare fuori dagli schemi. Capacità che solo l’allenamento infantile e l’immersione nel pragmatismo possono agevolare. E ancora una volta, tra preamboli concettuali e voli pindarici dell’inventiva, il cuore del film punta a fotografare la vera anima dei giocattoli. Che poi è lo specchio della nostra instabile anima umana.
Al netto di un iter narrativo che qui ammoderna discorsi già affrontati, il cuore pulsante di Toy Story 5 resta la rassicurante sensazione di ritrovare intatta la grande capacità di questa saga di entrare in connessione con il lato più profondo del sentire, anche dall’inusuale punto di vista dei giocattoli. Protagonisti che proprio come nei film precedenti acquisiscono una tridimensionalità sempre più umana fino a diventare amici cari con cui empatizzare davvero e nel profondo. Una carrellata agrodolce di capisaldi e verità sfuggenti, divertenti e a tratti perfino commoventi, che Toy Story (5) centra e restituisce con la solita poetica lucidità.
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