Toy Story, il capolavoro Pixar che ha cambiato la storia del cinema di animazione, ha raggiunto un compleanno importante. Il trentennale riporta al cinema, dal 20 al 25 settembre, questa pellicola unica.
Capolavoro del cinema d’animazione targato Pixar nonché prodotto ispiratore per generazioni a venire, quest’anno Toy Story – Il mondo dei giocattoli festeggia i suoi trent’anni di vita e torna in sala per un evento eccezionale (dal 20 al 25 settembre). In attesa del sospirato quinto film che dovrebbe arrivare nell’estate del 2026.
Uscito nel lontano e analogico 1995, il film diretto da John Lasseter (su brillante sceneggiatura di Joss Whedon, Andrew Stanton, Joel Cohen, Alec Sokolow) è stato davvero un prodotto rivoluzionario. Vero apripista dell’era digitale. Si tratta infatti del primo film interamente girato in CGI, elemento cardine che ha fatto guadagnare a Lasseter un Oscar Special Achievement Award nel 1996. E guidato alla ribalta gli audaci creatori della Pixar Animation Studios. Eppure, la portata rivoluzionaria di questa “Storia dei giocattoli” ispirata ai due pupazzi preferiti da John Lasseter bambino, poi mutati nei vivaci protagonisti Woody (nell’iconica voce italiana al doppiaggio di Fabrizio Frizzi) e Buzz, non si ferma certamente al lato visivo o tecnico.
Toy Story: un’ode all’infanzia
A rendere davvero unica la narrazione in chiave balocchi per bambini è infatti la visione d’insieme con cui gli autori hanno saputo tratteggiare una prospettiva divertente e nostalgica per raccontare cosa voglia dire essere un gioco. E cosa quest’ultimo possa rappresentare nella vita di un bimbo. Tappe e fasi esistenziali, ben scandite nella consecutio narrativa dei vari film, che s’avvicendano con l’alternarsi dei giochi, che in tenera età cambiano il loro appeal nell’arco di una stagione se non meno.
Tematica ancora più calda e veritiera in tempi di iper-consumismo odierno. Ma pur sempre controbilanciata dalla forza di legami che si attestano indispensabili per la crescita, e nella costruzione caratteriale ed emotiva di ognuno di noi, come ci ha raccontato più di recente anche l’altro capolavoro Inside Out. L’immagine toccante di quel baule del tempo negletto che racchiude alcuni dei nostri passatempo feticcio in stile copertina di Linus e che, con il passare degli anni, sono rimasti relegati in qualche garage o cantina, assieme a tutti gli oggetti di cui non abbiamo più avuto bisogno.

L’anima dei giochi
Toy Story ci presenta dunque una realtà del tutto nuova e innovativa (per l’epoca), con giocattoli parlanti e senzienti, dotati di una loro anima e un loro libero arbitrio. T-Rex, pistole, cani a molla, soldatini, bamboline di porcellana e salvadanai-maiale intenti a fare riunioni e a discutere delle loro sorti, conseguenza delle scelte di gioco del loro padroncino Andy, a cui sono tutti inesorabilmente legati. A capo della folle squadra uno sceriffo rimasto orfano della sua collezione di riferimento, e un nuovo accessoriato space ranger – Buzz Lightyear -. Ovvero colui che al grido di “Verso l’infinito e oltre” entrerà nella stanza dei giochi come temibile rivale a contendersi il ruolo di giocattolo preferito di Andy (nell’arco del primo film) per poi trasformarsi invece in un solido e leale amico di avventure (durante i successivi capitoli).
La poesia senza tempo dell’amicizia
Baluardi e avamposti dell’amicizia senza tempo che ci lega in maniera eterna ai nostri giochi d’infanzia, facendoci entrare in simbiosi con il punto di vista del gioco, delineato nell’angoscia e nel terrore di essere surclassato o rimpiazzato da un momento all’altro. Dal tempo che passa ma anche dal nuovo che incombe. Motivo per cui nel terzo capitolo di Toy Story, con un Andy adolescente diciassettenne in procinto di andare al college, per il divertente e fracassone gruppo di amici si profila all’orizzonte un’altra nuova temibile avventura di precoce “pensionamento”.

Tra il doppio bivio e spauracchio di finire nella spazzatura o tra i reietti della polverosa cantina, i giochi si ritroveranno poi inopinatamente nel chiassoso e affollato asilo Sunnyside. Un luogo nuovo dove, messe presto da parte le speranze di un paradiso magico dove restare operativi a oltranza e reinventarsi con il ricambio generazionale, in qualità di ultimi arrivati dovranno invece affrontare lo spirito anarchico e il “nonnismo” dei giochi più “anziani” da un lato e il gioco al massacro della classe dei piccoli dall’altro. Una dimensione non esattamente idilliaca che li condurrà a pianificare “La grande fuga”. Ancora una volta, per uscire dall’impasse e ricongiungersi con il loro Andy, dovranno far fronte comune e aggrapparsi a quella solidarietà che significa amicizia.
“Hai un amico in me”
Amicizia che, come prevedibile, è il pilastro portante di questa storia dove ogni sfumatura delle avventure esplorate fa sempre capo alla fedeltà. E alla necessità di restare uniti per tornare al loro amico del cuore e vocazionale Andy. In barba al passare del tempo, agli anni che passano, e alla possibilità o meno di restare relegati nel baule degli “amici che furono”. Eppure, nel grande crocevia del terzo film in cui si prospetta la promozione al “college” o il tragico epilogo della “discarica”, i giochi dovranno poi riconciliarsi con la loro essenza, in linea con la presa di coscienza del loro Andy, e riassestarsi a un nuovo presente.

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L’arrivo di Forky
Dovranno avere il coraggio di lasciar andare il tempo passato perché si radichi forte nei ricordi e vada a costruire le solide basi degli adulti che verranno. “Hai un amico in me” canta Riccardo Cocciante nella versione italiana del film, note e parole che fanno da traino emotivo a concettuale al franchise di Toy Story nel suo complesso. Che indicano come il gioco di per sé oggetto in plastica potenzialmente usa e getta diventi poi punto di riferimento e porto franco dello stato di crescita. Il tutto all’interno di un quadro narrativo dinamico, sfaccettato e commovente che vive poi nel quarto film il vento di cambiamento di una nuova vita, con nuove regole, nuove sfide e nuovi personaggi.
Sotto la guida della nuova padroncina Bonnie e con l’arrivo del gioco/non-gioco artigianale Forky e di un altro “nemico” concettuale che porta il nome di Antiquariato Second Chance, il quarto capitolo riesce a dare una diversa connotazione temporale ed esistenziale all’intero gruppo di amici. Un’ulteriore svolta narrativa in cui scopriamo che i giochi oltre a essere senzienti, sono anche dotati di una lucina della coscienza che li spinge a fare ciò che è giusto.

In attesa del 5 film
E mentre festeggiamo, con dilagante nostalgia o rinnovata sorpresa, i 30 anni del capostipite della saga, facendo i conti anche con il (nostro) tempo andato, sale anche l’attesa per quel quinto film che vedremo in corso di 2026. E che potrebbe anche non essere l’ultimo. Ma che sarà senz’altro un nuovo balzo avanti nel futuro, con l’avvento di altri giochi che andranno a segnare ancora di più il contrasto tra giochi classici e giochi innovativi. Pete Docter ha infatti già anticipato che ritroveremo il simpatico Forky, ma che faremo anche la conoscenza di una new entry di nome Lily Pad, sorta di tablet destinato ai più piccoli. Entrerà nella grande squadra per dare l’ennesimo tocco di modernità al concept Toy Story e riportare in auge l’annoso incontro/scontro tra analogico e digitale.
Tempo che passa e stagioni che si rincorrono e si sovrappongono senza soluzione di continuità, attraverso le quali osserviamo intere generazioni di bambini trasformarsi in adulti e lasciare il passo ai “nuovi” bambini. Un ciclo esistenziale che si riproduce anche, materialmente, attraverso i giochi e il loro doversi sempre reinventare. In nuovi spazi, con nuovi amici o nuovi padroncini. Sempre in cerca di qualche bimbo più solo, o bisognoso, da rallegrare. Ciclicità che rivelano la vita nel suo essere ma soprattutto nel suo fluire, raccordando ad altezza bambina e alla dimensione gioco, tutto ciò che (ci) resta anche quando arriva il tempo di voltare pagina e andare via. Almeno per un po’.
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