Tommaso Zorzi firma Pina 1930, collezione di oggetti per la casa e la tavola
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Tommaso Zorzi a tutto tondo: «Pina 1930, la tv, e la famiglia che voglio costruire»

Intervista al conduttore di Turisti per Case: il suo nuovo progetto, il rapporto con il pubblico e il cerchio che ancora deve chiudere.

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Si chiamava Giuseppina. Era nata nel 1930. E quando se n’è andata, suo nipote Tommaso ha fatto quello che sanno fare in pochi: ha trasformato il dolore in qualcosa di concreto, di bello, di utile. Lo ha chiamato Pina 1930. Ed è una collezione per la tavola che racconta molto più di quanto sembri. Non è una linea di prodotti. O meglio, lo è anche. Ma prima di tutto è un omaggio.

Chi è Tommaso Zorzi

Per capire Pina 1930 bisogna capire Tommaso Zorzi. Ed è una persona difficile da mettere in una sola categoria. Influencer, sì. Conduttore televisivo, certo. Ma soprattutto una voce generazionale. Quella dei millennial cresciuti con l’incertezza come compagna di vita e con i social come specchio quotidiano.

Da cinque anni è il volto di Realtime, la rete che lo ha accolto e che lui definisce senza mezzi termini come la realtà televisiva più generosa che abbia incontrato. Prima con Cortesie per gli ospiti, dove nei panni di giudice ha affinato nel tempo una sensibilità per l’accoglienza e il dettaglio che non è mai stata solo televisiva. Adesso con Turisti per Case, la sua seconda stagione su Realtime partita il 6 maggio 2026, in cui viaggia per l’Italia insieme agli agenti immobiliari Ida Di Filippo e Gianluca Torre alla ricerca della casa vacanza ideale, valutando strutture, ospitalità, design e posizione.

Tommaso Zorzi con gli altri conduttori di Turisti per Case, sempre per Real Time
Tommaso Zorzi con Ida Di Filippo e Gianluca Torre, gli altri conduttori di Turisti per Case

Il filo che unisce la tv a Pina 1930

Non è un caso che i suoi programmi ruotino sempre attorno alla stessa domanda: cosa rende un posto un luogo in cui si sta bene? È la stessa domanda che ha fatto nascere Pina 1930. Solo che lì la risposta era già scritta, e aveva il nome di sua nonna. Quando la gente lo incontra per strada lo tratta come un amico. Lui stesso lo sa, e lo dice con una consapevolezza che non è vanità.

«Credo di avere, specialmente con la mia generazione, sempre avuto un modo molto genuino di rivolgermi alle persone. Siamo una delle generazioni più sfortunate della storia, a livello di eventi che abbiamo subito. L’incertezza regna sovrana. Quindi avere un modo di guardare al passato con un sorriso, e di alleviare un po’ le preoccupazioni del futuro, questo può essere un modo decente per andare avanti». È quella combinazione che funziona. Lo snobismo simpatico di chi sa le cose e la genuinità di chi non se ne vanta troppo. Un equilibrio raro, e lui lo gestisce con una disinvoltura che sembra naturale, anche quando non lo è.


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Pina 1930: una nonna, una tavola, un’idea

Pina 1930 nasce da una necessità. Non da un piano editoriale, non da una strategia commerciale. Da un bisogno, appunto. Quello di stare ancora vicino a qualcuno che non c’è più. «Volevo essere vicino a mia nonna anche dopo che non c’era più. Trovare un modo per fare qualcosa attraverso il suo ricordo. E la cosa che più mi ricordava di lei era sicuramente la tavola. Era il luogo in cui ci riunivamo tutti per stare insieme».

Metà della sua famiglia è emiliana. Lo dice subito, come risposta automatica alla domanda sulla sua passione per il cibo. E quella risposta dice già tutto. In Emilia la tavola non è mai stata solo un posto dove mangiare. È il centro della casa. Il luogo dove si prendono le decisioni, si raccontano le storie, si litiga e ci si riconcilia. È dove succede la famiglia. Zorzi questo lo sa dalla pancia, non dai libri. E Pina 1930 è la traduzione concreta di quella consapevolezza in oggetti che chiunque può mettere sulla propria tavola. «Quando ho pensato a questo progetto», ha raccontato, «non volevo creare semplicemente dei piatti belli da apparecchiare. Volevo riportare quella sensazione. Perché apparecchiare è un gesto molto più poetico di quanto pensiamo».

La prima collezione di Pina 1930
La prima collezione di Pina 1930 by Tommaso Zorzi

La collezione Favola: favole, Futurismo e il peso di un piatto in mano

La collezione si chiama Favola e porta in scena i personaggi che le nonne raccontavano ai nipoti prima di dormire. Pinocchio, Cappuccetto Rosso, Hansel e Gretel, il Gatto con gli Stivali. Personaggi che appartengono a una memoria collettiva profonda, quella di chi è cresciuto con la voce di qualcuno che amava accanto. Ma Zorzi non ha voluto fare qualcosa di semplicemente nostalgico. Ha preso quei personaggi e li ha riletti attraverso il Futurismo degli anni Trenta, in particolare attraverso l’estetica di Fortunato Depero, il pittore e designer trentino che meglio di chiunque altro ha saputo trasformare la geometria in racconto.

Il risultato è qualcosa che si capisce meglio tenendo un piatto in mano che descrivendolo a parole. C’è il calore della favola e la pulizia del segno grafico. C’è qualcosa di familiare e qualcosa di nuovo, insieme, nello stesso oggetto. «Prendendo questi due elementi li ho uniti per creare dei disegni che mi riportassero sia al mondo delle favole sia a una chiave visiva contemporanea. Sono piatti da adulti, non per bambini».

Le grafiche delle ceramiche di Pina 1930 ripercorrono i personaggi delle favole nell'estetica futurista di Depero
Le grafiche delle ceramiche di Pina 1930 sono firmate da Nicola Vigna

Cosa comprende la collezione

A tradurre questa visione in grafica è Nicola Vigna, il designer con cui Zorzi collabora su tutta la linea. Piatti piani, fondi e da frutta, un’insalatiera, ciotole e tazzine. E poi il tessile: nove fantasie di tovagliette e tovaglioli che si ispirano alle vecchie cementine con i loro pattern geometrici, tre proposte di canovacci che reinterpretano i motivi delle cucine di una volta. Ogni pezzo racconta qualcosa. Nessuno è lì per riempire uno spazio.

Il prezzo è una scelta di campo

C’è un aspetto di Pina 1930 che Zorzi tiene a precisare con una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni. Il progetto doveva essere accessibile. Non come compromesso, ma come condizione fondante. «La democratizzazione della tavola per me era una condizione senza la quale non l’avrei fatto. Quando mi guardavo intorno e vedevo tovagliette che mi piacevano a 60 o 70 euro l’una, mi sembrava abbastanza proibitivo. Poi uno ne compra 8 o 10. Quindi la mia prerogativa era fare degli oggetti belli, ma assolutamente accessibili. E credo che sia anche un po’ la chiave del successo che abbiamo avuto finora. La gente vede il prodotto, le piace, guarda il prezzo e dice: ok».

Pop, ma non banale. Bello, ma non inaccessibile. In un settore da sempre dominato da grandi player storici, meravigliosi ma intoccabili, Pina 1930 occupa uno spazio che sembrava già pieno e invece era quasi vuoto. Quello di una proposta giovane, con un’identità forte, che non chiede uno sforzo economico eccessivo per portare qualcosa di vero sulla propria tavola.


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Il prodotto più venduto? Quello più caro

Il riscontro ha sorpreso anche lui. E lo ammette senza fingere di averlo previsto dall’inizio. «Il set di piatti sta andando benissimo, e in realtà non lo avrei mai pensato. È il prodotto più caro che abbiamo. Avevo detto: forse saranno quelli di cui venderemo un po’ meno. Invece è quello che va meglio. E questo ci rende molto fieri». La prima volta che ha visto i numeri, racconta, ha capito che non stava vendendo piatti. Stava vendendo un’emozione che evidentemente in molti riconoscevano come propria.

Cosa viene dopo: negozi, ristoranti e novità in autunno

Il progetto, per ora, vive principalmente online. Ma il mercato fisico sta bussando forte. Negozi e ristoranti chiedono di portare Pina 1930 nei loro spazi. L’idea che un ristorante vesta la propria mise en place con questi oggetti non è solo commercialmente interessante. È narrativamente coerente. Portare quella tavola fuori casa significa portare anche la storia che c’è dietro, e farla sedere accanto agli ospiti. «In autunno appariremo anche negli shop fisici, da qualche parte», anticipa Zorzi. «Ora non dico dove, ma ci sarà sicuramente un cambiamento importante anche da questo punto di vista».

Il cerchio da chiudere: la risposta più bella dell’intervista

Verso la fine della conversazione arriva la domanda più personale. Gli chiediamo cosa gli manchi ancora. Quale sia il progetto che vorrebbe realizzare per chiudere davvero un cerchio. La risposta arriva senza esitazioni, e sorprende per la sua semplicità. «Una Famiglia mia, non sarebbe male. A un certo punto ci dovrò pensare, non si può lasciare tutto al cane».

È una battuta. O forse non lo è. Ma sicuramente è Tommaso Zorzi nella sua forma più autentica. Quello che costruisce cose belle per le tavole degli altri, ma sa già benissimo per quale tavola le sta davvero costruendo. Quella che non esiste ancora, ma che ha già in mente. Con le persone giuste attorno. Le risate giuste. E quel senso di pienezza che sua nonna Giuseppina sapeva creare ogni volta che ci si sedeva insieme. Pina 1930, in fondo, è già lì ad aspettarla.

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Scritto da
Francesco Bruno Fadda

Sardo per nascita, italiano per convinzione, battitore libero per natura.
 Giornalista e gastronomo, autore, ghost writer, avvocato mancato - per fortuna! - e cuoco mancato -...ma c’è sempre tempo! -. Vivo e “divoro” il mondo per passione prima che per professione. Quattro i punti deboli: le donne che bevono whisky, i cani, la Mamma e i “Paccheri alla Vittorio”. Poche cose mi irritano come “Gioco di consistenze”, rivisitazione, texture e splendida cornice! Un sogno nel cassetto: vedere “enogastronomia ” quale materia di studio nella scuola dell’obbligo… chissà, magari un giorno! Curatore e Direttore Editoriale Spirito Autoctono Media

2 Comments

  • Tommaso non si smentisce mai. Lo ascolterei e lo leggerei per ore. Ho adottato questo ragazzo ormai da qualche anno e ogni giorno è una conferma. Gli voglio molto bene. Spero che possa realizzare i suoi sogni e con l’ironia e l’autoironia che lo contraddistinguono possa arrivare a chiudere quel famoso cerchio.

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