The Smashing Machine, con Dwayne Jhonson e Emily Blunt per la regia di Benny Safdie ha vinto il premio per la Regia di Venezia 82
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The Smashing Machine adesso al cinema: la storia vera di Mark Kerr e un Dwayne Johnson sorprendente

Dwayne “The Rock” Johnson brilla in un film che racconta la necessità di dover imparare a perdere. Cosa che non fa parte del DNA degli Stati Uniti. Premio alla regia per Venezia 82 a Benny Safdie. In sala il 19 novembre.

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Dwayne “The Rock” Johnson brilla in un film che racconta la necessità di dover imparare a perdere. Cosa che non fa parte del DNA degli Stati Uniti. Premio alla regia per Venezia 82 a Benny Safdie. In sala il 19 novembre.


“Vincere è la sensazione più bella del mondo” dice il Mark Kerr interpretato da Dwayne “The Rock” Johnson. Lo dice con la gioia e l’innocenza che potrebbe avere un bambino, nonostante la massa considerevole. Per lui perdere non è nemmeno concepibile. Ma non è questo il punto: vincere può creare dipendenza. Ed è proprio una storia di rapporti difficili con ciò che all’inizio ci fa bene ma finisce per distruggerci quella di The Smashing Machine

Premio alla Regia per Venezia 82

Il film di Benny Safdie, Premio alla Regia a Venezia 82 e nelle sale italiane dal 19 novembre, ci racconta l’incapacità di saper accettare la sconfitta del popolo americano, grazie a una fotografia, piena di calore e affetto, di un personaggio che è stato un pioniere nel suo campo. Oggi le star dell’MMA sono milionarie, Mark Kerr invece, prima di questo film, era poco ricordato. Tra anni ’90 e inizio 2000 ha infatti partecipato a diversi tornei, soprattutto in Giappone, quando le regole di questo sport si stavano ancora definendo. E per un lungo periodo non ha mai perso.

Benny Safdie ha vinto il Premio alla Regia a Venezia 82 per The Smashing Machine
Benny Safdie – Premio alla Regia a Venezia 82 per The Smashing Machine

Lo incontriamo proprio nel momento di massima sicurezza. Durante un’intervista dice frasi come: “Quando ti fanno male ti annichilisci, o li punisci. Io seguo una terza via: li domino con la mia volontà”. Quando però, prima di un incontro importante, il giornalista gli chiede come reagirebbe in caso di sconfitta, gli occhi di Kerr si riempiono di terrore. Non ci ha mai pensato. Quella domanda gli scava nel cervello, finendo per intaccare le sue certezze.

Dwayne Johnson alla migliore prova della sua vita

Dwayne Johnson è una delle persone più amate e seguite sui social al mondo. Ha costruito la sua carriera d’attore avendo come regola ferrea quella di mostrarsi sempre come una persona positiva, gentile, sorridente, calma. Al punto che in molti da anni dicono che potrebbe essere un candidato alla Casa Bianca. Eppure perfino lui, nonostante il successo prima nel wrestling e poi a Hollywood, ha dovuto lottare contro la depressione.

Figlio e nipote di due wrestler, Rocky Johnson e di Peter Maivia (una tradizione che continua con la quarta generazione: anche la figlia di Johnson, Simone, combatte col nome Ava Raine), sa bene quanto impegno e forza mentale richieda un mestiere che punta tutto sul corpo e sulla necessità di vincere. Ecco perché la scelta di Safdie è perfetta: Johnson ha il fisico giusto, ma anche la giusta esperienza emotiva. E il suo Mark Kerr, ritratto con una purezza disarmante, è l’emblema di quell’America semplice, volenterosa, che sa ricorrere a tutte le proprie risorse per riuscire, ma finisce per essere schiacciata da un sistema che funziona come un rullo compressore, non ammettendo debolezze o esitazioni.

Per continuare a vincere Kerr prende antidolorifici, di cui presto non riesce più a fare a meno. Parallelamente all’uso di droghe peggiora sempre di più anche il rapporto tossico con la fidanzata, Dawn (una Emily Blunt mai così cafona e bravissima). È il suo punto debole: non riesce a dire di no a ciò che ama ma lo fa stare male. 

Kaouther Ben Hania, regista di The Voice of Hind Rajab, papabile per il Leone d'Oro, ha vinto il Gran Premio della Giuria a Venezia 82

Venezia 82: più che Leone d’Oro, un sorprendente Coniglio d’Oro

La giuria ha preferito premiare l’innocuo film di Jim Jarmusch invece di fare una scelta coraggiosa e in contatto con il mondo reale dando il Leone d’Oro a The Voice of Hind Rajab. di Valentina Ariete

L’importanza di saper perdere

Quale metafora migliore di quella della parabola discendente di Kerr per raccontare un’America che, a inizio anni 2000, è cambiata per sempre? Quando l’11 settembre 2001 c’è stato l’attacco alle Torri Gemelle, il popolo americano era completamente impreparato psicologicamente per un evento del genere. Da allora la società USA è cambiata profondamente. E in qualche modo anche lo sportivo ha subito uno shock simile: dopo la prima sconfitta ha perso la sua innocenza

Safdie, anche montatore, racconta tutto questo usando come tela il corpo di The Rock, girando in pellicola 16mm (la fotografia è di Maceo Bishop, con cui ha lavorato anche nella strepitosa serie The Curse), che dà al tutto un effetto vintage, a grana grossa, in qualche modo romantico. Così come la scelta delle musiche (c’è anche My Way cantata da Elvis, altra grande icona decaduta dell’immaginario a stelle e strisce).

In The Smashing Machine, il corpo di Dwayne The Rock Johnson diventa una tela per il regista Benny Safdie
Screenshot

The Smashing Machine: un omaggio romantico e nostalgico

L’autore sembra quasi provare nostalgia per un’età dell’innocenza degli Stati Uniti ormai irrimediabilmente persa. Ma che può essere ritrovata, a tratti, nella comprensione di chi sa riconoscere il nostro dolore, come fa l’amico Mark Coleman (interpretato da un vero lottatore di MMA Ryan Bader) per il protagonista. È proprio lui a fargli capire che la cosa più importante nella vita, e in particolare in quella quotidiana, fuori dai riflettori, non è vincere, ma imparare a perdere. 

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Scritto da
Valentina Ariete

Giornalista pubblicista, scrive di cinema e serie tv per Movieplayer e La Stampa. Ha partecipato a programmi tv, radio e podcast. Specializzata in interviste, segue i principali festival di cinema, da Cannes a Venezia. Vincitrice del Premio Domenico Meccoli “Scrivere di Cinema” 2024, mette la stessa passione nel divulgare la settima arte di quando, a 3 anni, fece la sua prima videorecensione: era quella di Biancaneve e i sette nani e gli smartphone ancora non esistevano, signora mia!

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