Quando Neil Gaiman inizia a scrivere The Sandman per la DC Comics nel 1989, non immagina che darà vita a una delle opere più complesse e stratificate della narrativa contemporanea. Eppure, oggi, mentre Netflix chiude la seconda stagione dell’adattamento seriale, ci troviamo davanti a qualcosa che somiglia più a una liturgia che a un semplice prodotto d’intrattenimento.
L’autore inglese, già autore di romanzi come American Gods e Neverwhere, costruisce un mondo dove mito, letteratura, psicologia, fantasy e folklore si fondono in un magma narrativo che parla ai sogni quanto alle nostre più oscure paure. Dream, il protagonista, è uno degli Eterni: non un dio, ma un concetto incarnato. Il sogno stesso, nella sua forma più pura, più crudele, più necessaria.
Oggi, con la chiusura della seconda stagione dell’adattamento Netflix (con un episodio speciale e tragico rilasciato il 31 luglio 2025, ndr), Sandman torna a interrogarci. Non solo su cosa sia un sogno, ma su cosa siamo noi mentre sogniamo. E ci riesce, nonostante le inevitabili semplificazioni dell’adattamento, perché in fondo resta fedele al suo cuore: un cuore nero, rituale, severo, ma anche pronto a spezzarsi e rinascere.

Dall’inchiostro al pixel: la serie Netflix
La serie TV prodotta da Netflix è un adattamento piuttosto fedele nei toni e nelle ambizioni. Tom Sturridge interpreta un Morpheus (uno dei molti nomi che gli vengono attribuiti, ndr) austero, elegantemente dannato, ma più empatico del suo omologo cartaceo. La prima stagione ha coperto i primi due volumi del fumetto, Preludi e Notturni e Casa di bambola, mentre la seconda si avventura nei territori più filosofici e tragici di Season of Mists, Brief Lives, The Kindly Ones e The Wake.
La serie, pur facendo alcune scelte adattative (come la sostituzione di Matthew il corvo con Johanna Constantine, o la relazione inedita tra quest’ultima e il Corinzio), mantiene viva la tensione tra mitologia e quotidiano che è l’anima del fumetto di Gaiman. E soprattutto, fa brillare alcuni momenti che nella pagina potevano passare inosservati.
Ma quando arriva Orfeo, tutto si ferma. Un episodio crudo, lirico, in cui la voce del padre si spezza davanti alla richiesta impossibile del figlio: lasciami morire. E Morpheus, eterno, implacabile, acconsente. Versando sangue familiare, firma la propria condanna. Da lì inizia la rovina.
La parabola di Daniel
Daniel Hall è il nuovo Sogno. Nato nel Sogno stesso, figlio di Lyta Hall e di un fantasma, viene rapito, bruciato, e rinasce. Non per caso, ma per necessità. Quando Morpheus muore, Daniel non prende il suo posto: diventa ciò che Morpheus non poteva più essere. È vestito di bianco, porta l’aquila incisa sulla fronte, e non regna: accompagna.
Questo passaggio – che nel fumetto Gaiman rende già una transustanziazione narrativa – nella serie mantiene la sua potenza sacrale. La morte del primo Dream non è un colpo di scena: è una scelta, un atto politico. Un re si fa uccidere per spezzare il ciclo. E il sogno cambia volto. Come nel teatro greco o in Shakespeare (che guarda caso compare nella saga), la tragedia non è fine a se stessa, ma funzione trasformativa.
Le donne, le furie, le sorelle
Le figure femminili in Sandman non sono satelliti: sono pianeti gravitazionali. Morte (interpretata da Kirby Howell-Baptiste), con la sua voce gentile e definitiva. Delirio, con il suo caos bambino. Johanna Constantine (interpretata da Jenna Coleman, già vista come Clara Oswald in Doctor Who, ndr), che assorbe ironia, paura e rabbia in un solo sguardo. E Lyta Hall (Razane Jammal), che genera un dio senza volerlo. Sono loro, spesso, a muovere le scelte del protagonista. Sono loro che accompagnano, contestano, proteggono, distruggono. E lo fanno senza retorica, senza bisogno di giustificazioni ideologiche. Esistono. Bastano.
The Sandman: il mito dentro il fumo

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In Sandman tutto è simbolo e nulla è spiegazione. Orfeo non è solo un personaggio, ma un eco di Euridice, un ponte tra cultura classica e trauma familiare. Le Furie non sono solo creature mitologiche, ma le conseguenze psichiche del rimorso. E quando Shakespeare appare, non è per omaggio: è per dichiarare che il teatro, come il sogno, è finzione vera. Le radici dell’opera affondano nella tradizione, ma germogliano nel contemporaneo: la malinconia di chi sa troppo, l’ossessione per il controllo, la fatica del perdono.
Il sogno e il pop
Sandman è stato letto in università e parodiato nei Simpson. In un episodio (23×06), l’autore compare mentre aiuta a scrivere un bestseller prefabbricato. Dice di non saper leggere e ride di sé stesso. Capisce il meccanismo e ci gioca dentro. Questa capacità di essere altissimo e bassissimo nello stesso respiro, più unica che rara, è ciò che rende Sandman un classico: non si vergogna di piacere. Non ha paura di fallire.
Gaiman non ha mai avuto paura di fondere alto e basso, mito greco e cultura goth, Oscar Wilde e Alan Moore, Shakespeare e Doctor Who (molti attori apparsi nella storica sci-fi britannica sono presenti nell’adattamento Netflix, compresi Arthur Darvill e Derek Jacobi, ndr).
È la voce di chi sa che la cultura è un organismo vivo, non una scultura museale. Tra le Furie e i cosplayer, tra Shakespeare e i fumetti spillati, c’è una linea rossa che unisce chi sogna con chi racconta. E chi guarda la serie si ritrova lì, nel mezzo, dove il sogno diventa un modo di leggere il reale.

The Sandman: sognare è un atto politico
La serie ci è piaciuta. Perché ha rispettato l’essenza dell’opera originale. Perché non ha avuto fretta di chiudere, né paura di tradire. Ha mostrato un Morpheus più umano, ha dato spazio a Daniel, ha accettato il lutto e la rinascita. E ci ha ricordato che ogni sogno – anche quello più oscuro – può contenere una promessa.
Sandman è cultura alta? Sì. È cultura pop? Anche. È entrambe, e in questo non c’è contraddizione. È un’opera che chiede molto, ma restituisce ancora di più. Che si muove tra le ombre della psiche e le luci dell’immaginazione, che osa far convivere Caino e Abel con Orfeo, la Morte con la sorella Delirio, un Corinzio (Robert Boyd Holbrook) con i denti al posto degli occhi con William Shakespeare.
Non c’è bisogno di sapere tutto per amare Sandman. Basta chiudere gli occhi e ascoltare. Il sogno arriva comunque. In un mondo che dorme poco e sogna male, The Sandman ci ricorda che sognare è un atto politico. E che il sogno, come la buona letteratura, può essere più reale della realtà.
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