La Rai mette all’asta il Teatro dove sono nati Canzonissima, Fantastico e Affari Tuoi. E l’Italia insorge.
Prima ancora di diventare una voce in un portafoglio immobiliare, il Teatro delle Vittorie è stato una porta che si apriva sul sabato sera. Non per tutti in modo consapevole: pochi spettatori, davanti alla televisione, si chiedevano dove fossero davvero quelle scale, quelle orchestre, quei fondali, quei pacchi blu, quelle luci. Eppure, per decenni, una parte dell’immaginario Rai è passata da lì. Da un teatro romano che ha funzionato come una specie di grande salotto nazionale: non sempre elegante, non sempre modernissimo, non sempre innocente, ma riconoscibile.
Il Teatro delle Vittorie in vendita: cosa prevede il piano Rai
Oggi quel teatro è finito dentro un elenco. La Rai lo ha inserito nel portafoglio di immobili per cui ha avviato una procedura di cessione, insieme ad altri quattordici asset distribuiti tra Roma, Milano, Firenze, Torino, Genova, Venezia e Cagliari. Nel documento pubblicato il 24 aprile, il Delle Vittorie compare con una formula quasi neutra. “Roma Via Col di Lana 20 (Teatro delle Vittorie)“, dentro una lista di beni da trasferire a uno o più soggetti terzi nello stato in cui si trovano. La scadenza fissata per le manifestazioni di interesse è il 22 maggio 2026.
Scritto così sembra un passaggio amministrativo, una riga in una procedura immobiliare. Ed è anche questo: un’operazione prevista dentro un piano di razionalizzazione del patrimonio Rai, già avviato negli anni scorsi e arrivato ora alla fase operativa. Ma il Teatro delle Vittorie non è mai stato soltanto un edificio. È uno dei luoghi in cui la televisione italiana ha imparato a diventare rito collettivo, macchina popolare, grande palcoscenico nazionale. Un posto in cui il varietà non era ancora memoria d’archivio, ma lingua viva del Paese: orchestra, scale, luci, corpo di ballo, conduttori, ospiti, sabati sera guardati insieme.

James Van Der Beek e la generazione che non era pronta a dire addio
La morte che riporta una generazione su un pontile di legno, tra sogni e domande che non hanno mai smesso di cercare risposta. Non è solo un addio: è il ritorno improvviso a quell’età in cui credevamo di avere tutto il tempo del mondo. di Giusy M. Dal Pos
La risposta della Rai: razionalizzazione o cancellazione della memoria?
La Rai, dal canto suo, difende la scelta parlando di razionalizzazione e futuro. In una nota ufficiale, l’azienda ha definito il Delle Vittorie un “pezzo importantissimo della storia Rai”, spiegando tuttavia che la struttura è ormai segnata da costi di gestione eccessivi, obsolescenza, problemi tecnici e impiantistici, vincoli legati alla collocazione all’interno di un condominio e criticità di manutenzione. La vendita, sostiene Viale Mazzini, non avrebbe l’obiettivo di cancellare la propria storia, ma di inserirla in un piano più ampio di modernizzazione.
È qui che il caso smette di essere una questione immobiliare e diventa una domanda culturale. Che cosa succede quando un servizio pubblico decide che un luogo simbolo è sostituibile? E soprattutto: il futuro di un’azienda culturale passa davvero solo dalla razionalizzazione degli spazi? Il nodo è il seguente: capire se un teatro che ha prodotto immaginario collettivo possa essere trattato soltanto come uno spazio non più conveniente, soprattutto se – oltre ai palinsesti – produce anche memoria comune.

Fiorello, Arbore e le proteste: il mondo dello spettacolo contro la vendita
Il caso, com’era prevedibile, è esploso in breve tempo, con una polemica cresciuta negli ultimi mesi. Già a gennaio, il comitato “Salviamo il TdV”, formato da dipendenti ed ex dipendenti Rai, aveva lanciato un appello per fermare la vendita, chiedere un piano di investimenti strutturali e tecnologici, restituire al teatro un ruolo produttivo e culturale, e intitolarlo a Pippo Baudo. Tra i firmatari comparivano Flavio Insinna, il direttore d’orchestra Enrico Melozzi e lo scenografo Gaetano Castelli.
Poi è arrivato Renzo Arbore, che in un’intervista al Messaggero ha definito “avvilente” la scelta di vendere il teatro e ha chiamato in causa Fiorello. Lo showman siciliano si è presentato davanti all’ingresso del Delle Vittorie – insieme a Fabrizio Biggio – con due cartelli: “Questo teatro non è in vendita” e “Questo teatro non si dovrebbe vendere“, definendo l’operazione “un crimine contro la storia dello spettacolo italiano“.
Sul fronte istituzionale, Barbara Floridia, presidente della Commissione di Vigilanza Rai, ha chiesto la convocazione urgente dei vertici dell’azienda e ha contestato la vendita con parole nette. Per Floridia, il nodo non riguarda soltanto metri quadri, impianti o obsolescenza, ma storia, memoria collettiva e identità del servizio pubblico.
Sette programmi che hanno fatto la storia del Teatro delle Vittorie
Per capire perché il Delle Vittorie non sia solo un teatro, basta scorrere i sette titoli che seguono: una piccola mappa sentimentale e televisiva del Paese. Da quel palco non sono passati soltanto programmi di successo, ma modi diversi di stare davanti alla televisione, di riconoscersi in un rito comune, di discutere, imitare, aspettare, ricordare.
Canzonissima: quando il sabato sera era rito nazionale
È il programma che più di ogni altro racconta il passaggio del Delle Vittorie dentro la grande macchina della televisione italiana. Canzoni, gara, varietà, intrattenimento popolare: un formato capace di radunare pubblici enormi quando la televisione era ancora uno dei pochi focolari comuni del Paese. Con Canzonissima, il teatro non è semplicemente uno studio, ma il luogo in cui il sabato sera diventa racconto nazionale.

Studio Uno con Mina: il varietà elevato a stile
Studio Uno è il varietà elevato a stile. Mina, le coreografie, il bianco e nero, un’idea di eleganza televisiva che ancora oggi funziona come immagine mentale della Rai anni Sessanta. Studio Uno è importante perché dimostra che il popolare non doveva per forza essere sciatto: poteva essere sofisticato, musicale, moderno, costruito con una cura visiva che apparteneva al linguaggio televisivo ma guardava ancora al teatro, alla rivista, al cinema.
Teatro 10: quando il palcoscenico era ancora al centro della tv
Teatro 10 è forse il titolo meno immediato per il pubblico più giovane, ma è uno dei più significativi. Nel nome porta già una dichiarazione: il teatro come centro della televisione, non come residuo da cui la televisione deve liberarsi. È il varietà in cui il palcoscenico e lo schermo si guardano da vicino, prima che la tv diventasse soprattutto flusso, format, studio modulare.
Milleluci: Mina e Raffaella Carrà insieme, un’ambizione impossibile
Con Milleluci, nel 1974, il Delle Vittorie entra in una delle sue immagini più luminose: Mina e Raffaella Carrà insieme, la memoria dello spettacolo che si fa spettacolo a sua volta. È un programma che oggi sembra quasi impossibile non per ingenuità, ma per ambizione: mettere in scena la storia del varietà, della radio, del cinema, della televisione, usando la leggerezza come forma altissima di competenza.
Fantastico con Pippo Baudo: il monumento nazional-popolare
Fantastico è il grande monumento nazional-popolare. Pippo Baudo, la Lotteria Italia, le sigle, i balletti, gli ospiti, la liturgia del sabato sera: al Delle Vittorie, Fantastico ha trovato una delle sue case più riconoscibili, e forse anche una delle sue metafore più precise. Una televisione centralizzata, enorme, popolare, capace di parlare a generazioni diverse nello stesso momento. Oggi possiamo discuterne il modello, la retorica, perfino l’ingombro; ma non possiamo fingere che non abbia formato una parte del nostro alfabeto televisivo.
Scommettiamo che…? con Frizzi e Carlucci: il varietà si fa gioco
Con Scommettiamo che…?, si entra negli anni Novanta, in un’altra idea di intrattenimento: meno varietà puro, più gioco, sfida, stupore, abilità fuori scala. Fabrizio Frizzi e Milly Carlucci portano il Delle Vittorie in una televisione ancora familiare. Ma più dinamica, già più vicina al ritmo del game show contemporaneo. È il titolo giusto per raccontare il passaggio tra il grande varietà classico e una televisione più mobile, costruita sull’effetto sorpresa e sulla partecipazione.

Affari Tuoi: la prova che il teatro è ancora vivo
Infine, Affari Tuoi, il presente, o quasi. Il programma non ha l’aura mitologica dei grandi varietà storici, ma ha una forza simbolica diversa. E dimostra che il Teatro delle Vittorie non è solo archivio, non è solo fotografia in bianco e nero. È ancora uno spazio produttivo, ancora riconoscibile dal pubblico, ancora capace di ospitare un programma centrale nel palinsesto di Rai 1. Per questo la notizia della vendita è stata raccolta subito come possibile addio allo studio di Affari Tuoi: perché il pubblico, oggi, quel teatro lo vede ancora, senza magari sapere di vederlo.
Perché il Teatro delle Vittorie non è solo un edificio da vendere
Il punto, allora, non è immaginare che tutto debba restare com’era. Nessuno può chiedere alla Rai di vivere eternamente nel 1965, né di conservare ogni spazio solo perché dentro ci sono passati nomi importanti. Ma il Delle Vittorie pone una questione più sottile: che cosa merita di essere trasformato prima di essere venduto? Quali luoghi possono diventare piattaforme nuove senza essere cancellati? E perché, quando si parla di servizio pubblico, la parola “patrimonio” dovrebbe valere solo per i bilanci e non anche per la memoria produttiva, tecnica, artistica e popolare?
Forse il Teatro delle Vittorie non va salvato perché è vecchio. Va salvato – o almeno discusso seriamente prima di venderlo – perché è ancora leggibile. Perché racconta un pezzo di televisione italiana che non riguarda soltanto chi l’ha fatta, ma anche chi l’ha guardata, aspettata, criticata, imitata, ricordata. Perché in quel teatro si capisce una cosa che spesso dimentichiamo: la cultura popolare non vive solo nei programmi, nei volti e nelle sigle. Vive anche nei luoghi che li hanno resi possibili. E quando quei luoghi finiscono in un elenco di immobili, il problema non è solo chi comprerà le mura. È che cosa perdiamo quando smettiamo di riconoscere che alcune mura hanno avuto una voce.
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