Due degli 8 modelli di Royal Pop della linea Audemars Piguet per Swatch
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Royal Pop: quando il Royal Oak esce dalla teca

Swatch e Audemars Piguet lanciano otto orologi da tasca in Bioceramic che non riproducono il mito. Lo citano, lo spostano, lo rimettono in circolo.

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Otto viti esagonali. Un quadrante Petite Tapisserie. Una lunetta ottagonale. E nessun cinturino. Il Royal Pop, la collaborazione tra Swatch e Audemars Piguet, non è l’orologio da polso low-cost che in molti si aspettavano. È un orologio da tasca. Otto varianti in Bioceramic, disponibili nelle boutique Swatch selezionate a un pezzo per persona per negozio e per giorno, a 385 euro nella versione Lépine e a 400 euro nella Savonnette. Un oggetto che porta in sé tutta la geometria del Royal Oak e nessuna delle sue convenzioni. La sorpresa, però, non è solo nella forma.

Due icone, una genealogia inedita

Da una parte c’è il Royal Oak, nato nel 1972 dal disegno di Gérald Genta – e ispirato anche al Royal Oak da tasca ref. 5691, che AP ha usato come uno dei punti di riferimento progettuali – diventato uno degli oggetti più riconoscibili dell’orologeria sportiva di lusso: lunetta ottagonale, viti a vista, quadrante Petite Tapisserie, geometria immediata. Dall’altra c’è l’eredità degli Swatch POP, una linea che nel 1986 aveva già capito qualcosa che il mondo degli orologi faticava ad ammettere: che un orologio poteva essere anche qualcos’altro.

Gli Swatch POP erano pensati per uscire dal polso. La loro cassa si staccava con un clic – letteralmente, un pop – e si agganciava a una giacca, a una borsa, a un nastro. Erano orologi-accessorio, orologi-segno, costruiti per essere visti e cambiati, non custoditi. Una provocazione estetica che anticipava di vent’anni la logica dello streetwear. Royal Pop riprende esattamente quella logica e ci mette sopra la grammatica visiva più riconoscibile dell’orologeria di lusso. Il risultato è meno prodotto e più gesto culturale.


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La prima collaborazione AP fuori dal gruppo Swatch

Va detto che questa non è una partnership ordinaria. Le collaborazioni precedenti di Swatch – MoonSwatch con Omega, Scuba Fifty Fathoms con Blancpain – avvenivano all’interno dello stesso gruppo, spostando pedine su una stessa scacchiera. Audemars Piguet è un marchio indipendente, a controllo familiare, che ha sempre costruito la propria identità sulla distanza dai colossi. Che AP abbia concesso la licenza sul nome Royal Oak a Swatch richiede una lettura diversa: il marchio del Brassus entra in questo progetto sapendo che il risultato sarà visto – e comprato, e appeso a una borsa – da chi non ha mai speso più di trecento euro per un orologio. E lo fa.

Otto modelli, due architetture, un numero feticcio

Gli otto modelli giocano esplicitamente con il numero-feticcio del Royal Oak: otto lati della lunetta, otto viti a vista, otto varianti. I nomi mescolano colori e lingue – Otto Rosso, Huit Blanc, Green Eight, Blaue Acht, Orenji Hachi, Ocho Negro, Lan Ba, OTG Roz – come se anche la nomenclatura fosse parte della superficie pop dell’operazione.

Prendete l’Huit Blanc: cassa e quadrante interamente bianchi, lunetta bianca, e le otto viti esagonali in otto colori diversi, montate in modo casuale. Nessun esemplare è uguale all’altro. È il modello che più di tutti tradisce l’influenza della Pop Art: la variazione seriale come firma, il dettaglio cromatico come piccolo atto di individualità dentro un oggetto di massa. È anche quello che i puristi troveranno più indigesto. E probabilmente quello che andrà esaurito per primo.

La scatola completa degli 8 modelli di Royal Pop della linea Audemars Piguet per Swatch
La scatola completa degli 8 modelli di Royal Pop di Audemars Piguet per Swatch

Royal Pop: Lépine e Savonnette, due scuole a confronto

Le otto referenze si dividono in due famiglie tecniche. Sei adottano la configurazione Lépine: corona a ore 12, lettura di ore e minuti, cassa da 40 mm con spessore di 8,4 mm. Le due rimanenti – Lan Ba e OTG Roz – scelgono la Savonnette: corona a ore 3, come negli orologi da polso contemporanei, e un piccolo quadrante dei secondi a ore 6. Entrambe condividono la lunetta ottagonale con finitura satinata verticale, le otto viti esagonali a vista, il quadrante Petite Tapisserie e i cristalli in zaffiro antiriflesso sul fronte e sul fondello.

Il SISTEM51 a carica manuale: il colpo di scena tecnico

Dentro lavora una versione inedita del SISTEM51 di Swatch, qui per la prima volta declinato a carica manuale, con 15 brevetti attivi. Il calibro offre oltre 90 ore di riserva di carica, una spirale antimagnetica in Nivachron – lega sviluppata da Swatch in collaborazione con AP stessa – e una regolazione di precisione eseguita al laser in fabbrica, con tolleranza di -5/+15 secondi al giorno.

Il dettaglio più curioso è il tamburo del bariletto, scheletrato con un’apertura circolare: quando le camere appaiono grigie, le spire della molla sono visibili e l’orologio va caricato; quando diventano dorate, è a piena energia. Un indicatore di riserva di carica che è anche un elemento visivo, coerente con il linguaggio pop dell’intera operazione.

Non un sostituto: una citazione

Fuori, l’orologio cambia funzione a seconda di come viene portato: accessorio, pendente, oggetto da agganciare a una borsa, piccolo feticcio da appoggiare sulla scrivania. Tre lunghezze di cordino permettono di personalizzare il modo d’uso. Gli accessori sono acquistabili separatamente online.

È proprio questa scelta a rendere l’operazione più intelligente. Swatch e Audemars Piguet non provano a vendere un Royal Oak “facile”, né a riprodurlo in scala popolare. Lo spostano di categoria. Non un sostituto, ma una citazione. Non una scorciatoia verso il lusso, ma un modo per portarne il profilo dentro un linguaggio più leggero, più giovane, più condivisibile. AP protegge il mito, ma intanto lo lascia viaggiare fuori dalla sua cerchia abituale.

Il gesto filantropico dietro la partnership Royal Pop

C’è un dettaglio che merita attenzione oltre il prodotto: Audemars Piguet ha annunciato che destinerà il 100% dei propri proventi dalla collaborazione a un’iniziativa dedicata alla tutela e alla trasmissione del savoir-faire orologiero, con particolare attenzione alle competenze rare e alle nuove generazioni di orologiai. Per un marchio fondato nel 1875 e rimasto indipendente per 150 anni, è una firma coerente con la propria storia.

Un close up al movimento rinnovato che Swatch ha prodotto per il Royal Pop
Un close up al movimento rinnovato che Swatch ha prodotto per il Royal Pop

I puristi non sono contenti. Hanno torto?

Partiamo da quello che i puristi stanno dicendo, perché merita più di una menzione di passaggio. Sui forum e sui profili Instagram specializzati, la reazione è stata netta: un Royal Oak da 385 euro svilisce cinquant’anni di posizionamento. Il Royal Oak è un oggetto che parte da circa 30.000 euro. Avvicinarlo a un Swatch, fosse anche con l’intelligenza di non mettere un cinturino, è comunque una contaminazione. Il mito perde aura ogni volta che viene riprodotto, e la moltiplicazione non è mai neutrale.

È un argomento che ha una sua logica. Ma la Pop Art risponde che la ripetizione non indebolisce necessariamente un’immagine. Spesso la rende ancora più potente. Warhol lo aveva capito con Campbell’s Soup: non era la minestra a diventare meno buona, era l’immagine a diventare più forte. Swatch e AP sembrano muoversi esattamente lì: Royal Pop non rende accessibile il Royal Oak, rende accessibile il suo mito, il suo senso. Ed è una differenza che vale tutto. Che poi i puristi abbiano ragione o torto lo dirà il mercato tra sei mesi.

E se un giorno arrivasse il cinturino?

C’è una domanda che vale la pena lasciare aperta, perché nessuno ha ancora risposto. La configurazione Savonnette – corona a ore 3, piccolo quadrante dei secondi a ore 6 – è esattamente quella di un orologio da polso moderno. Non quella di un orologio da tasca tradizionale, che storicamente porta la corona a ore 12. Allora perché progettare due modelli con quella disposizione, se l’oggetto è pensato solo per stare in tasca o appeso a un cordino?

Forse è un omaggio alla tradizione Savonnette, niente di più. O forse è un segnale – leggibile solo in retrospettiva – che qualcuno nei piani alti di Swatch o di AP stava già pensando a un passo successivo. Un cinturino. Un Royal Pop da polso. Un giorno lontano, magari, quando i cordini avranno fatto il loro lavoro culturale e il pubblico sarà pronto per qualcosa di più. Per ora è solo un dubbio. Ma i dubbi migliori restano.

Royal Pop non rende accessibile il Royal Oak: rende accessibile il suo mito, il suo senso. Ed è come sempre accade con la Pop Art: il mito viene rimesso in circolo con un nuovo ritmo. Che poi sia da polso o da tasca, appeso a una borsa o posato su una scrivania, alla fine è solo un altro modo di dire che il tempo, ogni tanto, ha bisogno di uscire dalla teca.

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Scritto da
Gaia Marras

Sono nata all’ombra delle mura antiche di Alghero (ma non chiedetemi di Antonio Marras, la moda non è il mio forte!). Amo perdermi tra libri e film, sempre con un orecchio teso tra le sonorità graffianti del metal e le note suadenti del Jazz. La mia passione per la tecnologia è seconda solo a quella per gli animali. Vorrei tanto saper disegnare e arredare, ma il destino ha deciso che la mia via fosse quella della penna, non della matita. E così, invece di schizzi, sforno articoli.

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