Superman, fin dalle origini su carta, è sempre stato il simbolo di ciò che l’America vorrebbe essere. Una nazione forte, ma anche generosa, piena di speranza e opportunità per tutti. Christopher Reeve, interprete dell’Uomo d’Acciaio nel film del ’78 di Richard Donner, era perfetto per incarnare lo spirito del personaggio. Sguardo limpido, sorriso che infonde sicurezza. L’attentato alle Torri Gemelle ha però cambiato tutto: per la prima volta gli Stati Uniti sono stati attaccati in casa loro. E si sono sentiti meno invincibili. Ecco quindi che il Superman degli anni ’10 dei 2000 si è fatto più cupo, sofferente, freddo.
Zack Snyder, mente e mano dell’ormai defunto DC Extended Universe, si è concentrato quindi sull’aspetto quasi divino dell’alieno Kal-El, lasciando da parte Clark Kent. E questo è un problema perché, per dirla alla Tarantino, come afferma il personaggio di David Carradine in Kill Bill vol. 2: “Clark Kent è il modo in cui Superman ci vede”. James Gunn, chiamato a rifondare interamente l’universo cinematografico ispirato ai supereroi DC, è partito proprio da qui: dall’umanità di Superman.

Superman: trionfo di umanità
Nelle sale italiane dal 9 luglio, Superman di Gunn mette immediatamente le cose in chiaro: laddove Snyder e l’attore Henry Cavill hanno dato vita a un eroe esteticamente perfetto e molto distante dagli esseri umani, quasi una figura cristologica, quello interpretato da David Corenswet è invece più umano degli esseri umani stessi.
Questo alieno arrivato nel Kansas è infatti stato cresciuto dalla parte più genuina dell’America: non può sopportare la sofferenza altrui, guarda con occhi sinceri chiunque, si fida delle persone. È un eroe che viene colpito, ferito e quindi reso umile, perché sa cosa voglia dire doversi rialzare in piedi. Anche nei colori, finalmente brillanti, e nel costume, dal sapore vintage, capiamo immediatamente che questo è un Superman che ama la Terra. E che, soprattutto, su questo non ha dubbi o conflitti interiori.
Lex, Loise e le perplessità
Le perplessità ce l’hanno però gli altri. Ovviamente lo storico antagonista, Lex Luthor (Nicholas Hoult, inquietante e molto bravo nel ruolo), ma anche, a sorpresa, la sua compagna, Lois Lane. A interpretarla è la sempre brillante Rachel Brosnahan (protagonista della serie La fantastica signora Maisel), che ha la scena chiave del film: accantonati per un momento i sentimenti che la legano a Clark, intervista Superman, separando l’uomo dal supereroe.
Lo scontro verbale non farà piacere all’alieno venuto da Krypton: in perfetto stile da reporter d’assalto, Lois fa le domande che si è posto Gunn. Che ruolo può avere oggi Superman negli equilibri mondiali? E di conseguenza: gli Stati Uniti sono davvero la più grande democrazia del mondo? Agire in nome del bene assoluto, in una realtà che è sempre più facilmente manipolabile grazie a fake news e immagini create con l’intelligenza artificiale, quanto può essere pericoloso? Sì, questo Superman è, a sorpresa, un film molto politico.

Superman e l’importanza della scelta
Gunn stesso ci ha messo il carico da novanta, quando, durante il lungo press tour, ha dichiarato: “Questa è la storia di un immigrato venuto da un altro luogo. È un film sulla gentilezza, che penso sia qualcosa in cui tutti possano identificarsi”. Come è facile intuire, i sostenitori di Trump e tutto l’universo MAGA non hanno preso bene l’associazione di Superman a un immigrato.
Eppure gli USA in questo momento sembrano sempre più usciti da un fumetto: pensiamo al carcere circondato da alligatori, o ai bambini chiusi in gabbia (nel film c’è proprio un piccolo alieno chiuso in una prigione: coincidenza?). Per non parlare di tutti i “tech bro”, Elon Musk su tutti, che sembrano ispirarsi sempre più a villain come Lex Luthor (Hoult sembra aver modellato il personaggio proprio su di lui).

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L’attualità in formato supereroe
Ma il regista e sceneggiatore è andato ancora oltre: il conflitto tra gli immaginari Boravia e Jarhanpur ricorda moltissimo sia quelli, purtroppo molto concreti, tra Russia e Ucraina e tra Israele e Palestina. Il leader Vasil Ghurkos (interpretato da Zlatko Burić, strepitoso in Triangle of Sadness di Ruben Östlund, Palma d’Oro 2022) è un mix tra Putin e Netanyahu.
Sì, c’è veramente tutto in questo Superman: Gunn è riuscito a condensare gli ultimi 5 anni che abbiamo vissuto in un film sui supereroi. E sembra dirci che la speranza è ancora possibile, ma solo se saremo in grado di tornare a dare valore a ciò che ci rende umani: ovvero la scelta. Superman lo dice molto chiaramente a Luthor: lui è invidioso perché si considera un grande cervello, ma vede il mondo soltanto in termini di conferma del proprio ego. Mentre Kal-El, nonostante sia davvero l’essere più potente del mondo, sceglie ogni giorno di essere un essere umano. Sono le scelte che ci definiscono.

Questo Superman/Clark, invece che rimanere fossilizzato nel binomio mente contro muscoli, ha scelto invece l’importanza del giornalismo e del farsi le domande giuste. Di non fidarsi della narrazione dominante, dei rapporti basati su gesti concreti più che su quelli romantici. E, infine, del nostro legame con gli animali e l’ambiente. Il personaggio che rivela il cuore del film è infatti Krypto, il cane di Superman: in come trattiamo la natura si rivela molto della nostra (dis)umanità. E quindi viva Krypto, viva questo Superman che fa autocritica e combatte la parte più oscura di se stesso. Non per darci semplicemente una nuova speranza, ma per costruirla insieme a noi, giorno dopo giorno, una scelta alla volta.
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