Stefano Benni è scomparso oggi 9 settembre
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Addio Stefano Benni e grazie per i bar sotto al mare, le Luisona e le risate

Dalla satira al realismo magico, dai romanzi cult come Bar Sport a un impegno civile mai nascosto: il ricordo di uno degli scrittori più amati e liberi del nostro tempo.

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Dalla satira al realismo magico, dai romanzi cult come Bar Sport a un impegno civile mai nascosto: il ricordo di Stefano Benni, uno degli scrittori più amati e liberi del nostro tempo.


Stefano Benni aveva 78 anni ma resterà per sempre immortale come le opere che ha realizzato e che sono state tradotte in più di 30 lingue. Se ne va, dopo una lunga malattia, uno dei più grandi scrittori dell’ultimo secolo. In pochi conoscono la sua opera magna, in molti quello che è stato il suo romanzo più famoso Bar Sport; perché noi siamo fatti così, ci appassioniamo a quelle storie che tanto ci somigliano e nelle quali immedesimarsi è facile e catarchico. Nato e morto a Bologna, era un “Lupo” di soprannome e di fatto perché era un personaggio solitario che rifuggiva dalle categorie che troppo facilmente lo incastravano in un ruolo che lo faceva stare troppo stretto.

Bar Sport (1976) e Margherita Dolcevita (2005) sono due dei titoli più amati della produzione multiforme ed eclettica di Stefano Benni.
Bar Sport (1976) -Margherita Dolcevita (2005)

Un uomo, mille anime

È stato molte cose Stefano Benni, la sua anima creativa lo aveva iniziato al giornalismo. Aveva collaborato con La Repubblica, Il Manifesto; con settimanali come L’Espresso e Panorama, solo per citarne alcuni. La scrittura come arma satirica l’aveva usata sia per le collaborazioni con alcune riviste – come Cuore e Tango -, che per la sua esperienza autoriale al fianco di Beppe Grillo. Non solo satira ma anche tanta immaginazione e quella porta inevitabilmente alla scrittura di romanzi memorabili: La Compagnia dei Celestini, Saltatempo, Margherita Dolcevita, Pane e tempesta e molti altri. Fino all’ultimo, Giura, scritto nel 2020. 

Tanti anche i racconti, le poesie e le opere per il teatro. E un debutto alla regia nel 1989 con il titolo Musica per Vecchi animali. Film tratto da un suo romanzo e interpretato dal premio Nobel della Letteratura Dario Fo e da sua moglie Franca Rame e per il quale aveva ricevuto anche una candidatura al Nastro d’argento come miglior regista esordiente. I suoi libri sono stati tradotti in molte lingue e alcuni – come il già citato Bar Sport, di cui curò la sceneggiatura – sono stati tradotti in immagini.

Il Colombre, copertina

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Stefano Benni, talento e talent-scout

Un uomo di cultura che di cultura si nutriva sapendo riconoscerne anche gli interpreti più geniali. Come quando propose alla Feltrinelli di pubblicare per la prima volta in Italia Daniel Pennac, del quale era poi diventato molto amico. Amava la cultura e le collaborazioni, in cui spesso inseriva anche la sua passione per i reading, come quello che tenne al teatro Verme di Milano durante la presentazione del libro La Morte di Bunny Munro di Nick Cave. La lettura ad alta voce lo vede protagonista anche come speaker di alcuni suoi audiolibri. Mentre la vicinanza a mondi immaginari lo aveva avvicinato anche ai bambini con composizioni a loro dedicate come La bambina che parlava ai libri del 2019, un libro illustrato che raccontava la storia di Inge Feltrinelli e la sua passione per i libri. 

Cultura, immaginazione, impegno sociale

La cultura era quindi anche un modo per rompere gli schemi, per creare i mondi immaginari. Uno strumento necessario per il quale valeva la pena di combattere e manifestare. Come quando dieci anni fa rifiutò il premio Vittorio De Sica in segno di protesta per i tagli alla cultura. “I premi – disse – sono uno diverso dall’altro e il vostro è contraddistinto, in modo chiaro e legittimo, dall’appoggio governativo, come dimostra il fatto che è un ministro a consegnarlo” dichiarò in quell’occasione Stefano Benni.

Stefano Benni durante un reading

“Scelgo quindi di non accettare. Come i governi precedenti, questo governo (con l’opposizione per una volta solidale), sembra considerare la cultura l’ultima risorsa e la meno necessaria. Non mi aspettavo questo accanimento di tagli alla musica, al  teatro, ai musei, alle biblioteche, mentre la televisione di stato continua a temere i libri, e gli Istituti Italiani di Cultura all’estero vengono di fatto paralizzati. Non mi sembra ci sia molto da festeggiare”. 

E in effetti anche oggi c’è poco da festeggiare ma un modo per ricordarlo si. Sulla sua pagina facebook ufficiale (Stefano Benni – fanpage), suo figlio annunciando la morte del padre scrive: “(…) Una cosa che Stefano mi aveva detto più volte è che gli sarebbe piaciuto che la gente lo ricordasse leggendo ad alta voce i suoi racconti. Come alcuni di voi sapranno, Stefano era molto affezionato al reading come forma artistica, leggeva ad alta voce, spesso accompagnato dai musicisti. Quindi, se volete ricordarlo, vi invito in questi giorni a leggere le opere di Stefano che vi stanno più a cuore a chi vi sta vicino, ad amici, amanti e parenti. Sono sicuro che, da lassù, vedere un esercito di lettori condividere il loro amore per ciò che ha creato gli strapperebbe sicuramente una grande risata”. 

È sempre in un bar che iniziano le storie migliori

Non resta dunque che cominciare a leggere, se volete intanto vi suggeriamo di cominciare da qui. Da una delle pagine che ha consegnato Stefano Benni al mito. “Al bar Sport non si mangia quasi mai. C’è una bacheca con delle paste, ma è puramente coreografica. Sono paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi d’artigianato. Sono lì da anni, tanto che i clienti abituali, ormai, le conoscono una per una. Entrando dicono: «La meringa è un po’ sciupata, oggi. Sarà il caldo». Oppure: «È ora di dar la polvere al krapfen». Solo, qualche volta, il cliente occasionale osa avvicinarsi al sacrario”.

Giuseppe Battiston, qui in una scena del film Bar Sport tratto dal libro di Stefano Benni. Tra le sue mani, proprio la mitica Luisona

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Hanno mangiato la Luisona!

Mi raccomando, continuate, perché la storia è sul filo dell’epica, del mito: “Una volta, ad esempio, entrò un rappresentante di Milano. Aprì la bacheca e si mise in bocca una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di quella bellissima granella in duralluminio che sola contraddistingue la pasta veramente cattiva. Subito nel bar si sparse la voce: «Hanno mangiato la Luisona!». La Luisona era la decana delle paste, e si trovava nella bacheca dal 1959. Guardando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo. La sua scomparsa fu un colpo durissimo per tutti. Il rappresentante fu invitato a uscire nel generale disprezzo. Nessuno lo toccò, perché il suo gesto malvagio conteneva già in sé la più tremenda delle punizioni.

“Fu trovato appena un’ora dopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atroci dolori. La Luisona si era vendicata. La particolarità di queste paste è infatti la non facile digeribilità (…)”. Si. È bello immaginarlo tra le nuvole che se la ride di cuore. 

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Scritto da
Chiara Maria Gargioli

Giornalista per passione, nata in tv (La7) e passata alla radio (Slash Radio Web, radio dell'Unione Italiana dei ciechi e degli ipovedenti). Collaboro con quotidiani, periodici e siti web e mi appassiona l’enogastronomia, la cultura, lo sport, i viaggi, i diritti e le questioni di genere. Punto debole amo tutto ciò che è bello e fatto con amore. Di sogni ne ho tanti quanti sono i cassetti di un comò: scrivere un romanzo; girare il mondo; incontrare JKRowling e veder vincere la Champions League dalla mia AsRoma. Ah, dimenticavo, mi muovo solo in Vespa!

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