Lo streaming della musica non è un dominio. Esistono alternative a Spotify, molte e valide
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E se il futuro della musica non fosse Spotify? Le piattaforme da guardare adesso

Perché su Spotify pagano tutti: gli artisti con la loro arte, i clienti con abbonamenti sempre più cari, i cittadini con la coscienza. Cercare un altro canale è doveroso oltre che fattibile

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Ho iniziato ad ascoltare musica coscientemente fin da bambino. Musica classica e jazz all’inizio, poi è arrivato il pianoforte a 9 anni e ho iniziato a suonare le note di Mozart, Chopin, Scott Joplin, Debussy, Gershwin. Con l’adolescenza i primi gruppi rock (sia d’ascolto sia sul palco come cantante) e le prime canzoni scritte. Lo streaming non esisteva ancora e io sognavo di cantare le mie canzoni su un palco e di toccare il CD del mio album. La mia prima canzone pubblicata è stata nel 2024, nel pieno del regno dello streaming e di Spotify, e mi sono interrogato con ciò che si dice ormai da tempo: Spotify è davvero l’unica via?

Da anni ormai si sentono lamentele più o meno rumorose su quanto poco la piattaforma svedese paghi gli artisti, sull’algoritmo poco chiaro, sui prezzi sempre più alti per gli utenti. E sulle ultime uscite poco umane del CEO Daniel Ek. Sotto tutti questi punti di vista mi sento toccato in prima persona: come artista, come fruitore e cliente, e come cittadino. Ma andiamo con ordine.

Spotify: la musica non è stata più la stessa

Dal punto di vista dell’artista, Spotify è senza dubbio la più grande vetrina al mondo per far ascoltare la propria musica. Se non ci sei, non esisti: fan e case discografiche guardano i numeri delle riproduzioni e li usano come metro di valore. Ma dietro la facciata scintillante si nasconde un sistema che arricchisce pochissimi e lascia le briciole alla maggioranza. Per guadagnare cifre dignitose occorrono milioni di ascolti: secondo alcuni dati riportati dal The Watcher Post il novanta per cento degli artisti su Spotify non arriva nemmeno a cinquanta dollari l’anno di royalties.

Spotify alternative. Esistono? Si, e sono tutte più etiche
Spotify: dopo il suo avvento nulla è stato più lo stesso

Il sogno della democratizzazione della musica si è trasformato in una lotta contro playlist pilotate, algoritmi che premiano ciò che conviene alla piattaforma e perfino brani fantasma o generati dall’intelligenza artificiale per risparmiare sulle licenze. Non stupisce allora che band come Deerhoof, King Gizzard & the Lizard Wizard, Xiu Xiu e più recentemente Hotline TNT abbiano deciso di abbandonare Spotify. Ma è un azione che in pochi hanno fatto e possono sostenere.

Il problema streaming visto dagli occhi dei clienti

Dal punto di vista del cliente, la situazione non è più rosea. Nel settembre 2025 i prezzi degli abbonamenti hanno subito un nuovo aumento: l’abbonamento Premium individuale è passato da 10,99 € a 11,99 € al mese. Una cifra apparentemente minima, ma che si somma ad anni di rincari (nel 2015 pagavo l’abbonamento Premium a 5 euro al mese) e pesa su chi già si sente abbonato a troppe piattaforme. Spotify promette che questi soldi serviranno a migliorare la qualità del servizio, con audio più definito, nuove funzioni di personalizzazione, più podcast e audiolibri. Persino formule speciali per i “superfan”.

La sensazione diffusa è che la musica, l’essenza stessa di Spotify, stia diventando sempre meno centrale rispetto a un’architettura di intrattenimento totale che spinge l’utente a pagare di più per avere più cose, senza però risolvere i problemi fondamentali: la trasparenza degli algoritmi, la giusta remunerazione agli artisti e il rischio di cataloghi riempiti da contenuti artificiali.

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Ombre sugli investimento del CEO

E infine, dal punto di vista del cittadino, la questione si fa ancora più spinosa. Daniel Ek, CEO dell’azienda, attraverso la sua società di investimenti Prima Materia, ha destinato 600 milioni di euro a Helsing. Un’azienda tedesca che sviluppa droni militari basati sull’intelligenza artificiale, già impiegati sul campo di battaglia in Ucraina. Ufficialmente si tratta di un’operazione privata, separata da Spotify, ma la distinzione è fragile: i soldi che Ek investe vengono dalle casse di un impero costruito grazie alla musica di milioni di artisti e agli abbonamenti di milioni di utenti. Così la canzone che ascolto sul tram o la mia piccola quota mensile di abbonamento finiscono indirettamente dentro un sistema che finanzia armi e conflitti. È difficile accettare che la colonna sonora delle nostre giornate possa trasformarsi, per vie traverse, in carburante per la guerra.

Spotify, le alternative sono tante e vincenti

Ma, quindi, davvero Spotify è l’unica via? In realtà esistono alternative concrete, ciascuna con pregi e limiti ben definiti. Bandcamp, ad esempio, è la scelta ideale per i musicisti indipendenti che vogliono guadagnare direttamente dai fan: la piattaforma trattiene solo il 15–18 % (quindi l’artista incassa tra l’82 % e il 85 %) e durante i “Bandcamp Fridays” restituisce il 100 % dei proventi all’artista. Come è stato scritto su Pitchfork artisti come 75 Dollar Bill hanno raccolto 4 200 USD in due giorni da un pay-what-you-want su Bandcamp. Più di quanto guadagnato in sei anni di streaming altrove.

Tra le alternative a Spotify, Tidal punta sull’audio ad alta fedeltà e su una maggiore equità nei compensi, ma resta di nicchia: stime non ufficiali parlano di meno del 2 % della quota di mercato, con pochi milioni di utenti effettivi.

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Apple Music e gli altri: il colosso e gli emergenti

Apple Music, è tra le alternative più famose, seconda solo a Spotify per numerosità di abbonati (circa 93 milioni), paga quasi il doppio per stream (circa $0,01 contro i $0,003–0,005 di Spotify), e nel 2023 ha fatturato circa 9,2 miliardi di dollari secondo Business of Apps. Ci sono poi piattaforme emergenti come Vault, che permettono ai fan di abbonarsi direttamente a un artista per ascoltare contenuti esclusivi, ma al momento ancora limitate nel loro impatto e nella scoperta di nuovi talenti. In questo oceano di opzioni, Spotify resta il più comodo, ma non è certamente l’unico. E forse dipende da noi iniziare a guardare oltre.

Un quadro contraddittorio, ma un futuro luminoso

Alla fine, guardando Spotify e le sue alternative da questi tre punti di vista, emerge un quadro contraddittorio. E il problema sta nel fatto che abbiamo accettato l’idea che non esista un altro modo. Abbiamo lasciato che la musica venisse trasformata in un flusso di dati governato da algoritmi opachi, da investitori che pensano a droni e non a canzoni, da abbonamenti che crescono di prezzo mentre i diritti e i guadagni degli artisti calano.

Ma la musica non è mai stata solo intrattenimento: è stato linguaggio, resistenza, comunità. Non appartiene a un CEO, a un marchio o a una piattaforma. La musica appartiene a chi la scrive e a chi la ascolta. E siamo noi, artisti, ascoltatori, cittadini, a dover decidere se continuare a venderla a un sistema di streaming che la svuota, o se provare a costruire un’alternativa che la rispetti davvero. Forse non abbiamo ancora tutte le risposte, ma una certezza sì: la musica ha un’anima, e non possiamo permettere che venga venduta al prezzo di un algoritmo o di un drone.

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Scritto da
Lorenzo Villa

Giornalista pubblicista, musicista e milanese d’adozione. Scrivo di lifestyle e cibo per diverse testate, tra cui Marie Claire, Something Curated, Italy Segreta, NSS Magazine e The Over. Quando posso, scrivo canzoni: ho imparato prima a leggere le note che le parole. Sono un sognatore e sogno di vedere la Juve vincere la Champions.

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