Cinquant’anni dopo, Jannik Sinner vince gli Internazionali d’Italia battendo il norvegese Ruud 6-4, 6-4. Adriano Panatta consegna la sua Coppa. Due campioni opposti in tutto, tranne che nel coraggio di essere se stessi. E ora Parigi aspetta.
“Qualcuno ha inventato il mito che fossi anche un campione d’indolenza. Ma la verità è che non si diventa campioni se si è pigri.” Adriano Panatta
Ore 19:32, sul Centrale del Foro Italico, Adriano Panatta ha consegnato a Jannik Sinner la coppa degli Internazionali d’Italia. L’ha fatto guardandolo negli occhi. Cinquant’anni esatti dopo averla vinta lui. È un’immagine che vale più di qualsiasi commento: il campione del passato, che passa il trofeo al campione del presente e del prossimo futuro. Niente discorsi lunghi, niente retorica. Solo due uomini, una coppa – un Presidente della Repubblica -, e mezzo secolo che scorre in silenzio tra loro.
Eppure, se ci fermiamo un secondo su quell’immagine, su quei due che si stringono la mano davanti alla terra rossa di Roma, quello che colpisce non è la continuità. È la distanza. Perché Adriano Panatta e Jannik Sinner sono forse i due campioni più opposti che il tennis italiano abbia mai prodotto. Non nel gioco, forse. Nella vita, sicuro.

Adriano Panatta: uno spettacolo senza telecamere
Per capire quanto siano distanti, basta guardare chi è Adriano Panatta. Non chi era: chi è. Perché Panatta, a 75 anni, è ancora lì: conduce programmi televisivi, gestisce il suo circolo a Treviso, commenta, opina, racconta. È rimasto un personaggio pubblico nel senso più fisico del termine. E lo era già negli anni Settanta, quando il tennis italiano era lui, e lui era molto più del tennis.
È l’uomo che, da buon amico, aveva pensato bene di presentare Björn Borg a Loredana Bertè, la sua fidanzata. Borg arrivò, vide, conquistò. Lei partì per Stoccolma, tra matrimoni e tempeste sentimentali che riempirono i rotocalchi dell’epoca. Panatta rimase con una fidanzata in meno e uno svedese in più tra i suoi amici più cari. La storia, che oggi occuperebbe settimane di podcast, storie Instagram e copertine digitali, lui la racconta ancora come un aneddoto da bar, con quella leggerezza romana che trasforma anche i disastri in qualcosa di godibile.
È l’uomo che la sera prima di una partita importante andava a cena con Nastase, con Vilas, con Gerulaitis, i suoi avversari del giorno dopo, a ridere e chiacchierare per ore. Oggi, dice lui stesso, sarebbe impensabile: “I giocatori hanno otto coach e uno staff di trenta persone, sono distanti da tutto e fin troppo virtuali“. In quegli anni, invece, il confine tra il campo e la vita era poroso, attraversabile, quasi invisibile. E Panatta lo attraversava in continuazione, senza nemmeno accorgersene.

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Il glamour che si costruisce a mano
È l’uomo che, nei traslochi della vita, ha perso tutti i suoi trofei. Dispersi, dimenticati, abbandonati tra scatoloni. Un dettaglio apparentemente buffo che in realtà racconta tutto: per lui la vita è sempre stata più grande del palmarès. Il campo era importante, importantissimo, ma non era il bordo del mondo.
Fuori dalla terra rossa, Panatta è stato uno spettacolo continuo. Frequentava Paolo Villaggio, Renato Zero, Fabrizio De André. Faceva cameo nei film, improvvisando i copioni. Si candidava alle comunali, correva nell’offshore a motore, scriveva libri. In un’epoca in cui non esistevano telecamere h24, non esistevano smartphone, non esistevano social, il suo glamour era sudato, fisico, costruito una stretta di mano alla volta. Un personaggio pubblico nel senso antico della parola: qualcuno che stava in mezzo alla gente, non al di sopra. Non gestiva la sua immagine. La viveva. E la vive ancora.

Jannik Sinner: un enigma nell’epoca di tutto
Eppure è proprio accanto a tutto questo, accanto a questa vita traboccante, rumorosa, visibile, che il confronto con Jannik Sinner diventa quasi vertiginoso. Sinner vive nell’era esattamente opposta. Ogni suo spostamento è potenzialmente tracciabile. Ogni sua espressione in conferenza stampa viene analizzata fotogramma per fotogramma. Ha milioni di follower. È il tennista italiano più famoso della storia, numero 1 del mondo, il volto di un’intera generazione sportiva.
Eppure, e questo è il punto, su Jannik Sinner fuori dal campo non sappiamo quasi niente. Non perché la curiosità manchi. Non perché i media non provino. Ma perché lui, con una coerenza che ha del sistematico, non lascia entrare nessuno.
Il silenzio come scelta
Quando i giornalisti gli hanno chiesto della sua storia con Anna Kalinskaya, ha risposto con una frase sola: “Come sapete non mi piace parlare di gossip. Sì, sto con Anna, quello lo posso confermare, ma vogliamo tenere tutto molto riservato. Non dirò altro sulla mia vita privata” E ha chiuso. La storia è finita in silenzio totale, senza dichiarazioni, senza spiegazioni, senza versioni ufficiali. Il nuovo amore con la modella danese Laisa Hasanovic è trapelato dai paparazzi, non da lui. La sua ex fidanzata, in un’intervista, lo ha descritto, senza nominarlo, come qualcuno di “molto fissato sui risultati“. È probabilmente la cosa più rivelatrice che sia mai stata detta su di lui. Ed è stata detta da un’altra persona.
Questo è tutto quello che abbiamo. Non è poco, ma è pochissimo, per un campione della sua portata nell’epoca in cui viviamo. Sinner non va a cena con gli avversari la sera prima del match. Non perde i trofei nei traslochi. Ha uno staff che ottimizza ogni variabile: il sonno, la nutrizione, il recupero, la mente. Fuori dal campo, è altrove. In un posto che le telecamere non raggiungono e che lui non ha nessuna intenzione di mostrare. Non è freddezza. Non è arroganza. È qualcosa di più radicale: è la scelta consapevole di esistere pubblicamente solo quando ha una racchetta in mano.

Due campioni, un solo campo
Panatta era uno spettacolo totale nell’epoca in cui nessuno guardava. Sinner è un enigma totale nell’epoca in cui tutti guardano tutto. È una distanza che va oltre il tennis, oltre le generazioni, oltre il confronto tra stili di gioco. Uno viveva ad alta voce: le cene con i rivali, la fidanzata portata via dall’amico svedese, i trofei persi nei traslochi, la maglietta rossa indossata davanti a Pinochet in Cile come gesto politico spontaneo, non concordato con nessuno, semplicemente giusto. L’altro lascia una sola traccia pubblica di sé: cinque Masters 1000 consecutivi, record assoluto nella storia del tennis, un gioco di una precisione che non lascia spazio a interpretazioni, e nient’altro.
Eppure entrambi vincono. E non è nonostante le loro differenze, ma grazie a esse. Perché ognuno dei due ha trovato, o costruito, il modo di essere campione che era possibile solo per lui, in quel momento, in quel mondo. Forse è proprio questo il motivo per cui, oggi, vederli uno accanto all’altro aveva qualcosa di commovente. Non i cinquant’anni di distanza. Non la storia del tennis italiano. Loro due: così diversi, così inconfondibilmente se stessi.
Roland Garros 2026: Parigi aspetta di nuovo
Tra otto giorni si apre il Roland Garros. Panatta sarà lì: la Federazione francese lo ha invitato personalmente a premiare il vincitore, cinquant’anni dopo averlo vinto lui. È possibile, anzi probabile, che si ritrovi ancora una volta a consegnare una coppa a Jannik Sinner.
La Coppa dei Moschettieri è l’unico Slam che manca nella bacheca dell’altoatesino. Ha vinto a Melbourne, a Wimbledon, a New York. A Parigi si è sempre fermato un passo prima: l’anno scorso in finale, contro un Alcaraz che quel giorno non aveva mezze misure. Quest’anno Alcaraz non ci sarà, fermato da un infortunio al polso prima ancora di arrivare. Il tabellone è più aperto di quanto non fosse da anni. Ma Sinner giocherà sicuramente come se davanti avesse l’Alcaraz della finale 2025. Ogni partita. Ogni set.
Se Sinner vincesse, l’immagine sarebbe di nuovo quella: Panatta che consegna il trofeo sulla terra rossa di Parigi. Lo stesso uomo, lo stesso gesto, la stessa coppa. A distanza di una settimana e di cinquant’anni. Non lo sapremo oggi. Lo sapremo il 7 giugno.
Ma c’è già qualcosa di compiuto, in questa giornata romana. Perché Panatta ha messo in mano a Sinner una coppa, e con quella coppa, senza dirlo, gli ha passato qualcosa d’altro. La responsabilità di un’eredità. Il peso leggero di essere, finalmente, il campione che l’Italia aspettava. Anche se lui, probabilmente, non lo dirà a nessuno.
Roland Garros, 24 maggio – 7 giugno 2026. Adriano Panatta sarà lì a premiare il vincitore. Jannik Sinner è il favorito. Il resto, come sempre, lo terrà per sé.
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