Rappresentare un orrore così profondo non è facile. Il cinema, non può che mancare in qualcosa. Ma nel tentativo, donare onore alla Memoria. I nostri 5 film imperdibili per onorare la Giornata della Memoria e la Shoah.
A partire dal 2000 in Italia e dal 2005 a livello mondiale, il 27 gennaio è il ‘Giorno della Memoria’ dedicato a uno dei capitoli più bui della nostra storia moderna, la Shoah, segnata da milioni di vittime e dalla violenta e sistematica persecuzione nazista nei confronti degli ebrei. Sono le esternazioni di quella banalità del male, percorsa con vibrante acume da Hannah Arendt nella sua indagine sociologica, che rende (quasi) ogni uomo in grado di mutare nel più brutale dei carnefici se posto nella condizione ideale. Una catastrofe umana e senza luce che parla di oppressioni, deportazioni, esecuzioni, campi di concentramento, forni crematori.
Uomini, donne e bambini torturati e uccisi senza motivo e senza pietà alcuna. Una disumanità irraccontabile che ha però il diritto e il dovere di essere ricordata e omaggiata. Specie perché l’essere umano tende ad avere la memoria corta e la recidiva facile quando ci sono in ballo universi percorribili di controllo, soldi, e potere.
Shoah e rappresentabilità
Il cinema, dal canto suo, si è sempre speso per non far perder traccia di uno sterminio la cui memoria (dovrebbe) renderci consapevoli e più vigili di fronte a quell’ignavia o mediocrità che può facilmente trasformarsi in macabra connivenza. Nel tempo, tantissime opere come Il giardino dei Finzi Contini (1970) di Vittorio De Sica, Train de vie – Un treno per vivere (1998) di Radu Mihăileanu, Il pianista (2002) di Roman Polański, ma anche Il bambino con il pigiama a righe (2008) di Mark Herman, Jojo Rabbit (2020) di Taika Waititi o Anna Frank e il Diario Segreto (2021) di Ari Folman hanno affrontato la tematica con piglio e registri totalmente diversi tra loro, ma ugualmente funzionali.
Eppure, la rappresentabilità di un avvenimento di tale portata, una tragedia umana di ordine insostenibile, pone limiti di cui bisogna tener conto. Molti studiosi (tra cui il filosofo tedesco Theodor W. Adorno e il regista francese Claude Lanzmann) si sono spesi per affermare quanto ogni tentativo di rappresentazione creativa rischi di violare l’unicità dell’evento. In quanto nella tesi, nel taglio, nel punto di vista che l’opera di volta in volta assume si cela inesorabile una modifica strutturale degli eventi. E una loro conseguente e potenziale banalizzazione. Motivo per cui, solo il processo di rievocazione o testimonianza diretta risultano essere mezzi adatti a onorare la Shoah senza intaccarne la valenza storica e umana.

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5 film unici per non dimenticare la Shoah
Qui di seguito, tra intellettuali che si sono impegnati al fine di onorare con rigore la memoria, e registi che si sono invece cimentati a diffondere il verbo per portare testimonianza al grande pubblico, la nostra selezione. Solo cinque film che rappresentano varie sfumature della rappresentabilità della Shoah. E che ne colgono all’unisono il dovere di Memoria. Pur nei limiti strutturali della componente narrativa e drammaturgica fisiologiche all’opera filmica.
La vita è bella (1999)
Tre premi Oscar per il toscano Roberto Benigni. Autore geniale e narratore acclamato, ne La vita è bella si muove agli antipodi di quel rigore narrativo invocato dagli studiosi. Con artificio d’ingegno e voli pindarici di fantasia Benigni racconta la Shoah ricucendola a fiaba nera. Costruendo l’orrore lungo un’ironia serafica che si frantuma poco alla volta. Assumendo il duplice ruolo di deportato eversivo e padre devoto, qui Benigni riscrive l’orrore tramite la bellezza. Quella di uno sguardo escapista che consente al genitore di attutire il peso di un dramma che in coscienza e raziocinio non è possibile alleviare.
La magia rilegge l’orrore mentre l’arte di ridicolizzare smaschera un destino oscuro e crudele. L’occultarsi alla morte diventa così il nascondino nel lager e le divise degli ufficiali incarnano un buffo svago di travestimenti. Il tutto nell’economia grottesca di un gioco a premi che mette in palio un “carro armato vero”. Nel consapevole non-rigore e nell’apparente levità del narrato, il film di Benigni racconta il dramma iconico di un padre istintivamente portato a salvaguardare il benessere fisico, e soprattutto mentale, di un’esistenza ancora fragile. Di garantire a quegli occhi ancora pieni di sogni un attimo in più di giocosa speranza e immaginazione. Ed è in questo cambio di prospettiva, e di lettura, in questo trascendere gli eventi per ergersi a fiaba di pura sopravvivenza che si definisce la genialità di quest’opera. Un film universalmente apprezzato e, come grande valore aggiunto, accessibile a qualsiasi tipo di pubblico.

Schindler’s List (1993)
Tratto dal libro di Thomas Keneally è la vera storia di Oskar Schindler (interpretato da un superbo Liam Neeson). Il noto industriale tedesco che con la vicinanza ai nazisti e la sua forte posizione imprenditoriale riuscirà a strappare a morte certa più di mille ebrei, dichiarandoli abili al lavoro. E quindi indispensabili per la sua fabbrica di smalti. Guidata dalla mano da divulgatore sapiente di Steven Spielberg, quest’opera (premiata con ben sette premi oscar) trova nella sua spettacolare messa in scena la chiave per scavare, attraverso il dettaglio dei primi piani e nella geometria dei campi larghi, lo scarto esistente tra “I sommersi e i salvati”. Proprio come li ha descritti da Primo Levi.
Oskar Schindler, eternamente in bilico tra l’uomo buono e l’imprenditore audace, tra benefattore esemplare e speculatore seriale, si muove immerso in un bianco e nero espressionista. Scelta che mira a evidenziare tutte le atrocità del contesto fermandosi però un passo prima del manierismo estetico. Spielberg immerge tutto nella cupezza della storia, narrando un uomo che si erge dalla folla nel tentativo di essere migliore di ciò che lo circonda. E che sublima i connotati dell’uomo ricco, intento ad accarezzare il potere per trarne profitto, e il privilegio ultimo di uscirne da salvatore. Ma la forza dell’uomo, dell’impresa solitaria, e del suo graduale spendersi per la salvezza di ogni singola vita in più, non bastano comunque ad alleviare la portata distruttiva degli eventi.
Il cromatismo nella scala dei grigi, con una pioggia di neve che diventerà cenere nera dei defunti, si spegne volutamente solo sul corpo esile di una bambina dal cappottino rosso. Simbolo puro e immacolato di una strage degli innocenti qui riprodotta con dignitosa armonia tra senso della narrazione e vincolo della Memoria.

Giovani e Memoria: perché è necessario visitare Auschwitz ancora adesso
In occasione del Giorno della Memoria, l’interrogativo sul come continuare a tramandare l’orrore della Shoah è sempre più urgente. La testimonianza di Michele Andreola, guida italiana del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau. di Chiara M. Gargioli
Il figlio di Saul (2015)
Nel 1944, Saul Ausländer (uno straordinario Géza Röhrig) è un ebreo ungherese deportato ad Auschwitz-Birkenau e selezionato come Sonderkommando. La grande X rossa incisa sulla giacca lo identifica come uno degli addetti ai “pezzi” di carne che poi andranno cremati, prima di ripulire le camere a gas dopo ogni “sessione”. Una sorta di routine demoniaca che assume nella sua ciclicità il tratto ancora più aberrante della normalizzazione. Anche se che garantisce ai sonderkommando una piccola finestra di vita (dodici mesi) in più rispetto agli altri. Fin quando di fronte a Saul non si profilerà il giovane corpo de “il figlio”.
Da lì in poi l’ossessione dell’uomo sarà dare giusto commiato a quell’esistenza, con la preghiera di un rabbino e la sacralità della sepoltura. Vincitore del premio oscar al Miglior Film Straniero nel 2016, il film d’esordio dell’ungherese Nemesz Lazslo si sottrae al discorso sulla rappresentazione scegliendo di mettere a fuoco la centralità di una storia personale. Una storia tutta stretta in un 4/3 che tiene a fuoco solo il cammino dell’uomo alla ricerca della sua salvezza più intima. Il rumore è il tratto sfocato dell’inferno che va in scena tutt’intorno, mentre i silenzi di Saul sono l’abisso in cui precipita l’uomo testimone di tali atrocità.

L’orrore è quasi tutto fuori campo. Avvolto in un buio perenne e nella fine che cinge da vicino masse di corpi indistinti, pur restando fuori dal tragitto d’azione di Saul, sempre più in simbiosi con la sua missione. Opera che sceglie dunque di narrare l’orrore di uno sterminio senza tregua attraverso l’occhio e il cuore posati su un giovane corpo. E determinati a restituirlo alla propria pace. L’atto simbolico ultimo che tenta di riconsegnare dignità all’esistenza in un oceano di macabra vacuità umana e morale. Una parabola che si nutre dell’oscurità della vicenda storica per narrarla tramite la sua nemesi, la luce di un uomo ostinato a preservare la sacralità del singolo e l’unicità del trapasso.
The zone of Interest / La zona di interesse(2023)
The zone of Interest (due premi Oscar nel 2024: miglior film internazionale e miglior sonoro) è il rumore metallico dei forni in funzione, che si contrappone alla serenità bucolica della famiglia di tedeschi che vive felice oltre il muro di cinta. Di cui il capofamiglia è comandante nazista in brillante ascesa grazie alla gestione oculata del campo di Auschwitz e a un progetto di ampliamento forni che lo vede in prima linea sul “business” dell’olocausto. Con Zone of Interest, Jonathan Glazer compie il raffronto ultimo di “mors tua vita mea”. Qui il progressivo stato di benessere della famiglia tedesca si riflette nei fumi della ciminiera accanto. Quel macabro simbolo dei morti che aumentano, dello sterminio che avanza e della follia di un progetto di genocidio sempre più ambizioso e senza soluzione di continuità.
Bambini ariani con le migliori possibilità vivono il loro giardino luminoso pieno di fiori pregiati mentre al di là del muro i loro coetanei perdono la vita come mosche. Con un cast superbo (Sandra Hüller su tutti) e una regia perimetrale che segna il divario brutale tra bagliore e orrore, The Zone of Interest racconta la Shoah nella feroce contrapposizione sociale e umana. Quella che sempre interessa le nostre vite. Anche con stacchi meno eclatanti e confini meno netti. Perché anche se le nostre case prosperano, al di là del muro c’è sempre qualcuno che sopravvive a quella stessa vita che per noi è consuetudine.

Shoah di Lanzmann (1985)
È un’opera omnia e monumentale quella con cui lo studioso e regista Claude Lanzmann nel 1985 riporta la Shoah su schermo. Dodici anni di ricerca e lavoro minuzioso per oltre nove ore di narrazione puramente testamentaria. Danno vita a un viaggio nei luoghi e nei volti dei sopravvissuti, con la parola del silenzio a fare da collante a quello che resta dell’orrore andato in scena. Il filo narrativo è ricomposto qui, per deontologia rappresentativa, solo tramite le testimonianze dirette di superstiti (ebrei), testimoni (polacchi) ed ex nazisti (tedeschi). E più che una narrazione l’opera di Lanzmann compie l’atto estremo di riesumazione dal passato. L’orrore filtra intatto dai luoghi che sono teatro e testimoni, dagli occhi e dalle parole di chi ha visto in prima persona ciò che realmente è stata la Shoah. E cosa ha significato.
La ricostruzione minuziosa di un trascorso che torna a essere presente è l’omaggio più puro e rispettoso che si possa fare della Shoah. Il documentario di Claude Lanzmann resta, a oggi, l’opera audiovisiva più accreditata ed esemplare, ma anche più potente e legittimata, nella rappresentazione visiva dell’Olocausto. Un’opera non da vedere ma nella quale sprofondare per contemplare e comprendere le atrocità di un evento che ha segnato lo spartiacque netto tra un prima e un dopo. Superando un confine invalicabile di rappresentabilità dell’orrore. L’opera alla Memoria definitiva.
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