Un’inchiesta televisiva in Danimarca, controlli sanitari in Repubblica Ceca e un’interrogazione al Parlamento europeo. Lo scandalo KFC si allarga oltre i confini nazionali e arriva anche in Italia.
A far scattare i controlli non è stata un’ispezione sanitaria, ma una telecamera. Nell’estate del 2025 il programma televisivo danese Kontant, in onda sulla rete pubblica DR, ha acceso i riflettori su alcune pratiche nella gestione della carne nei ristoranti KFC del Paese. Ex dipendenti hanno raccontato di confezioni di pollo scongelato rietichettate con nuove date di scadenza prima di essere servite ai clienti. Dopo la messa in onda dell’inchiesta sono arrivate le ispezioni dell’autorità alimentare danese: controlli a tappeto negli undici locali della catena presenti nel Paese, nessuno dei quali ha ottenuto una valutazione pienamente positiva. Nel giro di poche settimane l’intera rete danese del marchio è stata chiusa in attesa di un nuovo operatore in franchising. Ed era solo l’inizio per KFC.
Scandalo KFC: il caso Liberec e i ristoranti della Repubblica Ceca
Pochi mesi dopo accuse simili hanno cominciato a emergere anche in Repubblica Ceca. L’Autorità Statale di Ispezione Agricola e Alimentare (SZPI) ha trovato quasi nove chili di carne marinata oltre la data di scadenza in un ristorante KFC di Liberec, già pronta per essere utilizzata in cucina. Il caso ha portato all’apertura di un procedimento amministrativo e a una serie di controlli più ampi nella rete della catena. Fino a poche settimane fa, gli ispettori hanno effettuato decine di verifiche nei ristoranti KFC del Paese, riscontrando diverse irregolarità nelle procedure di gestione degli alimenti.

Le testimonianze raccolte dal giornalista Jan Tuna
Le verifiche delle autorità non sono rimaste l’unico fronte dell’indagine. In Repubblica Ceca il caso è stato alimentato anche da un lavoro giornalistico parallelo: il reporter investigativo Jan Tuna ha raccolto testimonianze di ex dipendenti che descrivono pratiche simili a quelle emerse in Danimarca, tra confezioni rietichettate, carne conservata oltre i limiti consentiti e, in alcuni casi, rimessa in vendita nonostante segni evidenti di deterioramento. Accuse che l’azienda ha respinto, sostenendo che si tratterebbe di episodi isolati e non rappresentativi delle procedure adottate dalla catena.
Sul caso di Liberec, inoltre, l’operatore locale AmRest – che gestisce KFC nel Paese – ha diffuso una posizione ufficiale: la direttrice di KFC Czechia, Ivana Makalová Dlouhá, ha dichiarato che l’episodio sarebbe stato individuato e risolto, aggiungendo che la carne non era destinata alla vendita e avrebbe dovuto essere scartata la sera stessa, mentre la procedura non sarebbe stata seguita correttamente e lo smaltimento sarebbe avvenuto solo la mattina seguente. L’azienda ha ribadito che salute e sicurezza restano una priorità e che la rete opera con controlli interni, audit e formazione del personale.
Kfc, lo scandalo arriva al Parlamento Europeo
Nel frattempo la vicenda ha rapidamente superato i confini nazionali, trasformandosi da caso locale a questione europea. Nei mesi successivi il caso è arrivato fino al Parlamento europeo, dove un eurodeputato ceco ha presentato un’interrogazione alla Commissione chiedendo quali misure si intendano adottare per verificare che i prodotti venduti nei ristoranti KFC rispettino gli standard di sicurezza alimentare dell’Unione in tutti gli Stati membri.
Ed è su questo sfondo che la vicenda europea comincia a incrociare anche il dibattito italiano. Alla luce di quanto accaduto nel Nord Europa, l’associazione Essere Animali ha chiesto pubblicamente chiarimenti anche sulla rete italiana della catena, che conta oltre cento ristoranti e continua a crescere.

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Il dibattito arriva in Italia
«Quanto emerge in Danimarca e Repubblica Ceca sembrano essere prassi consolidate nei ristoranti KFC», afferma Simone Montuschi, presidente dell’associazione. «Chiediamo all’azienda di fornire alla collettività prove concrete circa l’assenza di casistiche analoghe negli oltre cento locali presenti nel nostro Paese».
Secondo i dati diffusi dall’organizzazione, il mercato italiano rappresenta uno degli ambiti di espansione più importanti per il marchio. KFC Italia ha registrato un fatturato di circa 179 milioni di euro e ha dichiarato l’obiettivo di superare i duecento punti vendita entro il 2027. Nel nostro Paese circa il 70% dei clienti consuma il pasto direttamente all’interno del ristorante, una percentuale molto più alta rispetto ai mercati anglosassoni, dove il consumo in sala si ferma tra il 15 e il 20 per cento.
Per Essere Animali il tema non riguarda soltanto le procedure nei ristoranti ma anche la filiera produttiva del pollo. Da tre anni l’associazione chiede a KFC Italia di aderire allo European Chicken Commitment (ECC), uno standard europeo che prevede densità di allevamento più basse, l’utilizzo di razze a crescita più lenta e migliori condizioni ambientali per gli animali. È attiva anche una petizione online con all’attivo per ora più di 55mila firme.
Dal ristorante alla filiera: tutte le criticità italiane
Nel report internazionale The Pecking Order, che analizza le politiche delle grandi catene di fast food rispetto al benessere animale, KFC continua a ricevere una valutazione giudicata insufficiente. Secondo i dati citati dall’associazione, tra il 2022 e il 2023 l’utilizzo di razze di pollo considerate più adatte al benessere animale sarebbe sceso dal 7,21% allo 0,9%, mentre la grande maggioranza della filiera resterebbe legata a sistemi di allevamento intensivo.

Nelle indagini realizzate dall’associazione in un allevamento collegato a un fornitore della catena vengono mostrati migliaia di polli stipati in capannoni sovraffollati, con animali feriti o morti e altri con bruciature al petto e alle zampe dovute al contatto prolungato con lettiere ricche di ammoniaca. «Da quasi tre anni cerchiamo un dialogo con l’azienda», aggiunge Montuschi. «Ma finora non abbiamo ricevuto segnali concreti di apertura».
Mentre in Danimarca la rete KFC resta chiusa in attesa di un nuovo operatore e in Repubblica Ceca proseguono le verifiche delle autorità sanitarie, la vicenda continua quindi a sollevare interrogativi sulla sicurezza alimentare e sulla trasparenza delle filiere che alimentano una delle più grandi catene di fast food del mondo.
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