Stylist da processo immediato, battute che chiedono pietà, ritorni che salvano la serata e debutti che fanno più tenerezza che paura: la prima notte di Sanremo ha già detto tutto. Anche quello che forse avrebbe preferito evitare.
Sanremo non comincia mai con la prima canzone, ma con il primo sospiro collettivo davanti alla televisione. Quello in cui capisci subito se sarà una lunga notte d’amore o una relazione tossica destinata a durare comunque cinque sere. Tra stylist da processo sommario (quasi tutti quelli degli uomini, si salva solo Michele Bravi in un custom Antonio Marras) , battute finite male e iniziate peggio, ritorni salvifici e momenti di televisione vera arrivati quasi per errore, la prima serata del Festival ha già fatto quello che Sanremo sa fare meglio: raccontare molto più il pubblico che lo guarda che gli artisti che salgono sul palco.
E allora visto che anche gli insospettabili cantano Sanremo e parlano del Festival non potevamo esimerci, dal momento che noi dichiaratamente lo amiamo, dal dire la nostra. Abbiamo raccolto 10 momenti salienti, dieci spunti di riflessione, dieci attimi che rimarranno se non nella storia della televisione e della musica (qualcuno in realtà forse sì), di sicuro si ancoreranno bene alla nostra memoria. Scegliere non è stato facile, ma d’altronde il Festival è appena iniziato, come ci ha ricordato la Mirigliani che ha denunciato Ditonellapiaga per aver utilizzato “in maniera poco dignitosa” il nome di Miss Italia. Che poi la domanda giusta sarebbe: “Miss Italia chi”?
La prima serata di Sanremo secondo noi
Serena Brancale: finalmente voce
Finalmente qualcuno che entra all’Ariston senza chiedere scusa. Canzone solida, voce presente — non urlata, — e un’estetica che, anche se non perfetta (non sappiamo chi la vesta, non è stato dichiarato, ma non la valorizza al massimo), non sembra uscita da un brainstorming di marketing e la riporta in un range estetico molto più bon ton di quello a cui ci aveva abituati. La canzone è la “quota genitore” di quest’anno, ma vince e stravince per la potente emotività che la cantante pugliese mette nelle parole. “E se ti portassi via da quelle stelle/Per cancellare il tuo addio dalla mia pelle/Scalerei la terra e il cielo/Anche l’universo intero/Per averti ancora qui con me”. In un coro di performance fin troppo confortevoli, lei porta un testo forse non originalissimo ma risulta coraggiosa nel mostrare una parte di sé che la media del pubblico italiano non aveva ancora conosciuto.

Can Yaman, la vera sorpresa della prima serata di Sanremo
Buon co-conduttore. E già questa è una sorpresa. Tempi televisivi corretti, nessuna smania di occupare ogni secondo, capacità rara di stare accanto al palco senza diventare il palco. Però qualcuno deve parlargli seriamente dei vestiti. Perché c’è chi ha realmente pensato di denunciare il suo stylist per attentato al buon gusto e palese incapacità di lavorare. Avere un fisico del genere e vestirlo a metà tra il domatore di leoni e il parcheggiatore abusivo dei matrimoni a cui canta Sal da Vinci è veramente inspiegabile. Misurato e vincente anche nel momento Multiverso, in cui fianco a fianco con Kabir Bedi – che non ha mai imparato l’italiano a differenza sua che azzecca anche i congiuntivi – è riuscito a restare un passo indietro e ad omaggiare l’età e il rispetto per un artista più anziano.

Sanremo, 8 curiosità che (quasi) nessuno conosce sul Festival
L’Ariston non è solo un teatro, ma il palcoscenico della nostra storia: perché il Festival unisce l’Italia e cosa si nasconde dietro lustrini, fiori e canzoni. di Francesco Bruno Fadda
Abbiamo un problema: le battute della Pausini
Qui c’è necessità di essere brutali, considerando che alla sua presenza è anche imputabile almeno il 50% del calo di share della prima serata del Festival di Sanremo: anche no. Lo abbiamo pensato al “facciamo una pausini di pubblicità”, lo abbiamo fortemente temuto al suo “prima me l’avete messo lì e ora ce l’ho in mano (il cartellino)” ed è diventato una sicurezza quando accompagnando fuori dal palco la 105enne Gianna, ha proprio insistito per fare una citazione del – bellissimo – film della Cortellesi C’è ancora domani. Peccato che citandolo lì, con un piede già fuori dalla porta, l’effetto era più quello della stalker che non resiste a dire la sua.
Quando è arrivato il “e ora…Marco Masini” “No solo Masini” “e Marco? vabbé Marco se n’è andato” eravamo già quasi tutti in coma per sopravvenuto appiattimento delle attività cerebrali. Molto meglio il siparietto tra i Sandokan. Plauso, qui sì, alla stylist: decorosi ed eleganti i vestiti, tutti Giorgio Armani, molto belli i gioielli.

Casa Vessicchio: a Sanremo 2026 il palcoscenico del cuore
Nell’immaginario collettivo, Peppe Vessicchio era il sorriso rassicurante e l’incarnazione di una passione per l’arte senza confini. La sua essenza rivive a Sanremo, nel progetto voluto per i giovani artisti e l’incontro tra le arti. di Francesco Bruno Fadda
Le commemorazioni: si è sfiorato l’effetto elenco del telefono
Tutte giuste. Tutte doverose. Ma una dietro l’altra diventano un unico lungo corridoio emotivo senza finestre. Il rischio è che arrivati nel mezzo del percorso le persone cerchino l’uscita di sicurezza per allontanarsi a metà tra lo sdegnato e l’asfissiato. Dialogare con i personaggi che hanno fatto da colonna per la cultura Pop di questo Paese è più che giusto e Sanremo è sicuramente il posto adatto per farlo, ma inanellarli tutti insieme rischia di essere davvero poco rispettoso.
Lo si è notato in maniera palese durante il ricordo del Maestro Peppe Vessicchio: un minuto e poco più di rvm a metà della prima serata, una standing ovation del pubblico di Sanremo e poi via ad elencare subito dopo – ma anche prima – altri morti più o meno illustri. Ha fatto molto più bene al cuore i vari colleghi che hanno ricordato Vessicchio con papillon più o meno posticci (facendo anche punti al fantasanremo). Il secondo momento più bello, per grado di commozione, resta la presentazione della serata arrivata direttamente dal passato, con la voce di Baudo e la sua sigla preferita.
La nonnina antifascista: 105 anni e non sentirli
Il momento più vero della serata. Breve, quasi laterale, senza costruzione narrativa, quando l’abbiamo vista entrare abbiamo pensato all’ennesimo omaggio retorico agli 80 anni di questa sgangherata e sofferente Repubblica. Ma quando Gianna Capaldi Pratesi ha cominciato a parlare qualcosa si è rotto nel ritmo sonnacchioso della serata e il pubblico è rimasto improvvisamente attento e silenzioso. Perfino Carlo Conti è sembrato meno ossessionato dal ritmo della scaletta e dal non perdere tempo. Con i continui rimandi al “sacrificio di uomini e donne che sono morti per farci essere liberi” Carlo Conti si è riscattato da buona parte delle polemiche che hanno accompagnato i giorni precedenti l’esordio, nonostante alcuni commenti poco generosi che stanno girando sui social. È con il “fascisti, ciao ciao” Gianna ci ha conquistati tutti – o quasi, purtroppo -. Nessuna retorica, solo presenza.
Tredici Pietro: un clone o un figlio?
Microfono fuori uso: incubo di qualsiasi live, figuriamoci se sei sul palco di Sanremo al tuo debutto, in prima serata. Eppure la classe Morandi non mente: lui resta fermo, educato, quasi sorridente. Nessuna scenata, nessuna corsa a cercare colpevoli. Ha ripreso a cantare con un’alzata di spalle e ha portato l’esibizione a casa senza errori, svalvolamenti emotivi o borbottii. Il paragone con il padre aleggia inevitabile. Lui ci ha anche provato, con il nome d’arte, a non mettersi troppo in mostra, ma in realtà è un clone del padre con le mani enormi e le stesse micro espressioni facciali. Con quel “Forza Bologna” finale poi ha fugato ogni dubbio: non è il figlio, è il progetto di Morandi per diventare immortale definitivamente. Più un clone che un figlio minore.

J-Ax è entrato nella sua cowboy era
Chi scrive non ha ancora deciso se ha assistito a un’illuminazione o a un esperimento sociale, nonostante le dichiarazioni dell’artista interessato durante i primi 20 minuti del Dopo Festival (ovvero gli unici che sono stati visti prima di cedere agli strali del sonno, con buona pace dell’ottimo Savino). Cappello, mood western, energia da saloon televisivo: più che la passione per la vicinanza con i temi e gli struggimenti della gente comune, Ax ci sembra abbia mutuato altro dal country. La tendenza alla caciara di quello di terza categoria (per quello vero, chiedere a Johnny Cash e alla sua “I Walk the line”, ndr). Però almeno una cosa va detta: rischia. E a Sanremo il rischio ormai è più raro delle standing ovation, che (come abbiamo raccontato nella nostra Newsletter The Giovedì) qualche volta sono pilotate.
Tiziano nazionale non è bastato a risollevare lo share
Laura Pausini, sua vera amica, vorrebbe essere amata come lui dagli italiani. Ma di Tiziano Ferro in realtà ce ne sono davvero pochi in questo mondo italico. Sono passati 25 anni dalla prima volta che ha intonato XDono in uno show televisivo (e Carlo Conti ci tiene, ci tiene tanto, a far sapere che lo ha scoperto lui. La trasformazione in Baudo è quasi completa) e anche i telespettatori più distratti hanno intonato almeno due canzoni del Medley che ha proposto durante la prima serata di Sanremo. I telespettatori più attenti invece, molti, stanno facendo fatica a perdonargli di aver tagliato Sere Nere dalla scaletta, tanto da sfiorare il colpo di Stato social.
Nonostante tutto – l’imbolsonimento fisico e gli occhi stanchi – è innegabile che Ferro appartenga alla categoria di artisti carismatici ed emotivamente potenti che possono definirsi animali da palco. Lui lo sa e più canta più riprende verve ed energia. Tanto che uscendo dalla scena, dopo aver provato a convincere Conti a un terzo Sanremo di fila proponendosi come concorrente (non è mai stato a Sanremo in gara), si lancia direttamente come presentatore. Non ci dispiacerebbe, se non fosse che c’è il rischio concreto che si porti la Pausini come coconduttrice.
Tommaso Paradiso, un’occasione sprecata
Uno dei più attesi dai Millennial e dalla generazione immediatamente precedente, quella di cui tutti ci dimentichiamo sempre il nome, che ha decisamente tradito le aspettative. Al suo debutto sul palco dell’Ariston su cui arrivava da papabile vincitore, in competizione diretta con il duo Masini-Fedez (di cui terremmo volentieri la prima metà per lasciar andare la seconda), è in palese para da debutto. E ci si perdoni il termine colloquiale, ma non c’è veramente altro modo di definire tutto ciò che è successo, dal viso cadaverico in poi: mani leggermente rigide, sorriso trattenuto, quell’aria da primo giorno di scuola che tradisce più emozione che inesperienza. Non dà fastidio, fa quasi tenerezza. Ci riserviamo un secondo ascolto live, anche se dalla versione streaming sembra un brano in pieno stile Paradiso, ma decisamente molto più debole delle sue solite hit.

La verità? Carlo Conti, 30 sono troppi!
Il numero di cantanti in gara, ben tre decine, è eccessivo. E non per l’orario di fine pena, non solo almeno e non necessariamente, d’altronde anche quando erano molti meno si finiva dopo mezzanotte e mezza. I cantanti in gara sono troppi per la curva di attenzione necessaria a recepire le canzoni, soprattutto quelle degli artisti meno conosciuti.
Se ti trovi davanti a un lenzuolo infinito, un po’ come quando guardi il catalogo di film del tuo canale streaming preferito, finisci per affidarti a ciò che senti più tuo. Più confortevole. E se proprio devi riposare il cervello, o andare alla toilette, scegli di farlo durante la canzone di quel ragazzino con i rasta (Sayf non si senta tirato in causa, in reltà è uno dei nostri preferiti), non durante Patty Pravo. Per le prossime serate comunque consigliamo pausa durante la canzone di Renga, che decisamente non è la migliore del suo repertorio.
Nonostante tutto…amiamo il Festival
Perché diciamolo, Baudo aveva ragione: Sanremo è sempre Sanremo. L’unico luogo del globo terracqueo in cui nello stesso arco di tre ore (anzi no, 5) puoi passare dalla nostalgia nazionale al meme involontario, dalla lezione di storia civile al cappello country senza che nessuno trovi davvero strano niente. È un po’ il nostro Half Time del Super Bowl ma senza Bad Bunny e Lady Gaga (purtroppo) e senza Trump che borbotta (ah no, forse quello c’è, dato il tema della poesia in ninna nanna che ha portato Ermal Meta). Ci indigniamo, commentiamo, twittiamo, promettiamo ogni anno che “questa è l’ultima volta”. Eppure puntualmente la sera dopo siamo di nuovo lì, telecomando in mano, pronti a giudicare anche l’ampiezza del gradino dell’Ariston. Che poteva essere più stretto, così a favor di Fantasanremo sarebbe inciampato qualche cantante in più.
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