Ditonellapiaga e TonyPitony hanno vinto con la loro cover di The Lady is a Tramp
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Sanremo 2026, la serata delle cover, trionfo e ingiustizie

La serata cover del Festival si conferma il momento più atteso: tra sorprese, rivisitazioni magistrali e clamorose ingiustizie in classifica.

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Poche righe, senza indugiare oltre, non vorremmo mai che Carlo Conti ci bacchettasse picchiettando sull’orologio. La quarta serata del Festival di Sanremo è universalmente riconosciuta come la migliore, almeno da quando il venerdì festivaliero è interamente dedicato alle cover e a quei duetti spesso inimmaginabili nella realtà, ma che sul palco dell’Ariston prendono forma e sostanza (non sempre, va detto) con la stessa arte effimera dei disegni sul cappuccino.

L’apoteosi del Festival: la serata Cover

Dalla sua introduzione fino all’edizione in corso, la serata cover è la boccata d’ossigeno necessaria dopo la maratona musicale dei primi tre giorni. La sua “prima volta” sul palco dell’Ariston risale al 2005, anno in cui il conduttore dell’epoca Paolo Bonolis inventò questo “inserto” e decise di inserirlo stabilmente nel programma di Sanremo.

La quarta serata del Festival di Sanremo 2026 non ha tradito le attese: trenta duetti/cover che, pur con qualche scelta discutibile, si sono rivelati in larga parte convincenti e, in alcune occasioni, persino emozionanti per intensità e partecipazione. Il meccanismo nostalgia, il ritorno sul palco di artisti a volte ingiustamente dimenticati e la ritrovata brillantezza di alcune voci in gara, penalizzate da testi poco sartoriali, hanno funzionato benissimo in quella che, genericamente, non è la più esaltante edizione firmata Carlo Conti.

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Ditonellapiaga e TonyPitony: cover e mossa vincente

Alla fine, la mossa vincente è stata l’audacia, o meglio, la grande messa in scena. La serata delle cover del sessantaseiesimo Festival di Sanremo ha visto trionfare Ditonellapiaga e TonyPitony – scritto tutto attaccato – grazie a una versione di “The Lady Is a Tramp” che era tutto fuorché banale: sofisticata e completamente rivisitata. Occhio, è importante specificarlo: il voto delle varie giurie – televoto da casa, sala stampa e radio – ha decretato solo i vincitori di questa specifica serata, non ha cambiato la classifica generale delle canzoni inedite in gara. Tutte le giurie, comunque, hanno premiato proprio la loro interpretazione, che non è stata un semplice tributo, ma una vera e propria reinvenzione del pezzo.

Ditonellapiaga si è presa il palco con la sua solita eleganza e un pizzico di ironia, mentre TonyPitony — con la maschera da Elvis Presley, la voce che ricorda Tony Bennett e la presenza scenica di un attore navigato — ha costruito un duetto colorato, ma intenso e preciso. Il risultato? Un numero completo, che funzionava alla perfezione, capace di unire una tecnica vocale notevole a una chiara visione artistica. Diciamocelo, la loro performance è andata ben oltre la semplice “cover”. L’Ariston, per qualche minuto, si è trasformato in un piccolo, elegante club teatrale: un po’ Broadway.

La classifica: popolo snob e gusti telefonati

Esaurita tutta la fantasia e l’entusiasmo con la prima classificata, il resto dei gradini sono decisamente telefonati e in linea con il gusto del popolo festivaliero, talvolta più snob di quanto voglia credere, meno curioso e rifrangente di ciò che non conosce a menadito. Ma si sa, il popolo è sovrano e Sanremo è un festival popolare, e ci piace perché è così.

Sayf con Mario Biondi e Alex Britti durante la loro cover di Hit The Road Jack
Sayf con Mario Biondi e Alex Britti

Dal Blues Brothers all’inno Mannoia: il podio e la Top Ten

La classifica ha visto Sayf conquistare una posizione con “Hit The Road Jack“, l’immortale brano di Ray Charles, interpretato con Alex Britti e Mario Biondi in una vibrante versione Blues Brothers. Subito dietro, al terzo posto, si è piazzata Arisa che, insieme al Coro del Teatro Regio di Parma, ha reinterpretato “Quello che le donne non dicono“, brano manifesto di Fiorella Mannoia. A seguire, sono entrati tra i primi dieci:

  • Bambole di pezza con Cristina D’Avena in “Occhi di gatto” (1985)
  • Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & Band in “Vita” (Gianni Morandi e Lucio Dalla, 1988)
  • Sal Da Vinci con Michele Zarrillo in “Cinque giorni” (1994)
  • Lda e Aka 7even con Tullio De Piscopo in “Andamento lento” (1988)
  • Nayt con Joan Thiele in “La canzone dell’amore perduto” (Fabrizio De André, 1966)
  • Dargen D’Amico con Pupo e Fabrizio Bosso in “Su di noi” (1980)
  • Luchè con Gianluca Grignani in “Falco a metà” (1995)

Una classifica in pareggio che accontenta un po’ tutti, tranne Alessandro Gassmann e pochi altri, fatta eccezione perOcchi di gatto” che ha fatto saltare sulle poltroncine il pubblico in sala – i fischi hanno coperto l’annuncio della seconda classificata -.

I “Fuori” che meritano un commento a latere

Tra i dentro e i fuori dalla classifica dei primi dieci, alcuni meritano onestamente un commento a latere. Per esempio, tra i fuori ci sono Francesco Renga e Giusy Ferreri con “Ragazzo solo, ragazza sola“. Commento tranchant e diretto: in effetti, meglio soli. Fedez e Masini con Stjepan Hauser, con “Meravigliosa Creatura“, scaldano la platea. Interessante, buona l’idea, ma forse la poca amalgama tra i troppi elementi in campo ha distratto i votanti, che hanno preferito “vivere, e quindi scegliere”…altri artisti.

J-Ax sul palco con Cochi, Ale e Franz, Paolo Rossi e Paolo Jannacci
J-Ax sul palco con Cochi, Ale e Franz, Paolo Rossi e Paolo Jannacci

J-Ax: Pura gioia in classifica e fuori

J-Ax con Ligera County Fam canta “E la vita, la vita“. Non entrano in classifica, e anche chi se ne frega! La loro performance resta, indiscutibilmente, uno dei momenti più alti e coinvolgenti della quarta serata, se non dell’intero Festival. Sul palco insieme a J-Ax, Ale&Franz, Paolo Jannacci, Paolo Rossi e Cochi Ponzoni. Semplicemente perfetti, a loro agio avvolti da una magia artistica solida e romantica. Ci hanno fatto emozionare, cantare, ballare e sorridere senza soluzione di continuità per l’intera durata del loro tempo, purtroppo ridotto. Singolarmente potenti come sappiamo, ma insieme travolgenti, incontenibili, assoluti. Pura gioia.

I duetti più discussi: Fagnani, Lamborghini e l’errore Levante/Gaia

Poi, Fulminacci e Francesca Fagnani con “Parole parole“. Brava lei a mettersi in gioco, stupendo lui nei panni di Mina – come sottolineato da Carlo Conti – ma non basta. Questa canzone può avere solo due voci, quella di un o una cantante e quella di Alberto Lupo. Ancora fuori dalla top ten anche Elettra Lamborghini e Las Ketchup con “Asereje. Il tormentone dell’estate 2003 non ha compiuto il miracolo, rendere meno irritante l’insonne Lamborghini, farfugliante e fuori tempo. Risultato, quattro Desperate Housewives al Karaoke, ma senza Eva Longoria.

Levante e Gaia con “I Maschi“, anche loro fuori, ma in questo caso – almeno per chi scrive – davvero non si comprendono le ragioni. Levante perfetta anche nel look: meglio, molto meglio che in gara. Gaia aggressiva e suadente nel contempo, come suo solito. Insieme, una performance potente che si è tradotta in una maestralata di ormoni che ha abbattuto la quarta parete. Messinscena o meno, l’affinità tra le due era palpabile.

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Malika Ayane: la Queen Charlotte di Sanremo, merenda amara senza di lei

Malika Ayane e Claudio Santamaria con “Mi sei scoppiato dentro il cuore”,  instilla il dubbio e solletica la polemica: togliamo il diritto di voto al pubblico! Una grandissima prova per una Malika in altrettanto grandioso spolvero, ha guidato con nonchalance Claudio Santamaria, intonato ma un pelo rigido, con una voce eccezionale e un’intensità vibrante. Stile, eleganza, voce avvolgente, Malika graffiante, mette le cose in chiaro come una vera Queen Charlotte di Bridgerton. Capiamoci, “Occhi di Gatto” ci ha ricordato tutte le merende della nostra infanzia. Ma questa classifica senza Malika tra i primi dieci trasforma la merenda in un bruttissimo ricordo.

La Zampata Politica di Dargen D’Amico

Dargen D’amico con Pupo e Fabrizio Bosso sono dentro e a pieno titolo con “Su di noi“. Mashup straordinario, la lettura di Dargen D’amico – Il Disertore di Boris Vian del 1954 -, è la zampata dell’artista che aspettavamo tutti davvero: contro la guerra, il genocidio, il disarmo. Certo, sul compagno di performance, l’elegantissimo Pupo – insieme a Conti, al momento l’unico uomo vestito da Sanremo -, dobbiamo concederci qualche remora per via della sua amicizia putiniana. Ma Fabrizio Bosso e Papa Francesco a chiudere, firmano un inno alla vita non solo orecchiabile ma da incidere subito e fissare nella memoria.

Morandi e il figlio Tredici Pietro: l’emozione in scena

Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & Band con “Vita” entrano tra le prime dieci cover. Se avete visto e ascoltato la performance, ci fermiamo qui. Inutile aggiungere che qualsiasi figlio o figlia vorrebbe essere guardato come Gianni Morandi guardava Tredici Pietro. Il giovane convince, quando gioca a fare il rapper e quando invece canta davvero. Ma poi arrivano le mani forti e grandi di Gianni – nessuna ironia – e accolgono le sue. Bello, bellissimo.

Gianni Morandi e Tredici Pietro

Papà Gianni entra in scena con la voce interrotta dall’emozione, poi, pochi secondi, arriva Gianni Morandi e duetta con un suo clone. Le emozioni esplodono, l’Italia in standing ovation, ma questa volta non solo per Gianni, ma per Gianni e Pietro, due cantanti. E Gassman, muto!

I Giganti che oscurano i partner di Duetto

Michele Bravi e Fiorella Mannoia, dentro con Domani è un altro giorno. La Mannoia è dilagante come uno tsunami. La sua voce è piena, elegante e avvolgente come sempre. Il palco lo copre per intero, loggione e parcheggi compresi. Michele Bravi, chi?

Il mistero del “Mondo” di Maria Antonietta e Colombre

Maria Antonietta e Colombre si presentano alle serata delle cover con “Il mondo“, ma sono fuori dalla classifica. Perché? È da ieri notte che ci facciamo questa domanda, senza trovare una risposta valida e credibile. “Il Mondo” nella versione originale già dovrebbe salire su un podio anche se cantata sotto la doccia da un’aquila spiumata, figuriamoci poi se proposta in una delle migliori versioni. Dario Brunori guida, seppure in sottrazione, Maria Antonietta e Colombre da vero maestro, attento e misurato. Il duo in gara tira fuori il meglio delle proprie qualità e, con un gioco di sguardi intensi e innamorati, riesce nell’impresa, ardua, di non affogare nel miele. Anzi, anche in questo caso, il suggerimento è: in-ci-de-te-la! Breve digressione: “caro direttore artistico del Festival di Sanremo 2027, ci prometti che come co-conduttore ci regalerai Brunori Sas?”. Segue petizione firmata.

Quando l’Ospite ruba la scena: Lda, Aka7 e Tullio De Piscopo

Lda, Aka7 e Tullio De Piscopo con “Andamento lento sono dentro. Alle due sigle fatte a cantanti piace vincere facile. Metti Tullio De Piscopo su un palco, lo fai suonare e cantare ed è subito festa. Ma non siamo sicuri sia questo lo scopo della serata duetti/cover, altrimenti si chiamerebbe serata ospite dell’artista in gara. Altresì, se sono dentro, è evidente che lasciare solo Tullio De Piscopo sul palco funziona…

Il capolavoro jazz ignorato: la cover di Brancale e Gregory Porter

Serena Brancale con Gregory Porter e Delia, sono fuori dalla classifica delle prime dieci cover con “Besame Mucho” – Cosa? Dai, hanno sbagliato le grafiche come con La Repupplica della prima serata. Se è dentro Nayt con Joan Thiele in “La canzone dell’amore perduto” (Fabrizio De André, 1966), ovvero la violenza massima possibile su un capolavoro, come è possibile che la Brancale e Gregory Porter – sì, anche Delia – non siano tra i dieci. Ecco che torniamo allo snobismo accennato prima del popolo festivaliero.

Serena Brancale, Gregory Porter e Delia

Quindi, se è pur vero che la Brancale ha una avviata e riconosciuta carriera da jazzista, e Gregory Porter si può considerare il più influente jazzista vocale vivente, non funzionano per il gusto dello spettatore Sanremiano, e neanche per quelli della sala stampa, evidentemente. So, come dicono negli States, la Brancale quando indossa i suoi panni vocali più congeniali, ovvero quelli della musicista completa, eclettica e virtuosa, gioca un altro campionato. Ieri sera con Porter, grandiosamente in appoggio come solo i grandi artisti riescono, la Brancale è salita in cattedra e ci ha regalato un assoluto di eleganza.

Luchè e l’assoluto Grignani: la zampata finale

E arriviamo al momento clou della serata, il nostro duetto preferito: Luchè e Gianluca Grignani in una memorabile interpretazione di “Falco a Metà“. Dobbiamo ammetterlo, e non ce ne voglia Luchè, la sua presenza è stata quasi inavvertibile, una comparsa discreta di fronte all’imponenza scenica del suo partner. Perché Grignani, quando decide di scendere in campo – o, come in questo caso, di salire su un palco importante come quello di Sanremo – è un gigante assoluto.

La sua performance è stata una vera e propria masterclass di presenza scenica e intensità vocale. Gianluca Grignani non canta, suona le sue corde vocali con la maestria e la furia controllata con cui Santana maneggia la sua chitarra. Ma la sua vera, inconfondibile eccezionalità risiede in una magia che travalica l’aspetto puramente tecnico: qualunque sia la sua età, il suo stato fisico, la sua condizione umana e il momento – personale o artistico – che sta attraversando, sale sul palco e lo illumina.

Lo incendia di una luce propria e irripetibile. È esattamente quello che è successo ieri sera al Festival. La sua interpretazione è stata intensa, viscerale, animata da una voglia pazzesca e quasi febbrile di comunicare, di cantare a tutti, di farsi sentire fino all’ultima fila, al di là di ogni aspettativa.

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Brividi a Sanremo, finalmente…

Un autentico numero uno, Grignani si è dimostrato tale anche nella gestione del siparietto con la Pausini. Quando Carlo Conti, nel rituale di omaggio al duetto, gli porge i classici fiori di Sanremo, Gianluca sfodera la sua proverbiale e sorniona zampata, una battuta che ha fatto il giro del web in pochi minuti e che riassume il suo spirito indomito: “Scusa, c’è il numero della Pausini qui dentro?”. Un guizzo geniale di autoironia e nonchalance.

Mentre Grignani si godeva l’applauso con la sua schietta esuberanza, l’altra protagonista involontaria del momento, la perpetua di Don Carlo, ovvero Laura Pausini, sceglieva la via più defilata e discreta del dietro le quinte. Un ritiro rapido, forse un po’ meno sorridente e sorniona di quanto non fosse stata cinque minuti prima, quasi a voler evitare l’onda d’urto della boutade grignanesca. Un episodio, questo, che ha confermato ancora una volta come Gianluca Grignani sia un artista libero, capace di rubare la scena non solo con la musica, ma con la sua personalità irriverente e magnetica.

E siamo arrivati alla quinta e ultima serata della settantaseiesima edizione del festival della canzone italiana. Ma questa è un’altra storia.

Autore

  • Francesco Bruno Fadda

    Sardo per nascita, italiano per convinzione, battitore libero per natura.
 Giornalista e gastronomo, autore, ghost writer, avvocato mancato - per fortuna! - e cuoco mancato -...ma c’è sempre tempo! -. Vivo e “divoro” il mondo per passione prima che per professione. Quattro i punti deboli: le donne che bevono whisky, i cani, la Mamma e i “Paccheri alla Vittorio”. Poche cose mi irritano come “Gioco di consistenze”, rivisitazione, texture e splendida cornice! Un sogno nel cassetto: vedere “enogastronomia ” quale materia di studio nella scuola dell’obbligo… chissà, magari un giorno!
    Curatore e Direttore Editoriale Spirito Autoctono Media

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Scritto da
Francesco Bruno Fadda

Sardo per nascita, italiano per convinzione, battitore libero per natura.
 Giornalista e gastronomo, autore, ghost writer, avvocato mancato - per fortuna! - e cuoco mancato -...ma c’è sempre tempo! -. Vivo e “divoro” il mondo per passione prima che per professione. Quattro i punti deboli: le donne che bevono whisky, i cani, la Mamma e i “Paccheri alla Vittorio”. Poche cose mi irritano come “Gioco di consistenze”, rivisitazione, texture e splendida cornice! Un sogno nel cassetto: vedere “enogastronomia ” quale materia di studio nella scuola dell’obbligo… chissà, magari un giorno! Curatore e Direttore Editoriale Spirito Autoctono Media

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