Storie romantiche, sempre in bilico tra leggerezza e profondità, capaci di farci sorridere quanto soffrire, gioire e innamorare. Sette pellicole brillanti, scelte tra grandi cult e trame d’autore, per un San Valentino di grandi storie. Che sia al cinema o a casa.
Febbraio è il mese di transizione. Un mese di aspettative e buoni propositi che promettono di concretizzarsi con l’arrivo delle nuove e ritrovate energie primaverili. Reduci dal torpore e dalla stasi di un letargo solo apparente, Febbraio segna dunque la riconciliazione di un momento che accoglie in sé sole e neve per poi tingersi di rosso a metà mese, giorno in cui si festeggia il Santo patrono dell’amore, San Valentino.
Occasione più che propizia per vedere o ritrovare alcuni dei film più romantici di sempre, riallinearli allo stato di maturazione delle nostre vite e dei nostri sentimenti. Storie brillanti con marcate venature rosa che ci fanno sorridere, gioire, soffrire, e a loro modo innamorare. Dei loro protagonisti, delle loro dichiarazioni, di quella leggerezza di cui le storie romantiche si fanno portavoce pur senza rinunciare agli slanci di profondità. Racconti magici per recuperare quella dose di amore per il prossimo, e per noi stessi, che non dovrebbe mai mancare nell’agenda delle nostre vite.
Amore in versione super-cult
Harry ti presento Sally (1989)
Per chi scrive si tratta della commedia romantica per eccellenza, una sintesi encomiabile di perfezione e sensibilità narrative. Il compianto Rob Reiner dirige la sceneggiatura della inarrivabile Nora Ephron e due attori dall’alchimia perfetta, Meg Ryan e Billy Crystal, in un’opera che è una sequela di struggimenti e apologie al sentimento più puro. Quello che ci osserva senza intromettersi, che ci scruta da lontano cercando di allietarci in gran segreto. Che ci consola quando siamo inconsolabilmente tristi. Sfidando la regola aurea dell’impossibilità amicale tra uomo e donna, Harry ti presento Sally travolge l’incontro fatale del titolo inglese “quando Harry incontrò Sally” per farne un vademecum relazionale perfetto. Tra tic, incomprensioni, affinità vocazionali, infiniti perdersi e ritrovarsi, Harry e Sally sono il romanticismo totale di un legame ostacolato da mille incursioni della vita. Ma sempre destinato a un finale insieme.

Il rewatch perfetto
Anche se in origine il film non doveva avere quell’happy ending, che fu invece poi immaginato da Reiner dopo aver conosciuto sul set la sua futura compagna di vita Michele Singer Reiner. E quest’opera, cartolina suggestiva di una New York che è appendice romantica nella sua migliore variante fredda (tra atmosfere natalizie, foliage e brillanti gradazioni cremisi), attrae e diverte con una doppia vena ironica e struggente, graffiante e malinconica.
Perché il cinico Harry di Billy Crystal e l’ingenua puntigliosa freschezza della Sally di Meg Ryan incarnano le nevrosi di un sentimento amoroso complesso ma, alla lunga, autentico. Dichiarazioni d’amore che ci riempiono il cuore ogni volta che le ascoltiamo, per un film che, San Valentino o meno che sia, non smette di regalarci la sua buona dose di calore a ogni singolo re-watch. Harry Burns (Billy Crystal): “È che quando decidi che vuoi passare il resto della tua vita con qualcuno speri che il resto della tua vita cominci il prima possibile“.
Pretty Woman (1990)
Tornerà sul grande schermo in tutto il suo splendore, grazie alle acclamate operazioni nostalgia di Back to cult, nelle giornate del 9, 10, 11 e 14 febbraio. Commedia dell’amore per antonomasia, Pretty Woman è favola cinica e tenera insieme, resa intramontabile non solo da un duo di attori stupendi, Julia Roberts e Richard Gere immortalati nei loro anni d’oro, ma anche da uno slancio d’amore che avvolge l’idea stessa di essere donne, ed emanciparsi dalle proprie prospettive di vita. Il regista Garry Marshall qui riabilita quello che doveva essere un film malinconico con distanze sociali che non si colmano neanche in nome dell’amore, mettendo invece a fuoco la bellezza di un’intesa che va oltre le apparenze, gli status sociali, il chiacchiericcio dei benpensanti.

La favola democratica di Vivian
Con Pretty Woman Marshall realizza un compendio sulle gesta della femminilità più audace. Quella in grado di reinventarsi e uscire dagli schemi per conoscere insperate versioni di sé stessa. E aspirare alle fortune solitamente riservate a quelle “gran…. Di Cenerentola”. Una donna della strada che oltrepassa il giudizio degli altri, e si ripropone, senza sfigurare, come modella di shopping a Rodeo Drive, signora del polo a Los Angeles, o spettatrice rapita dinanzi agli struggimenti altolocati de “La Traviata”.
Una sfilza di scene cult, una manciata di personaggi iconici (su tutti il portiere Barney Thompson interpretato da Héctor Elizondo), un paio di cult musicali (Pretty Woman di Roy Orbison e It must have been love dei Roxette) e due attori leggendari segnano il passo di uno dei titoli più divertenti e genuinamente romantici mai realizzati. Un film capace di infondere allegria e fiducia, e screditare il falso mito di una fortuna appannaggio dei soli ricchi. Per credere invece nella democratica reciprocità dell’amore!
Edward Lewis (Richard Gere) – E che succede dopo che lui ha scalato la torre e salvato lei?
Vivian Ward (Julia Roberts) – Che lei salva lui!

Colman-Cumberbatch irresistibili: perché I Roses è da vedere
Coppia stellare per il remake di I Roses firmato da Jay Roach: Olivia Colman e Benedict Cumberbatch sono divertentissimi (e meno cattivi).Adatto anche come film di San Valentino sui generis. In streaming su Disney+. di Valentina Ariete
Ghost – 1990
Tornerà al cinema in versione restaurata 4K per San Valentino questa pellicola super-romantica in chiave soprannaturale con due attori carismatici simbolo degli anni ‘90, il fascino prestante di Patrick Swayze e l’angelica bellezza di Demi Moore, nei rispettivi panni di Sam e Molly. Senza dimenticare l’esilarante partecipazione di Whoopy Goldberg (premiata con l’oscar per questo ruolo) nei panni di Oda Mae Brown, sensitiva di cuore ma dal talento truffaldino. Per la regia di Jerry Zucker e con la composita sceneggiatura (premiata anche con l’Oscar) di Bruce Joel Rubin, Ghost è film che resta nel cuore per quel suo dichiarato manicheismo tra buoni e cattivi. E il senso di una stagione d’amore che non tramonta mai, nemmeno dopo la morte.
Un film che tra licenze poetiche e leggerezze concettuali si definisce con solidità attraverso l’alchimia degli attori e quel mix di generi ben dosati tra loro (rom com, thriller, e spiritualismo) che regalano al film ritmo, suspense e fiducia nei buoni sentimenti. Andando poi a scavare nel concetto di presenza, in termini di fantasma ma anche di quella potenza emotiva che ci resta accanto quando perdiamo una persona amata. E dalla dipartita di Sam, tra spiriti buoni, spiriti maligni e l’idea del corpo che lascia la sua entità terrena, fantasy e metafisico prendono la scena senza però lasciare mai in disparte l’anima del film. Ovvero la capacità straordinaria dell’amore di trovare strade inaspettate per manifestarsi.
Un intreccio suggestivo di cuori e palpiti amorosi che ancora oggi convivono nell’iconica scena del tornio. Un sexy intreccio di mani e intimità di corpi perfettamente cesellato sulle note di I need your love di Unchained Melody (The Righteous Brothers). Sam Wheat (Patrick Swayze): “Ti amo si dice troppo spesso, ormai non sa più di niente”.
Quattro matrimoni e un funerale – 1994
Il regista inglese Mike Newell sigla il cocktail perfetto di comicità e dramma, dichiarato sin dal titolo. Quattro matrimoni e un funerale, è una brillante commedia figlia legittima del miglior english humor e degli scanzonati anni ’90. Hugh Grant spicca nei panni di Charles, accanto a una luminosa Andie MacDowell e a una dolente Christine Scott Thomas di inizio carriera, in questa folle carrellata di personaggi eccentrici, adorabili, colorati, fotografati nelle loro mille nevrosi e alla ricerca disperata di un’anima gemella con cui convolare a giuste nozze.

La sfilza di partecipazioni e la sveglia che suona ossessiva in avvio di ogni week end sono gli elementi feticcio a servizio di uno Hugh Grant indimenticabile. Con il suo fare imbranato, goffo e fondamentalmente irresistibile incarna al meglio il romanticismo imperfetto ma avvincente di questa commedia diventata vero e proprio cult di genere. Mentre ritardi, dimenticanze, tempismi mancati e dipartite precoci sono ciò che regala al film la spontaneità di chi si sente costantemente fuori tempo massimo e fuori luogo. Sensazioni poi affiliate all’armonia di una combriccola di amici sgangherata ma tremendamente umana, con cui si empatizza di riflesso.
Un manuale di inadeguatezza esistenzial-sentimentale
A corollario della sceneggiatura perfetta di Richard Curtis, con dialoghi e proclami memorabili, la poesia di elogio funebre Funeral Blues di W.H. Audenda letta da Matthew (John Hannah) per il suo compagno è di una bellezza assoluta. E segna il climax emotivo del film consacrandolo nell’Olimpo dei cineasti a San Valentino (e non solo). E poi c’è l’attrattiva sfuggente e luminosa di Andie MacDowell dal sorriso spaziale, nel ruolo di un’americana in terra inglese che è incanto e desiderio proibito. Una continua corsa contro il tempo tra le dinamiche scoordinate della vita, che ci fa sentire accettati e giusti anche nelle nostre molteplici imperfezioni. Incarnate dalle battute sconvenienti e dalle gaffe da manuale di Charles, arricchite anche dal cameo di “Mr. Bean” (Rowan Atkinson) nel ruolo di un improbabile prete-neo cerimoniere di nozze.
Un vero e proprio manuale di inadeguatezza esistenziale, con apoteosi al tavolo dei “fantasmi delle ex”, di grande ispirazione e incrollabile romanticismo. Eppure, Quattro matrimoni e un funerale è soprattutto un film sull’amore in senso lato che include amicizia, amore non corrisposto, e la variabilità di relazioni umane che possono assumere mille volti e mille marce diverse. Anche nella ferma convinzione di non voler mai convolare a nozze. Charles (Hugh Grant): “Credi che il fatto di non sposarmi è una possibilità che in qualche modo potresti valutare. Voglio dire, per il resto della tua vita. Vuoi? Voglio dire… mi sposeresti? …non sposarmi?“.

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Film e romanticismo d’autore
Io e Annie – 1977
Quattro premi oscar per questo capolavoro di nevrosi sentimentali firmato Woody Allen. Pur non romantico in senso stretto, dal momento che la coppia d’ispirazione autobiografica composta da Sam e Annie, interpretati proprio da Allen e dalla sua musa sentimentale Diane Keaton, non vive il classico lieto fine. Quanto piuttosto una felice transizione amorosa destinata, alla lunga, a scontrarsi con incomprensioni e fallibilità. Eppure, l’alchimia magica tra i due celebri attori, la presenza sempre conciliante di una Manhattan affascinante e volubile, e la scrittura brillante di Allen rendono questo titolo uno dei capisaldi del cinema in rosa. Senza considerare il bonus di siparietti geniali passati alla storia nella migliore cifra stilistica alleniana, come la presenza del sociologo McLuhan nella parte di sé stesso che scredita senza mezzi termini la critica autoreferenziale di un saccente professore universitario in fila al cinema.
Tra affinità elettive, incomprensioni profonde, problemi sessuali (Anhedonia ovvero l’incapacità di provare piacere doveva essere in origine il titolo del film) e ferite relazionali, io e Annie (Annie Hall) si traduce in un vademecum relazionale doloroso ma sincero. Condito di quelle tante piccole sfumature che fanno parte integrante delle dinamiche di coppia. Insieme a un tocco di sana ironia d’autore. Perfetto per chi da un film di San Valentino vuole serietà senza prendersi sul serio. Alwy Singer (Woody Allen): “Una relazione, penso, è come uno squalo. Sai? Deve continuamente andare avanti oppure muore“.
Prima dell’alba – 1995
Cantore per eccellenza delle malinconie sentimentali, Richard Linklater passa di diritto alla storia del cinema sentimentale con questo film che è il primo della romantica trilogia dei “Before”. Serie che include anche i più “maturi” Prima del tramonto (2004) e Prima di mezzanotte (2013). Il film apre sui binari di un treno ripresi nel movimento veloce della transizione, catturando un’immagine che è senso stesso del film. L’americano Jesse e la francese Celine (Ethan Hawke e Julie Delpy di una dirompente bellezza casual e in simbiosi emotiva), giovani belli e liberi, s’incontrano proprio su quel treno e decidono di trascorrere le ore che li separano dall’alba successiva per le vie di una Vienna artistoide, tra cartomanti, poeti e artisti di strada. Il loro carpe diem romantico, associato a una sorta di nomadismo sentimentale, libera le vite di questi due giovani nell’estemporaneità di un attimo che, come per magia, si fa eterno.

La perfezione di un amore che nasce
Grazie alla sapiente sceneggiatura a quattro mani dello stesso Linklater con Kim Krizan, il film si addentra e sviscera con apparente leggerezza quasi ogni sfera della vita. Si parla di ambizioni, sogni, religione, filosofia, paura della morte e incanto per la vita. Ma soprattutto si parla della capacità di catturare il presente nella sua forma più prossima e pura. E Prima dell’Alba riesce in questa magia grazie alla capacità di scattare tante istantanee di un sentimento vivo nella sua fase nascente, e proprio per questo perfetto. Scevro delle complicanze e dei riassestamenti tipici invece dei rapporti che superano la fase primordiale. E in quest’attimo di vita si cela la fascinazione di un presente che ci passa davanti veloce mentre tentiamo invano di afferrarlo.
L’ascolto insieme della splendida Come here di Kath Bloom nello storico negozio di dischi, il primo bacio con vista mozzafiato su Vienna e lo struggente arrivederci finale alla banchina del treno sono i momenti clou di un romanticismo ante litteram. Qui sviscerato nel tentativo di ascoltare e comprendere davvero l’intimità del prossimo. Jesse (Ethan Hawke): “Ogni cosa ha una fine. Ma non credi che sia questo che fa diventare il nostro tempo e i momenti particolari così importanti?”.
La vita di Adele – 2013
Liberamente ispirato alla graphic novel Le bleu est une couleur chaude dell’autrice francese Julie Maroh quest’opera fiume – 176 minuti – su ascesa e discesa di un amore saffico intenso e verace è ciò che muta a nuove e più moderne tonalità romanticismo e struggimenti amorosi. Nella riflessione alta su predestinazione e colpo di fulmine, studiati sui testi letterari e invariabilmente mutuati da La vita di Marianne di Marieux e dal realismo di Flaubert, questo film (Palma d’oro 2013) esplicita tramite la sua dirompente protagonista il senso più verace di fame di vita, esperienze, passioni.
Romanticismo in blu
Il franco tunisino Abdellatif Kechiche insegue la visceralità di un sentimento che ammanta tutto e fagocita la vita della splendida protagonista Adèle Exarchopoulos, che al film presta senza riserve volto, corpo e perfino il suo nome. Con una irresistibile contaminazione di realismo che passa dai suoi capelli sempre spettinati, al modo vorace di mangiare e fare l’amore, e da quel suo modo straziante di soffrire per amore. Nel romanticismo di un blu che è il colore caldo di un innamoramento focoso incarnato dalla bellezza eterea di Léa Seydoux, la vita di Adele trasforma l’idea dell’amore in qualcosa di estremamente vivo e vivido, seppur assoggettato all’ansia di conformarsi e alla paura di emanciparsi. E a partire da una parabola che include estatica ascesa e drammatica discesa del sentimento, gli amori schivati e le passioni inseguite segnano la presa di coscienza di una sessualità che teme di esprimersi.
Due protagoniste fenomenali per un film che, anche al netto delle polemiche suscitate, ridisegna a un blu intenso colori e sfumature di un sentimento unico come l’amore. Nell’estatica manifestazione della “misteriosa debolezza del volto umano” in quel primo bacio nel parco di Lille, e nella liberazione più istintiva del proprio io sulle trascinanti note di I Follow Rivers di Lykke Li. Adele (Adèle Exarchopoulos): “Io sono felice. Sono felice con te. Sono felice come sto. È questa la mia maniera di essere felice“.
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