Tra aneddoti sacri e profani, scopriamo la storia del santo armeno che protegge la gola e unisce la spiritualità alla tradizione gastronomica milanese del panettone.
Oggi è San Biagio… avete tenuto il panettone avanzato? Il 3 febbraio si celebra San Biagio, il santo noto per il “miracolo della gola” e per gli aneddoti che lo legano al celebre dolce natalizio milanese. Alla figura del santo protettore della gola e delle malattie respiratorie avevamo già fatto un accenno nel nostro articolo sulla storia del panettone, ma visto che oggi ricorre la sua celebrazione – e considerata l’attuale diffusione dell’influenza stagionale – abbiamo pensato fosse opportuno un ulteriore approfondimento.
Chi era San Biagio
Medico, vescovo e in seguito eremita e martire armeno. San Biagio di Sebaste visse nel III secolo ed è annoverato tra i santi ausiliatori più popolari del Medioevo. La tradizione narra che fosse dotato di carismi taumaturgici eccezionali, grazie ai quali guariva uomini e animali semplicemente invocando il nome di Cristo. Per questa ragione, la sua figura è divenuta oggetto di culto sia nella Chiesa cattolica che nelle Chiese ortodosse.
In particolare, San Biagio manifestava una spiccata capacità curativa nei confronti delle affezioni invernali e dei disturbi a carico delle vie respiratorie. Leggenda vuole che, poco prima di essere martirizzato, abbia elevato una preghiera a Dio affinché concedesse protezione e guarigione a quanti avessero invocato il suo nome contro le malattie, in modo particolare quelle della gola. Non a caso, San Biagio è il patrono degli specialisti in otorinolaringoiatria.
Aneddoti e leggende, vedono San Biagio come protagonista di diversi episodi legati alla “gola” – intesa sia in senso fisico che figurato – nel corso della sua vita.

Tra scienza e superstizione: la tradizione del panettone
La più antica testimonianza scritta della fama taumaturgica di San Biagio compare niente meno che nei Libri Medicinales – Sedici libri di medicina – di Aezio di Amida, un’enciclopedia medica del VI secolo. Il medico e scrittore bizantino Aezio di Amida, nei suoi studi, cita l’intercessione del santo tra i rimedi contro le ostruzioni della gola. «Se la spina o l’osso non volesse uscire fuori, volgiti all’ammalato e digli “Esci fuori, osso, se pure sei osso, o checché sii. Esci come Lazzaro alla voce di Cristo uscì dal sepolcro, e Giona dal ventre della balena”. Ovvero fatto sull’ammalato il segno della croce, puoi proferire le parole che Biagio martire e servo di Cristo usava dire in simili casi. “O ascendi o discendi”».
Riportato ai giorni nostri e riassunto in termini meno aulici, quel voto salvifico si traduce nel motto milanese: «San Bias benedis la gola e il nas». È in onore di questo voto che gli abitanti del capoluogo lombardo, ogni Natale, sacrificano una fetta del loro amato Panettone. Conservandola gelosamente per consumarla in occasione della celebrazione liturgica annuale del santo, il 3 febbraio.
Il miracolo della spina e l’aneddoto del frate goloso
Per comprendere appieno il legame tra San Biagio e il Panettone, bisogna fare riferimento a due celebri aneddoti tra sacro e profano che vedono il ruolo risolutivo del santo. Il primo è il cosiddetto “miracolo della gola“. Secondo la leggenda il santo avrebbe salvato un bambino che soffocava a causa di una spina di pesce, dandogli un pezzo di pane morbido. E quale pane più morbido e degno di un santo si può conservare a Milano in periodo invernale se non, appunto, il Panettone?
Il secondo episodio vede invece protagonista un frate goloso di nome Desiderio. A Desiderio lasciarono un panettone da benedire prima di Natale, ma il frate lo mangiò, convinto che nessuno lo avrebbe reclamato. Il 3 febbraio, la legittima proprietaria del dolce si presentò alla porta dell’ecclesiastico. Il frate, rassegnato a mostrare l’involucro vuoto e a doversi giustificare, scoprì invece che il Panettone era ricomparso. Addirittura più grande dell’originale. Un prodigio che attribuì immediatamente al santo del giorno, salvando così Desiderio dall’imbarazzo di confessare il suo “peccato di gola”.
I riti popolari in onore di San Biagio
Panettoni avanzati a parte, il culto di San Biagio si esprime con altri riti popolari che si svolgono dal Nord al Sud Italia. La sua figura ha un ruolo protettivo multisfaccettato, che si manifesta in diversi ambiti. A Fiuggi, per esempio, si narra che nel 1298, durante l’assedio della cittadina – all’epoca Anticoli di Campagna – da parte delle truppe nemiche divise in due schieramenti, il santo fece apparire delle finte fiamme. Ciascuno dei due schieramenti nemici credette così di essere stato preceduto dalle forze alleate, desistendo dall’attacco. I fedeli elessero San Biagio patrono della città e a ricordo di quell’apparizione salvifica persiste tuttora la tradizione paesana di bruciare le “struzze” (grandi cataste di legna di forma piramidale) la sera del 2 febbraio nella piazza più alta del paese.

La festa del pane a Salemi
A Salemi, in provincia di Trapani, dove San Biagio condivide il patronato con San Nicola, si racconta che nel 1542 gli abitanti invocarono il santo, considerato protettore delle messi, dei cardatori di lana, degli animali e delle attività agricole, per liberare il territorio dall’invasione di cavallette che stava devastando i raccolti. Ottenuta la grazia, istituirono per gratitudine la “Festa del Pane” celebrata ogni anno il 3 febbraio, durante la quale si preparano i “cavadduzzi” benedetti – che raffigurano le cavallette a memoria del miracolo – e i “cuddureddi” – che simboleggiano la gola, organo protetto da San Biagio -. Dal 2008, a questa festa si aggiunge una rievocazione storica con un corteo in costume medievale.
La Focareddha di Corsano
A Corsano, in provincia di Lecce, le celebrazioni in onore del patrono San Biagio, ritenuto responsabile di diverse guarigioni miracolose dal Settecento, si svolgono in due momenti distinti dell’anno. Tra il 2 e il 3 febbraio si susseguono il rito simbolico della benedizione della gola e l’accensione della tradizionale “focareddha” in Piazza San Biagio, la fiera mercato e la consegna simbolica delle chiavi della città al Santo Patrono. A fine luglio, invece, la festa si rinnova con le luminarie accese, la processione del simulacro e gli spettacolari fuochi pirotecnici, sigillando una devozione sentita che unisce le generazioni.

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Altre leggende e curiosità su San Biagio
La figura di San Biagio è avvolta da altri episodi leggendari e tradizioni curiose che ne amplificano la fama di santo ausiliatore. In molte opere d’arte e rilievi medievali ricorre l’episodio del “miracolo del maiale”: mentre era in viaggio, San Biagio si imbatté in una vedova disperata perché un lupo le aveva sottratto l’unico maiale che possedeva per sostentare la famiglia. Il santo, con compassione, la rassicurò, e subito dopo il lupo riapparve restituendo l’animale alla sua proprietaria.
Riguardo al suo martirio, le fonti narrano episodi differenti. Uno di questi vuole che il santo, gettato in un lago con l’intento di annegarlo, camminò sulle acque come Cristo e un angelo lo convinse ad accettare la corona del martirio. Mentre i suoi inseguitori morirono sommersi nel tentativo di raggiungerlo, egli uscì dall’acqua e infine decapitato.
Il viaggio da Sebaste a Roma di San Biagio
Il corpo di San Biagio fu originariamente sepolto nella cattedrale della sua città natale, Sebaste – in Armenia -. Ma nel 732, secondo una consolidata tradizione, alcune reliquie, tra cui il cosiddetto “sacro torace”, furono imbarcate per essere trasportate a Roma. Una violenta tempesta costrinse la nave a riparare sulla costa di Maratea, qui i fedeli interpretarono l’evento come un segno della Provvidenza. I fedeli marateoti decisero di custodire le reliquie nella chiesa che oggi porta il nome del santo, consolidandone il culto. Nella basilica invece è conservata una palla di ferro inesplosa, risalente all’assedio francese del 1806, che, secondo la tradizione locale, sarebbe stata miracolosamente deviata dalla sua traiettoria proprio dalla mano di San Biagio.
Infine, a Napoli esiste un detto popolare che lega la Candelora – 2 febbraio – al giorno successivo, dedicato a San Biagio, ironizzando sull’instabilità del clima invernale:
«A Cannelora Vierno è fora! Risponne San Biase: Vierno mo’ trase! dice a vecchia dint’ a tana: …nce vo’ ‘nata quarantana! cant’ o monaco dint’ o refettorio: tann’ è estate quann’ è Sant’Antonio!»
«Alla Candelora l’inverno è finito! Risponde San Biagio “L’inverno ora inizia!”. Dice la vecchia dentro la tana “Ne mancano ancora 40”. Canta il monaco dal refettorio “L’estate arriva quando viene sant’Antonio”».
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