Da Bologna a Brera, passando per sessant’anni di galleria antiquaria, programmi televisivi di culto e una carriera costruita sull’unica cosa che non si può comprare: il gusto. Roberta Tagliavini è la prova vivente che la bellezza, quando è vera, non ha bisogno di spiegarsi.
C’è chi entra in una stanza e vede dei mobili. Roberta Tagliavini entra e vede una storia. Meglio: la sente. Da quasi sessant’anni, da quando nel 1967 ha aperto la sua prima galleria antiquaria nel cuore del quartiere Brera a Milano, questa donna straordinaria trasforma quello sguardo – raro, preciso, immediato – in lavoro, in vita, in vocazione. Non è una gallerista nel senso convenzionale del termine. È qualcosa di ben più difficile da definire e, soprattutto, da replicare: un’antenna. Una persona capace di captare la bellezza prima ancora di nominarla, di riconoscere il valore di un oggetto prima ancora che lo riconosca il mercato. E di farlo con una gioia contagiosa, con quella leggerezza di chi sa che il bello non è una disciplina, è una gioia. Punto.
Cresciuta a Bologna, città d’arte per antonomasia, e quindi terreno perfetto per una sensibilità del genere. Roberta racconta di sé con la stessa schiettezza con cui sceglie un pezzo da esporre: senza fronzoli, dritta al punto, con un sorriso sempre pronto. «Sono sempre stata così, fin da piccola. Sono convinta che in un’altra vita ho fatto lo stesso lavoro. Ho sempre amato l’arte».
La rivelazione vera, però, quella che non si dimentica, arriva prestissimo. Un pomeriggio qualunque, in una vetrina del centro qualunque appare una specchiera dorata del Cinque o del Seicento, antichissima. Una bambina, cresciuta nel dopoguerra, in anni di austerità e miseria diffusa, si ferma. E non riesce ad andare via. «Me ne innamorai. E devo dire che non amo le cose dorate. Ma in quel momento capii qualcosa di me. Vedi come si cambia?»

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Robertaebasta: la galleria antiquaria di Milano che ha cambiato tutto
Nel 1967, Roberta Tagliavini apre la sua prima galleria a Milano, in quel reticolo di viuzze attorno a via dei Fiori Chiari che è da sempre il salotto buono dell’arte milanese. Il luogo speciale dove convivono antiquari, atelier, artisti e curiosi di ogni latitudine. Robertaebasta, un nome che è già un manifesto, una dichiarazione d’intenti senza appelli, diventa in pochi anni uno dei punti di riferimento più riconoscibili del panorama italiano. Poi internazionale, poi mondiale.
Oggi la galleria è presente anche a Londra e partecipa con continuità alle fiere d’arte più prestigiose del pianeta: dalla BRAFA di Bruxelles alla Masterpiece di Londra. La collezione che Roberta ha costruito nel tempo è un viaggio appassionante nell’arte decorativa del Novecento. Mobili Art Déco francesi, design italiano d’autore, pezzi cult firmati da nomi come Lucio Fontana, Arturo Martini, Alessandro Mendini, Ettore Sottsass.

Mattia Martinelli e il futuro di Robertaebasta
Dal 1994, a fianco di Roberta Tagliavini, lavora suo figlio Mattia Martinelli: esperto di arti decorative, perito del Tribunale di Milano, volto televisivo su La7 e presidente dell’Associazione Commercianti di Via Fiori Chiari. Il testimone, insomma, è già in buone mani. Ma Roberta – inutile dirlo – non ha la minima intenzione di passarlo.
Roberta Tagliavini al Salone del Mobile: sessant’anni di sguardo sul design italiano
Siamo alla 64ª edizione del Salone del Mobile. Pochi eventi al mondo riescono a trasformare una città come fa questa manifestazione su Milano: in una settimana, il capoluogo lombardo diventa il centro assoluto del design globale, con il Fuorisalone che ne dilata i confini ben oltre i padiglioni della Fiera. Roberta Tagliavini ha vissuto questa trasformazione dall’interno, anno dopo anno, edizione dopo edizione. Con gli occhi di chi sa riconoscere i cambiamenti prima che diventino evidenti a tutti gli altri. «All’inizio c’era soltanto il Salone alla Fiera di Milano. Era interessante, ma era la fiera: i mobili erano lì per i rappresentanti, per i negozi. Poi è cambiato tutto».
Il cambio di passo arriva gradualmente, prima le piccole aziende, poi le grandi, tutte a produrre pezzi appositamente per il Fuorisalone, oggetti pensati non per il mercato ma per lo spettacolo puro. E lo spettacolo, alla fine, ha vinto.
«Adesso è uno show vero e proprio. La città si veste a festa, come una donna che indossa il suo abito da sera. Dovunque tu vada, vedi cose bellissime, ognuno cerca di fare il meglio, di presentare le cose in un certo modo. È un evento che potevamo pensare solo noi italiani, e ci rappresenta molto».

Il gusto non si studia: la filosofia di Roberta Tagliavini sull’arte e la bellezza
Come si arriva a costruire una delle gallerie antiquarie più importanti d’Italia partendo da una bambina che si fermava davanti alle vetrine di Bologna? La risposta di Roberta è disarmante per la sua onestà, e per la sua precisione. «Non si può imparare. Io non so nemmeno cosa mi piacerà domani mattina. Da un momento all’altro mi cambia sia il gusto che la voglia di vedere le cose. Ci sono cose che amavo ieri e che oggi non riesco più a guardare. È una questione di sensibilità pura: capisci che una cosa è finita perché ne comincia un’altra».
Sono tutti periodi, spiega: l’arte, gli oggetti, la vita intera. E questa consapevolezza, che nulla è per sempre e che il bello è sempre in movimento, è forse la cosa più preziosa che Roberta trasmette a chi ha la fortuna di incontrarla.
Il pezzo che non venderà mai (o forse sì)
La stessa fluidità governa il suo rapporto con le collezioni d’arte. «Il pezzo che non venderò mai? Non esiste, perché vendo tutto. Sono una commerciante nata. Se arriva l’offerta giusta, faccio davvero fatica a resistere.»
Poi si corregge, con quel sorriso largo che non la abbandona mai. Nella sua casa c’è un quadro che ama in modo diverso dagli altri. Una donna dagli occhi verdi e i capelli rossi, molto Art Déco, molto forte, molto dura. «È del 1925 ed è talmente bella che non la venderò mai. Però oggi dico così, domani, non lo so».

Da Cash or Trash a La Mercante di Brera: la televisione come missione
Il grande pubblico la conosce soprattutto attraverso la televisione: Cash or Trash su Real Time, La Mercante di Brera, Questa è Casa Mia. Programmi che hanno portato l’arte e l’antiquariato fuori dai salotti dei collezionisti e dentro le case di milioni di italiani. Programmi che Roberta Tagliavini considera, con tutta evidenza, una missione quanto meno altrettanto importante del lavoro in galleria. Perché per lei la televisione non è mai stata un palcoscenico, ma uno strumento. Un modo per fare quello che ha sempre fatto: portare le persone vicino al bello.
«Quello che mi piace di Cash or Trash è che ha educato le persone. Senza urlare, senza sciocchezze. Le persone portano oggetti che hanno in casa, cose alle quali non davano peso, che non valorizzavano. E noi gli diamo importanza. Si sentono importanti anche loro».
Il restauro, i ragazzi e una lezione che dura
Ma è un altro episodio, tra tanti, a riempirla davvero di orgoglio. Dopo la messa in onda de La Mercante di Brera, decine di ragazzi – anche molto giovani – le hanno scritto per ringraziarla. Hanno visto i restauratori al lavoro. Hanno capito cos’è quell’arte di prendere un oggetto rovinato, consumato dal tempo, e restituirgli la bellezza che aveva. E hanno deciso che è quello che vogliono fare nella vita.
«Il restauro è un lavoro nobilissimo. Prendi una cosa rovinata, vecchia, brutta, e le ridai la bellezza che aveva. Devi trasformare con le tue mani qualcosa che non c’è più. Farlo tornare quello che era. Questo non lo può fare chiunque. Un domani, questi ragazzi saranno i professionisti più cercati del mondo. Ed è giusto che sia così».

Arte e bellezza secondo Roberta Tagliavini: «Se ti attrae, è arte. Altrimenti è una ciofeca»
Che cos’è la bellezza? Una domanda che rischia il retorico. Roberta invece la prende di petto, senza perdersi in filosofia. «La bellezza è arte. Anche una donna bella è un’opera d’arte, se la guardi davvero. La perfezione e la bellezza sono aspetti da guardare, da sentire, da rispettare. Quando guardi un oggetto e senti che ti attrae, quello è arte. Altrimenti è una ciofeca».
Quando si parla di bilanci personali, Roberta Tagliavini dimostra le sue radici forti all’ombra della Torre degli Asinelli, ma anche il fusto robusto e forte di una donna forgiata dalla milanesitudine – no, non è un refuso ndr -. Roberta è diretta, pragmatica e luminosamente serena. «Quello che volevo fare, l’ho fatto. Sono molto soddisfatta della mia vita».
La soddisfazione più grande? Non è una fiera, non è una mostra, non è un numero di fatturato. È vedere gli occhi di chi ha comprato un oggetto illuminarsi nel momento in cui lo porta a casa. Quando capisce che sta davvero bene in quello spazio. Che quella cosa era lì ad aspettarlo. «Non è tanto il fatto di vendere o di guadagnare. È entrare in empatia con le persone, accontentarle, portare qualcosa di bello nella loro vita. Questo mi riempie di gioia, di soddisfazione».
I sogni di Roberta Tagliavini: «Devono abbattermi per fermarmi»
Prima di salutarla, due domande sono ancora nell’aria, non necessarie forse, ma utili per entrare nel suo mondo. Roberta Tagliavini ha ancora sogni nel cassetto? Risposta immediata e coinvolgente. Non ci pensa nemmeno un secondo. «Sogno tutti i giorni. Faccio sempre cose nuove. Non mi fermerò mai. Devono proprio abbattermi per fermarmi».
E se ci rincontrassimo fra dieci anni? «Prima di tutto sarebbe già una bella notizia, perché vorrebbe dire che sono ancora viva. E poi ci raccontiamo che starò ancora vendendo le cose di oggi, che nel frattempo saranno diventate storia. Perché il tempo va velocissimo: quello che oggi è moderno, domani è già antico».
Non c’è mai fine, appunto. Ed è proprio lì – in quell’energia inesauribile, nel piacere di cercare, di trovare, di condividere il bello con chi ha occhi per vederlo – che si nasconde il segreto più semplice e più raro di Roberta Tagliavini. Una donna che ha trasformato la sensibilità in professione. La passione in eredità. E la curiosità in uno stile di vita che, a quanto pare, non ha nessuna intenzione di finire.
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