Butch Cassidy, Jay Gatsby, ma anche Bob Woodward di Tutti gli uomini del Presidente e l’anima e il pensiero dietro il Sundance Film Festival. Robert Redford era – e resterà per sempre – un uomo e un artista immenso. Come la natura che tanto amava.
Ci sono morti che arrivano come una nota a margine, quasi sussurrate, e altre che fanno rumore anche senza clamore: Robert Redford, scomparso il 16 settembre 2025 a 89 anni, appartiene a quest’ultima categoria. Non tanto per il fatto che fosse un divo – il biondo americano, lo sguardo chiaro che ha illuminato decenni di pellicole – ma perché dietro quel volto da poster si muoveva un’idea precisa di cosa dovesse essere il cinema e, di riflesso, la vita.

Robert Redford e i suoi paesaggi, veri comprimari
Guardando indietro, sembra che Redford non abbia mai recitato da solo ma sempre in compagnia di un paesaggio. C’erano le montagne di Jeremiah Johnson, i fiumi che scorrono in A River Runs Through It (In mezzo scorre il fiume), l’oceano infinito di All Is Lost. Come se la natura fosse il suo partner più fedele, quello che non tradisce mai e che ti restituisce ogni gesto amplificato. Nei suoi film, dietro la trama, c’era sempre un richiamo alla wilderness, a un mondo incontaminato che andava protetto, custodito, difeso dall’assalto della civiltà.
Poi il tempo. Redford è stato il volto dell’eterno ragazzo in Butch Cassidy and the Sundance Kid, il cronista ostinato in All the President’s Men, e infine il vecchio marinaio silenzioso, con il mare che lo inghiottiva senza parole. Non si è limitato a invecchiare: ha trasformato l’invecchiare in un ruolo, forse nel ruolo più autentico. Lì, senza dialoghi, senza maschere, solo con la fatica del corpo e il respiro, ci ha fatto vedere che il tempo non si può negoziare, si può solo attraversare.

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Il Sundance Film Festival
Ma la sua non è stata soltanto la traiettoria di un attore: è stata anche una lezione di integrità. Redford avrebbe potuto vivere di rendita sul suo fascino, invece ha inventato il Sundance Film Festival (il più importante festival internazionale dedicato al cinema indipendente,ndr), ha dato spazio a chi non ne aveva, ha usato il proprio potere per spalancare finestre e non per chiudersi in un attico dorato. È raro che una star rinunci a essere solo star per diventare anche mecenate, ma lui lo ha fatto con naturalezza, come un gesto necessario, come se fosse la continuazione logica di una carriera che non cercava soltanto applausi.
Eppure, dentro questo senso di missione, c’era sempre leggerezza. Un’ironia sottile, mai aggressiva, che rendeva i suoi personaggi umani anche quando erano eroi. In The Old Man & the Gun (il suo ultimo film, tolto un cameo in Avengers: Endgame) lo vediamo rapinare banche con un sorriso, più ladro di tempo che di denaro, e viene spontaneo pensare che quella fosse la sua maniera di dirci addio: non prendersi troppo sul serio, nemmeno davanti alla fine.
L’unico vero regista di sé stesso
Alla fine, Redford ha diretto se stesso meglio di chiunque altro avrebbe potuto. Ha orchestrato la sua immagine come un regista fa con la luce e le inquadrature: senza eccessi, senza incidenti grotteschi, senza il patetico declino che spesso accompagna i miti. Ha scritto una sceneggiatura lunga decenni, e l’ha seguita fino in fondo. Una corsa a cavallo, un bacio rubato, un’inchiesta che cambia il corso della storia, e poi l’uomo solo in barca, a guardare l’orizzonte.

Adesso che se n’è andato, quello che resta non è solo il ricordo dei film, ma una sensazione precisa: che la bellezza non fosse per lui un fatto estetico, ma morale. Che quel sorriso biondo non fosse un’arma di seduzione, ma una promessa di autenticità. Redford ci ha insegnato che si può attraversare la vita con grazia senza rinunciare alla coerenza. E, soprattutto, che il cinema non è un artificio per fuggire dalla realtà ma un modo per renderla tollerabile, persino bella.
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