La tragedia che ha colpito Rob Reiner riletta attraverso Being Charlie, il film che oggi appare come una dolorosa premonizione tra cinema, famiglia e dipendenze.
A volte la vita si manifesta tramite dinamiche sadiche, beffarde, al confine con l’immaginazione più fervida. Come la storia di Rob Reiner. Regista brillante, salito al successo con alcune delle pellicole più memorabili e amate che la storia del cinema ricordi (Stand by Me – Ricordo di un’estate, Misery non deve morire, e Harry ti presento Sally solo per citarne alcuni), con all’attivo una stella nella Hollywod Walk of Fame accanto a quella del padre Carl, che ha finito i suoi giorni conquistando le prime pagine della cronaca nera internazionale. Un destino crudele quello del cineasta e della moglie Michele Singer (68), conosciutisi sul set del romantico Hally ti presento Sally e morti accoltellati insieme per mano di quel figlio – il trentaduenne Nick Reiner – che avevano probabilmente cercato in ogni modo di aiutare. Di strappare ai demoni della depressione, della tossicodipendenza, e infine di una malattia mentale sempre più preponderante.
Rob Reiner: una morte al confine con il cinema
Nel profilo così tragicamente cinematografico di questa morte celebre, il confine tra realtà e finzione si fa davvero labilissimo, fino quasi a (con)fondersi. La genesi di un reato così efferato, di una fine così orribile, può oggi facilmente rintracciarsi, incredibilmente, tra i fotogrammi di un film in qualche modo allusivo dal titolo “Being Charlie”. Scritto dallo stesso Nick (oggi accusato di duplice omicidio) e girato proprio da suo padre Rob. Un tentativo di complicità valoroso, ma risultato con il senno di poi vano.

Being Charlie: il film premonitore
Era il 2015 quando al Festival Internazionale di Toronto veniva presentato il film Being Charlie, ritratto semi-autobiografico sulla storia di tossicodipendenza e sui ripetuti tentativi di riabilitazione di Nick Reiner. A dirigere il film proprio Rob su una sceneggiatura a quattro mani firmata dal figlio e da Matt Elisofon, un ragazzo con problemi di dipendenza che Nick aveva conosciuto durante una delle tante permanenze negli istituti di riabilitazione. Non si può non notare come Being Charlie sia un’opera incredibilmente drammatica che lascia un segno indelebile. La scia angosciante di un male che è andato avanti, alla luce dei recenti avvenimenti. Oltre quel film, oltre quella presa di coscienza e tentativo di riconciliazione tra un padre celebre e un figlio forse segnato dall’impossibilità di stare al passo con l’imponenza del suo cognome.
Un’opera semplice che parla di un giovane ragazzo (il Charlie del titolo) impelagato con le dipendenze, costretto dalla famiglia a seguire i percorsi dei centri riabilitativi, ma ossessionato dall’idea di ritornare a casa e alla sua vita. Parallelismi importanti che purtroppo non ritornano nel finale. La chiusura del film ci concede il beneficio del dubbio, la speranza, mentre il fuori campo della vita vera si riappropria appieno della sua aura drammatica.
Il dolore di un padre
A dir poco straziante, in quest’ottica di premonizione filmica una delle scene finali e chiave del film, in cui il padre David profondamente addolorato dal fatto di non poter essere d’aiuto al figlio, gli confessa con il cuore in mano: “Preferisco sapere che mi odi e che sei vivo piuttosto che vederti morto per la strada”. Nel mezzo ci sono le tante rabbiose contestazioni tra un padre che vorrebbe a tutti i costi “risolvere” e un figlio che fugge perché fatica a sentirsi compreso, il germe di un rapporto inconciliabile sembra proprio essere parte integrante del costante progetto di fuga nelle droghe del giovane Charlie/Nick.

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Bob e Michelle Reiner: la tragedia Hollywoodiana
La notizia del ritrovamento dei cadaveri dei due coniugi Reiner, in un lago di sangue all’interno della loro lussuosa villa a Brentwood, Los Angeles, ha gettato un’ombra tragica su tutta Hollywood. E ha lasciato sotto shock il mondo intero. Specie il mondo del cinema a cui Rob Reiner ha nel tempo regalato opere estremamente popolari ma sofisticate, opere a cui ci si è affezionati per la loro rassicurante genuinità. A poche ore dal ritrovamento dei corpi, i sospetti (inclusi quelli di Romy, figlia minore dei Reiner che aveva subito indicato il fratello come una “persona pericolosa”) erano già tutti puntati su Nick quale possibile colpevole. Ancor prima che il trentaduenne venisse arrestato e formalmente accusato del duplice omicidio.
In queste ore si scava a fondo in un passato pieno di ombre e scheletri, stanno venendo fuori un po’ alla volta tutti i tasselli di un quadro che forse era già da tempo lampante. Le tante furiose liti, l’auto-distruzione in più occasioni manifestata, i lunghi periodi vissuti per strada o nelle strutture riabilitative, hanno gradualmente allontanato Nick da uno stato di equilibrio. In un crescendo di alienazione da tutto ciò che lo circondava, tanto che perfino la madre, descritta in Being Charlie come l’unica davvero in grado di abbracciare le fragilità del figlio, aveva di recente espresso ad alcuni amici la propria preoccupazione: “Non sappiamo più cosa fare, abbiamo provato di tutto”.
Quell’ultima lite: la fine più triste
“Sono famoso?”. Questo, stando a vari testimoni, avrebbe chiesto Nick a quasi tutti gli ospiti di una cena di Natale a cui si era recato con i genitori. Un party, quello a casa del comico Conan O’Brien, durante il quale ha litigato con il padre, che è andato via poco dopo. È stata l’ultima volta in cui Bob e Michelle Reiner sono stati visti vivi. Quella lite, il suo gesto brutale, la fuga in hotel e la stanza macchiata di sangue a cui è seguito l’arresto sembrano tutte scene papabili di un film su di lui. Di quel film – in parte – su di lui. Che invece si era concentrato a dare all’intera situazione una luce di speranza, una chiave possibilista, rimettendo al fato e alla fortuna la casualità di alcuni eventi.

“Quando ero là fuori, avrei potuto morire. È tutta fortuna. Tiri i dadi e speri di farcela”, afferma Charlie in una scena del film. Ma la fortuna qui sembra avere poco peso e margine rispetto allo scenario ben più complesso e sfaccettato degli articolati rapporti tra genitori e figli. Di famiglie celebri con cui magari si fa fatica a stare al passo, e di disturbi e dipendenze che quando assumono certe proporzioni sono difficilmente, e raramente, recuperabili.
In questo senso Being Charlie è stato fatalmente onesto, un ultimo lascito esemplare di Rob Reiner regista e padre, che ci ha regalato una prospettiva dolorosa della difficoltà di un bene che a volte è impossibile da “esercitare”. Ma ci ha spiegato esattamente anche cosa volesse dire “essere Charlie”, dandoci modo di capire alcune sfumature e complessità delle dipendenze (reali) che s’incuneano sotto pelle e non si fermano quasi mai sui titoli di coda, ma vanno ben oltre impassibili, infilando ogni singolo fuoripista della loro imprevedibile strada.
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