Dalle proteste sul campo alla denuncia sui red carpet: l’impegno di atleti e artisti che dicono no al silenzio, al razzismo e alla guerra.
Il “ribelle”, rapper e cantautore portoricano Bad Bunny “Coniglio Cattivo”, fresco vincitore ai Grammy come artista con il miglior album, ha fatto infuriare il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump per aver condotto lo show del Super Bowl – in America l’evento sportivo più seguito dell’anno – completamente in lingua spagnola e con toni fortemente politici. Quello che più deve aver seccato il signor Presidente è stata la frase “insieme siamo l’America” scritta sul pallone ovale poi scagliato a terra dal cantante in chiusura dell’half time. Frase ripetuta con gioia e passione che, insieme al claim “La sola cosa più potente dell’odio è l’amore” che campeggiava sul campo, disegna un mondo, e un’America, che non si piega.
Un weekend complicato per “The Donald” che domenica mattina aveva apostrofato con dure parole lo sciatore statunitense Hunter Hesse: “Un vero perdente, difficile fare il tifo per lui”. La sua colpa? Aver espresso il suo personale disappunto su quanto sta accadendo negli States proprio in merito all’Ice, durante una conferenza stampa alle Olimpiadi Milano-Cortina.
Ribellione in campo e il silenzio dei media
In Italia intanto venerdì andava in scena la telecronaca più discutibile della storia di Rai Sport nella quale, oltre a non citare i nomi degli atleti presenti, ci si dimenticava anche di dar conto della bordata di fischi del pubblico dello Stadio Olimpico – ops, scusate, di San Siro (la Scala del calcio) ndr – all’indirizzo del vice presidente statunitense J. D. Vance. La vera notizia della serata: c’è ancora qualcuno che si ribella e c’è chi li silenzia. Il mondo non è assuefato al ridicolo, all’ingiusto, alla guerra, al razzismo. C’è speranza e poco importa se questo porterà o meno a qualcosa: questo è già qualcosa.

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Le radici della protesta: dal Black Power al “Take a Knee”
Il mondo dello sport e della cultura non è nuovo a queste prese di posizione. Era il lontano 1968, durante le Olimpiadi del Messico, quando gli atleti afroamericani Tommie Smith e John Carlos, classificatisi primo e terzo, già sul podio, al momento dell’inno statunitense, alzavano il pugno chiuso con un guanto nero al cielo, l’emblema del Potere Nero.
Il razzismo che ancora miete vittime vide nel 2017 Colin Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers, inginocchiarsi per protesta contro un Paese che opprime i neri e le persone di colore. Fu un apripista: dopo di lui, oltre 49 giocatori di football hanno ripetuto il medesimo gesto. Poi dalla palla ovale si è passati a tanti atleti di altre discipline, come il calcio.

Il 2020: una svolta storica
Nel 2020, dopo l’assassinio di George Floyd a opera della polizia, tanti i giocatori “ribelli” che decidono di inginocchiarsi in campo in segno di solidarietà con la causa razziale. Nell’Agosto 2020, dopo l’uccisione di un altro afroamericano, la NBA prese la storica decisione di fermarsi. Non era mai accaduto prima. Intanto anche in Europa molti giocatori si uniscono alla protesta: dai giocatori della Bundesliga a quelli della Premier League fino alla nostra Nazionale Italiana che, però, partecipa con soli 5 giocatori alla protesta: Federico Bernardeschi, Andrea Belotti, Emerson Palmieri, Matteo Pessina e Rafael Toloi. Citiamoli tutti, è giusto che vengano ricordati.
Il calcio italiano e i gesti anti-razzisti
Tanti i giocatori militanti nel campionato italiano di calcio presi di mira per il colore della pelle o per la loro provenienza, da Romelu Lukaku, Dusan Vlahovic, Kalidou Koulibaly, solo per citarne alcuni, fino al gesto di Mike Maignan, il portiere del Milan, che in una partita contro l’Udinese non potendone più decide di abbandonare il campo.
Nessuno può dimenticare infine l’episodio divenuto iconico che vide protagonista il calciatore Dani Alves: era il 2014 quando durante la partita Villareal – Barcellona, dagli spalti qualcuno lancia una banana al brasiliano, che senza scomporsi si piega, la raccoglie, la sbuccia e comincia a mangiarla in campo. I ribelli fanno così, non cedono alle provocazioni.

Lo spettacolo: voci contro Trump e per la Palestina
Non solo gli sportivi ci mettono la faccia. Anche dal mondo dello spettacolo arrivano tanti gesti forti in questo senso. Due i nomi che negli ultimi mesi stanno protestando con veemenza nei confronti della scellerata gestione di Donald Trump. Gli attori Robert De Niro e Mark Ruffalo, due veri ribelli. Il primo, dopo aver ricevuto la Palma d’Oro a Cannes lo scorso maggio, ha detto: “A differenza di un film non possiamo stare a guardare…”. Mentre il secondo ha sfilato sul red carpet della cerimonia dei Golden Globes, lo scorso Gennaio, indossando la spilla “Be Good” e passando davanti alle telecamere dicendo:
“Questa settimana un cittadino americano è stato ucciso dall’Ice e non posso fingere che sia normale. Questo è un invito a chi mi segue: se siete preoccupati, non siete soli. Insieme possiamo fermare la violenza. #begood è in onore di Renee Good ”.
Dagli USA all’Italia
Il mondo dello spettacolo è fatto così. E se a casa nostra ci sono attori come Anna Foglietta che si batte senza riserve contro la posizione di sostegno che il nostro governo offre a Israele, addirittura sfilando al Festival di Venezia con la bandiera Palestinese sulle spalle, c’è chi preferisce la ritirata come Andrea Pucci. Cabarettista e comico dal senso dello humour discutibile che, è proprio il caso di dire pucci pucci, ha deciso che a Sanremo non ci vuole andare più. Perché, a suo pensare, va bene definirsi di destra ma combattere per questa causa a costo di un linciaggio mediatico, non vale davvero la pena.

Dall’ICE al Femminicidio di Anguillara: tragico inizio per il 2026
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La tradizione del cantautorato impegnato e ribelle
Eppure qualcuno a Sanremo coraggioso ci fu. Senza scomodare i cantautori impegnati degli anni ‘70, torna alla mente la canzone di Daniele Silvestri “L’uomo con il megafono” che nel 1995 approdava sul palco più importante della canzone italiana al grido di: “Compagni, Amici, uniamo le voci, Giustizia! Progresso! Adesso! Adesso!”. Ancora oggi di un’attualità imbarazzante.
Ispirandosi alla tradizione americana, Bob Dylan rappresenta l’incarnazione del cantautore impegnato per eccellenza. La sua influenza continua a permeare il lavoro di importanti artisti contemporanei, come Bruce Springsteen. Quest’ultimo ha scritto “Streets of Minneapolis” in memoria di Renee Nicole Good, una giovane madre tragicamente uccisa dall’ICE, e di Alex Pretti, che ha subito la stessa sorte pochi giorni dopo.
Un urlo nel ghiaccio: la speranza della protesta
Assistere a queste forme di protesta, da un lato, dona luce e speranza; dall’altro, sembra che il tempo si sia fermato. È come l’urlo di Lindsey Vonn dopo la sua caduta durante la discesa libera, avvenuta domenica 8 febbraio alle Olimpiadi di Milano-Cortina, che le è costata la rottura del femore: un urlo nel ghiaccio che lascia tutti attoniti e impotenti. Speriamo che questo urlo possa davvero scuotere le coscienze; è un desiderio che ogni atleta e ogni artista dovrebbe coltivare. Dopotutto, qualcuno non ha mai smesso di urlare. È forse anche questo il compito di un personaggio pubblico?
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