Un referendum diventato un test sulla democrazia: l’alta affluenza, la voce dei giovani e la sconfitta del centrodestra raccontano un’Italia che non è così facile da , quando sente la Costituzione in pericolo, torna a votare.
Con oltre il 54% dei voti contrari e un’affluenza che sfiora il 59%, gli italiani bocciano la proposta di riforma della Costituzione inerente la separazione delle carriere voluta dal governo Meloni. Una sconfitta politica netta per il centrodestra, una vittoria per chi ha scelto di difendere l’indipendenza della magistratura e della Costituzione stessa.

Referendum giustizia: il verdetto e le reazioni
Il No vince con il 54% circa dei voti, contro il 46% del Sì. L’affluenza al referendum sfiora il 59%; un dato che non si vedeva da anni per un referendum e che, da solo, racconta molto sulla posta in gioco percepita dai cittadini.
A pochi minuti dai risultati, Giorgia Meloni ha diffuso un videomessaggio: “Rispettiamo la decisione degli italiani, andremo avanti per onorare il mandato”. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio si è limitato a un laconico “Prendo atto”, aggiungendo che non intende “attribuire a questo voto un significato politico”. Più esplicito Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera: “Sicuramente più che un referendum sulla separazione delle carriere è diventato un referendum sul governo Meloni sì o Meloni no. Dobbiamo serenamente prendere atto di non essere riusciti a far passare la nostra idea di giustizia”.
Una vittoria che può guardare lontano
Sul fronte opposto, i toni sono stati quelli di chi sa di aver vinto qualcosa di importante. “Ce l’abbiamo fatta, viva la Costituzione”, ha esultato Giuseppe Conte. Nicola Fratoianni di Avs ha parlato di “risultato clamoroso”: “Quando tocchi la Costituzione c’è una reazione. Gli è andata male”. Il senatore Pd Dario Parrini ha definito la vittoria del No “larga e bruciante”, ricordando come fossero schierati per il Sì tutto il centrodestra più alcune componenti del centrosinistra. Un dato che, in vista delle politiche del 2027, considera “un motivo di viva speranza”.
L’Associazione Nazionale Magistrati esce politicamente rafforzata dalla consultazione. Significativo anche il gesto di Cesare Parodi, presidente dell’ANM, che ha scelto di dimettersi proprio a ridosso dei risultati. Una mossa letta da molti osservatori come un segnale di discontinuità e rinnovamento dopo mesi di battaglia politica.

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I commenti dalla rete
Mentre i leader contavano i voti, sui social il dibattito era già in piena ebollizione. Abbiamo selezionato alcune delle voci più interessanti raccolte in rete nelle ore successive al voto.
Se si votasse oggi sicuramente vincerebbe il centrodestra. È altrettanto vero però che la vittoria del No è dovuta soprattutto alla mobilitazione di chi non voleva che questa riforma così importante fosse gestita e decisa da questa maggioranza di governo. Antonio Scuteri, giornalista laRepubblica
“Beh sai, probabilmente ora ci penseranno mille volte prima di fare una legge elettorale porcata. Chi ha votato ha messo un freno al delirio della fiducia.”
“Questo No è la sconfitta di una serie di categorie. Molto chiare. Il centrodestra, ovviamente. Che ha fatto una campagna mediatica pietosa: mischiando cose che con questo referendum non c’entravano una mazza. Da Enzo Tortora a Garlasco, da Beppe Signori alla Famiglia del Bosco. Una scoppola che si meritano, da tutti i punti di vista. E poi la categoria antropologica che prendo di mira da anni. I nuovi riformisti. Questa sinistra che lentamente si sta spostando al centro per poi virare a destra. Si fanno chiamare liberali: ma sono semplicemente dei pigri che si sentono moderni.”
“Bocciata la riforma della giustizia voluta dal governo Meloni, al referendum sulla separazione delle carriere ha vinto il No. Che è una cosa abbastanza impressionante, anche se ora fingeranno che non lo sia. Affluenza molto alta e tanti under 30 alle urne hanno probabilmente permesso il ribaltone.”
“Sono emozionata soprattutto per tutti i giovani che sono scesi in piazza per VOTARE NO! GRAZIE MILLE RAGAZZI.”
L’affluenza record: il dato che cambia tutto
Il 59% di affluenza è la vera notizia di questo referendum sulla Giustizia. Per fare un confronto, il referendum sul lavoro e la cittadinanza del 2025 si era fermato al 29,8%; quello sulla separazione delle funzioni dei magistrati del 2022 non aveva raggiunto il 21%. Stavolta gli italiani sono andati a votare in massa, trasformando una materia tecnica e complessa in un grande dibattito pubblico.
Le città del centrosinistra hanno trainato la partecipazione: Emilia-Romagna e Toscana hanno superato il 66%, con Bologna al 71,63% e Firenze al 71,31%. Secondo le stime di YouTrend, il Sì ha vinto in sole tre regioni, mentre la fazione opposta si è imposta in tredici, con una punta di diamante in Campania, con il suo 65% di No, rispetto alla media nazionale. Nessuna città ha espresso il suo rifiuto alla riforma più di Napoli, che ha sfiorato il 76% di No, piazzandosi in cima a ogni classifica.
Referendum giustizia, di cosa si trattava in breve
Al centro della consultazione – valida senza quorum, come prevede la Costituzione per i referendum confermativi – la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la nascita di due CSM distinti, l’introduzione del sorteggio per i componenti degli organi di autogoverno e la creazione di un’Alta Corte disciplinare. Un intervento profondo sull’architettura della giustizia italiana, voluto dal governo e fieramente contrastato da buona parte dell’opposizione e dalla magistratura.
Perché il No ha convinto
Il fronte del No – guidato da PD, M5S e Alleanza Verdi-Sinistra, con Italia Viva che ha scelto la libertà di voto – ha puntato tutto su un messaggio semplice: la riforma non rendeva la giustizia più efficiente, ma la rendeva più vulnerabile alla politica. Come ha sintetizzato il professor Enrico Grosso, costituzionalista e presidente onorario del Comitato “Giusto dire NO”: “Si vuole cambiare l’equilibrio tra i poteri, si vuole introdurre un maggior condizionamento della magistratura nei confronti della politica”.
Il timore principale era che separare i CSM significasse isolare il Pubblico Ministero e aprirgli la porta a future ingerenze dell’esecutivo. Un percorso già compiuto in diversi Paesi dove la separazione ha portato il PM a dipendere gerarchicamente dal Ministero della Giustizia. Non più imparzialità, dunque, ma più fragilità. Non una riforma contro il correntismo, ma una manovra per indebolire chi indaga sui potenti.

Cosa voleva cambiare il Sì
Per il governo e il ministro Nordio, la riforma era il modo per allineare l’Italia ai grandi modelli liberali europei: “La magistratura resterà più forte e più autonoma, ma vi sarà un allineamento con le grandi democrazie occidentali”. L’obiettivo dichiarato era rafforzare la terzietà del giudice e spezzare il correntismo interno attraverso il sorteggio e la distinzione degli organi di autogoverno. Matteo Salvini aveva insistito sulla Corte disciplinare come strumento per responsabilizzare concretamente i magistrati che sbagliano.
Argomenti che non hanno convinto la maggioranza degli italiani, che, come ricordano anche i fautori del No, al momento sono più interessati ai problemi reali. Il correntismo esiste, e l’indipendenza della magistratura dovrà tornare al centro del dibattito. Solo, con strumenti diversi.
Cosa succede dopo il referendum giustizia
La bocciatura popolare confermata al referendum congela il progetto di separazione delle carriere e indebolisce l’agenda riformatrice del centrodestra su uno dei suoi temi storici. Per le opposizioni, il voto di questi due giorni è invece un punto di partenza: la prova che, quando si parla di Costituzione, un fronte largo e trasversale esiste e sa mobilitarsi. Con le elezioni politiche del 2027 all’orizzonte, questo referendum potrebbe essere ricordato come il momento in cui il vento ha cominciato a girare.
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