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Recession Core: la finta povertà è ancora trend nel 2025

Quando la finta povertà diventa status symbol: il paradosso di una generazione.

Scarpe apparentemente lise, ma costosissime, jeans strappati - ad arte - pochissimo trucco, in apparenza, e l'aria da finti poveri. Essendo ricchi. Questo è il Recession Core fashion style
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C’è un fenomeno che si aggira – già dalla fine del 2023 – con discreta eleganza per le vie dei quartieri gentrificati e sui feed patinati dei social: la “povertà di lusso”. Non è una contraddizione in termini, ma una maschera accuratamente scelta per comunicare al mondo una presunta superiorità morale. Un tempo, esibire la ricchezza era un gesto quasi elementare: bastava la borsa vistosa, l’orologio luccicante o la macchina sportiva parcheggiata in seconda fila. Oggi, in un curioso ribaltamento dei valori, il vero privilegio sembra consistere nel fingersi disinteressati al privilegio stesso, vestendo i panni di una sobrietà studiata.

Questo paradigma ha un nome preciso, coniato dal gergo dei trend: Recession Core. Si tratta, in sintesi, di un’estetica da “tempi di magra”, interpretata però da chi la recessione l’ha, con ogni probabilità, solo letta nei titoli dei giornali, comodamente seduto al tavolino del suo caffè filtrato da sei euro. La tesi centrale è chiara: la finta povertà diventa una dichiarazione di status tanto più potente quanto più è negata. “Posso permettermi di sembrare povero”, è il messaggio implicito, “perché non lo sono affatto.”

L’iconografia della “Miseria Curata”: dal casual al calcolato

Il repertorio stilistico del “Recession Core” è ormai riconoscibile e sorprendentemente codificato. Pensiamo alle scarpe apparentemente consunte che, a un occhio attento, rivelano un costo pari a quello di un motorino nuovo. Oppure ai maglioni che sembrano slabbrati dal tempo e dall’uso, ma che in realtà portano l’etichetta discreta di griffe scandinave d’alta gamma. E come notato da Mille World – importante magazine internazionale dedicato al lusso -, sono capi vintage ricercati per il loro valore intrinseco e non per il loro prezzo originario. E poi ci sono le borse color fango o dalle tonalità neutre e terrose – beige, grigio, verde oliva – il cui unico scopo è non sembrare costose, pur essendolo.

Ma il Recession Core, è molto più di una tendenza passeggera – come evidenziato in un recente approfodimento su The Wom – e non influenza solo la moda, ma anche il settore beauty “il Recession Core è un’estetica culturale che nasce dalla Gen Z ma parla a chiunque senta il bisogno di rallentare, fare spese oculate, anche quando si parla di beauty” scrive Roberto Fioravanti.

Le ultime collezione di VTMNTS sono tutte iper sobrie, all'insegna del Recession Core Fashion Style
VTMNTS

Moda e beauty, il minimalismo sartoriale

Come sottolineano esperti di moda e trend come Fashion Magazine, il “Recession Core” si traduce in un minimalismo sartoriale. Oppure nell’adozione di capi che privilegiano l’utilità e la funzionalità rispetto all’ostentazione. L’assenza di gioielli vistosi o loghi appariscenti, rientrando nella più ampia tendenza del “quiet luxury”, è un’altra pietra angolare di questa estetica. Sulle passerelle, brand come Givenchy hanno proposto un workwear quasi austero. JW Anderson ha puntato sul comfort essenziale e Vtmnts ha eliminato ogni fronzolo, quasi a voler riflettere un bisogno di “depurazione” dal superfluo.

I praticanti di questo stile sono spesso giovani professionisti e creativi digitali, laureati, poliglotti, che passano con disinvoltura dall’aperitivo vegano alla riunione su Zoom. Si presentano in pubblico vestiti come se avessero appena svuotato l’armadio di un lontano cugino più sfortunato. Ma è proprio in questa “disattenzione” calcolata che risiede la loro affermazione di status.

Le radici di un fenomeno: ansia economica e contro-consumismo (apparente)

Ma da dove nasce questa fascinazione per la “finta povertà”? Le radici sono complesse e affondano in un terreno fertile di incertezze economiche e dinamiche sociali. Le previsioni di recessione e l’ansia economica persistente, acuite dall’inflazione galoppante e dal costo della vita sempre più elevato, hanno reso l’esibizione sfacciata della ricchezza quasi “di cattivo gusto”. Si preferisce una “modestia falsa” che, paradossalmente, diviene una nuova lingua franca per comunicare una superiorità morale. Un’eleganza che non ha bisogno di gridare il proprio prezzo.

In un contesto come quello contemporaneo tra crisi economica e guerre, insomma, ostentare la ricchezza apparirebbe volgare, quasi sfacciato. Il “Recession Core” si presenta quindi come una risposta, un tentativo – seppur ironico e ambiguo – di mitigare la “colpa” di chi ha molto in un mondo dove molti hanno sempre meno.

Recession Core e social media

I social media giocano un ruolo amplificatore, accelerando i cicli dei micro trend. Il Recession Core può essere interpretato anche come una reazione stanca al consumismo sfrenato e al bombardamento di tendenze effimere. Tuttavia, questa reazione è essa stessa una tendenza, che spinge all’acquisto di articoli specifici che sembrano non costosi. Ma che di fatto mantiene così in vita il ciclo consumistico sotto mentite spoglie. È una forma di “autenticità” – fasulla – che raccoglie l’approvazione dei follower: “come sono autentici questi ragazzi che non comprano niente. O meglio: che comprano tutto, purché sembri niente.

Non è la prima volta che l’economia influenza le mode. L’indice del rossetto, ad esempio, ha mostrato come in tempi difficili le persone tendano a comprare piccoli lussi accessibili, come i prodotti di bellezza. Il “Recession Core” ha anche dei parallelismi storici: si pensi all’heroin chic degli anni ’90, che romanticizzava un’estetica di emaciata e decadente, o persino alla romanticizzazione della tubercolosi nell’epoca vittoriana, dove la malattia era associata a una certa sensibilità artistica e spirituale. C’è, in tutte queste manifestazioni, un comune denominatore: l’idea che il “meno è più” possa essere una dichiarazione di resistenza al capitalismo, o almeno una sua reinterpretazione.

Il makeup no-makeup è il simbolo estetico, in campo beauty, del recession core. Così come le immagini social apparentemente "grezze"
Il make “no-makeup” come simbolo beauty del Recession Core

Le contraddizioni sottili del Recession Core: quando il risparmio diventa comicità

C’è qualcosa di intrinsecamente comico in questa ostentazione del risparmio. Ordinare un caffè filtrato a sei euro con l’aria di chi sta compiendo un atto di resistenza contro il capitalismo, mentre si fotografano le sneakers rovinate – ma da centinaia di euro – per postarle su Instagram con la didascalia “Less is more“, è una performance studiata. È la nostalgia dolciastra per un passato in cui eravamo davvero squattrinati, e non c’era bisogno di sforzarsi tanto per dimostrarlo. Una stagione in cui il maglione infeltrito non era un accessorio di design, ma l’unico disponibile.

La miseria diventa così un vezzo, un piccolo travestimento da mettere e togliere a piacimento, un gioco di ruolo che rassicura chi lo pratica: “vedete, sono diverso dai ricchi rumorosi e dai poveri veri. Sono un minimalista etico, un consumatore consapevole, un privilegiato che si autocondanna con garbo“. Ma il costo effettivo di questa “finta povertà” è spesso elevato: cappellini che sembrano rovinati comprati a cifre oscene e sneakers “slabbrate” che costano più di uno stipendio medio sono la prova che la sobrietà è solo un’illusione.

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Il prezzo della finzione: nostalgia e realtà

Alla fine, resta l’impressione di uno spettacolo ben organizzato. La rappresentazione di una povertà di facciata che serve soprattutto a placare la colpa di avere molto più di quanto si è disposti ad ammettere. È una strategia sottile, quasi un esercizio di auto-assoluzione in un’epoca di crescente divario sociale.

Ma la domanda più scomoda è sempre la stessa: che succederà quando questo gioco perderà fascino? Quando ci renderemo conto che non è la sobrietà in sé ad attrarci, ma la gratificazione di poterla simulare? Fino a quel momento, continueremo a chiamarlo stile, a comprare cappellini slabbrati a cifre oscene e a dirci, con un sospiro soddisfatto, che la bellezza risiede nelle piccole cose, purché siano sapientemente studiate per sembrare insignificanti.

Ecco, forse il paradosso del “Recession Core” è tutto qui: c’è chi compra la nostalgia come un oggetto di lusso, e chi, in un mondo in cui le difficoltà economiche sono reali, non può più permettersi nemmeno il ricordo. E per questo, la finta povertà resta la più costosa delle finzioni.

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Scritto da
Terry Nesti

20 anni nel mondo dei sigari Toscano. Flaneur per convinzione, ma non sempre per possibilità, si ritaglia anche le sue passeggiate all’interno del variegato mondo delle degustazioni; che in qualche modo sono delle passeggiate virtuali attraverso l’Italia, dove si vaga oziosamente (nel senso latino del termine), senza fretta, sperimentando e provando emozioni.

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