Per la prima volta dai tempi di Vittoria, la corona britannica rinuncia a vivere nella sua dimora simbolo. La coppia reale resta a Clarence House, tra voglia di trasparenza e una ristrutturazione da 369 milioni di sterline che continua a far discutere.
Può una scelta d’indirizzo segnare il passo di un’intera istituzione? Quando in gioco c’è il palazzo più fotografato del pianeta, la risposta tende al sì. Dopo quasi due secoli passati a fare da casa ai sovrani britannici, Buckingham Palace si prepara infatti a perdere la sua funzione più antica: quella di residenza reale.
A ufficializzarlo è stato Re Carlo a fine giugno, in concomitanza con la pubblicazione del rapporto annuale sul Sovereign Grant, ha confermato la volontà di non tornare a vivere nel palazzo simbolo della Corona una volta conclusi i lavori di ristrutturazione. Il sovrano e la regina Camilla resteranno a Clarence House, la dimora londinese che Carlo aveva già eletto a residenza del cuore negli anni da Principe di Galles.

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Re Carlo, Buckingham Palace e la fine di una lunga consuetudine
Costruito nel 1703 e trasformato in vera e propria reggia agli inizi dell’Ottocento, «The Palace» si estende per oltre settantamila metri quadri ed è la residenza ufficiale dei regnanti dal 1837, anno dell’insediamento della regina Vittoria. Da allora nessun monarca aveva mai rinunciato a viverci: Carlo III è il primo a farlo per scelta, e non per necessità.
Le ragioni sono molte. Da un lato il desiderio di ottimizzare spazi e risorse, di stare al passo con un’epoca che chiede sobrietà; dall’altro l’intenzione di mettere a frutto un cantiere colossale – un intervento da 369 milioni di sterline, circa 440 milioni di euro, avviato nel 2017 e atteso in chiusura il prossimo anno – aprendo l’edificio a un pubblico sempre più ampio. Libero dalle incombenze domestiche, il palazzo potrà accentuare la sua vocazione museale, tra opere d’arte, arredi e tesori di Stato. I visitatori, oggi circa settecentomila l’anno, sono destinati a crescere, e con loro gli introiti. Buckingham Palace non perderà però la sua aura: Carlo e Camilla vi manterranno gli uffici e vi ospiteranno gli appuntamenti istituzionali, conservando anche un appartamento privato per le grandi occasioni. L’idea, in fondo, è renderlo ancora più simbolico di quanto già non sia: un quartier generale cerimoniale della monarchia.

Tra trasparenza e ragioni del cuore
Non è un caso che l’annuncio sia arrivato insieme ai documenti sulla situazione fiscale del sovrano. È la stessa logica di apertura che oggi si chiede alla Corona, sollecitata a mostrarsi più vicina al Paese. Clarence House, del resto, non è un palazzo ma una raffinata casa aristocratica di città: sorge sul Mall, accanto al St James’s Palace, e offre un profilo decisamente più informale e raccolto.
Dietro la decisione, però, si intravedono anche ragioni private. È nota l’insofferenza di Camilla per le dimore storiche e labirintiche come Buckingham Palace, con le sue 775 stanze – di cui 19 saloni di rappresentanza, 52 camere padronali, 188 alloggi per il personale, 92 uffici e 78 bagni -. E poi c’è il legame quasi sentimentale che unisce Carlo a Clarence House: la residenza dove visse da bambino e dove tornava a trovare l’amatissima nonna, la Regina Madre. Quest’ultima ricordata per i suoi celebri ricevimenti e per una proverbiale passione per il gin. Lì il sovrano ha ritrovato gli affetti, il verde e l’arte che ha sempre coltivato.
«Vista per essere creduta»: un motto che non basta più
La svolta, tuttavia, non è stata accolta bene dalla maggioranza dei sudditi. A pesare è soprattutto la cifra del restauro: un’opera titanica finanziata con denaro pubblico che, paradossalmente, prelude a una fruizione a pagamento per gli stessi contribuenti. Gli antimonarchici di Republic non hanno perso l’occasione di protestare, mentre persino una parte della stampa conservatrice ha evocato il rischio di un passo falso. Così, quello che nelle intenzioni di Carlo voleva essere un gesto di avvicinamento al popolo, rischia di trasformarsi nell’ennesimo boomerang per un Re salito al trono tardi e ancora alle prese con il proprio ruolo.
Se «You have to be seen to be believed», il motto attribuito a Elisabetta II che a lungo ha tenuto i Windsor ancorati ai fasti di Buckingham Palace, suona oggi un po’ datato, la strategia per essere davvero visti e apprezzati dovrà passare da altre carte. La Corona, del resto, viene da anni difficili: ultimi in ordine di tempo gli scandali legati al fratello del re, l’ex principe Andrea Mountbatten-Windsor. I suoi rapporti con Jeffrey Epstein, vicende che lo scorso febbraio lo hanno costretto a lasciare in fretta Royal Lodge, la sua residenza nella tenuta di Windsor, hanno fatto tremare la Corona.

La Corona e la scommessa sulla nuova generazione
Forse l’unica via per risalire la china passa proprio da un ricambio. Il consenso verso la monarchia, certificato da un recente sondaggio Ipsos, si ferma al 55%. Il dato più basso degli ultimi trentatré anni. A incarnare la speranza di rilancio è la coppia dei principi di Galles, William e Kate. Loro si amatissimi e capaci di trasmettere un’immagine coerente e rassicurante.
Nelle stesse ore si è tornato a parlare di un possibile disgelo con i duchi di Sussex. Harry e Meghan avrebbero dovuto rientrare in Inghilterra a luglio, con i figli, per gli eventi che avvicinano agli Invictus Games 2027 di Birmingham: l’occasione giusta per ricucire qualche strappo familiare. Le ultime notizie, però, raccontano di un viaggio che potrebbe saltare, o ridursi al solo Harry, dopo il no della polizia britannica alla scorta. Un servizio che, ancora una volta, andrebbe pagato dai contribuenti. E ancora una volta l’attrito tra reali e cittadini torna a essere il vero nodo della questione.
In definitiva, il cambio di indirizzo è soltanto la superficie di una trasformazione più profonda. Piccoli passi tra continuità e rinnovamento che, al di là delle polemiche, dovrebbero accompagnare un’istituzione in crisi verso una nuova idea di sé. Spazi e tempi da ripensare, un messaggio da rilanciare: non basta cambiare palazzo, serve un profilo più snello e meno ingombrante. Una direzione capace di lasciarsi alle spalle il passato per provare, finalmente, a incarnare il futuro.
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