A Più libri più Liberi una ventina di editori oscurerà gli stand per protestare contro la presenza di Passaggio al Bosco, casa editrice di ispirazione nazifascista. Una mobilitazione che riaccende il dibattito sul ruolo e sulle responsabilità culturali della fiera.
Non è comune, nel mondo delle fiere del libro, che un gesto simbolico anticipi il racconto stesso della manifestazione. Eppure a Più libri più liberi sta per accadere: sabato 6 dicembre una ventina di editori oscurerà volontariamente i propri stand, rinunciando per mezz’ora alla visibilità – moneta d’oro di qualunque fiera – per trasformarla in un atto di protesta.
Più libri più libri protesta coordinata
Un blackout programmato che non nasce all’improvviso, ma rappresenta l’approdo di un dibattito che, nelle ultime settimane, ha attraversato l’ecosistema editoriale con un’intensità rara. Tutto parte dall’appello firmato da oltre 80 autori e case editrici contro la presenza, tra gli espositori, di Passaggio al Bosco. Ovvero una realtà più volte associata – dai firmatari e dalla stampa – alla pubblicazione di testi riconducibili al pantheon nazifascista e antisemita. Nella lettera vengono citati, fra gli altri, Léon Degrelle e Corneliu Zelea Codreanu, come esempio di una linea editoriale giudicata incompatibile con i valori alla base della manifestazione e con quelli costituzionali.

Da Zerocalcare a Barbero: una compagine compatta
Da qui la reazione a catena: la protesta degli editori e, quasi in parallelo, una serie di defezioni eccellenti. Hanno annunciato la propria assenza dalla fiera figure come Alessandro Barbero, Anna Foa, Antonio Scurati, Corrado Augias, e il Comune di Roma. E poi c’è la scelta di Zerocalcare, che è arrivato a far parlare del caso, per primo come spesso gli accade.
Arriva infatti in continuità con una storia personale segnata da polemiche e distorsioni, come quelle vissute negli anni scorsi a Lucca Comics, dove la sua posizione antifascista era stata bersaglio di attacchi e interpretazioni strumentali. La sua assenza non è un fulmine improvviso, ma il gesto coerente di chi considera lo spazio culturale un luogo da scegliere, non da subire.

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Non un’improvvisazione ma una riflessione collettiva
Di fronte a questo scenario, la protesta degli editori assume un peso diverso: non nasce da un’improvvisazione polemica, ma da una riflessione collettiva sul ruolo che una fiera deve assumere quando ospita realtà percepite come antitetiche ai suoi valori dichiarati. Rinunciare alla visibilità – la sostanza stessa della partecipazione fieristica – diventa un modo per ribaltare il paradigma: mettere al centro non ciò che si espone, ma ciò che non si è disposti a legittimare.
Nel frattempo, la direzione della fiera e l’AIE (Associazione Italiana Editori) hanno provato a mantenere un equilibrio complesso. Da un lato ribadiscono il rifiuto della censura, dall’altro annunciano che le regole di selezione degli espositori verranno riviste per le prossime edizioni. È un tentativo di coniugare apertura e responsabilità, ma che rivela la difficoltà, tutta italiana, di tracciare confini chiari quando si parla di fascismo, memoria e cultura. Un’incertezza che non riguarda solo l’editoria, ma il Paese nel suo insieme: un Paese che spesso fatica a considerare il fascismo una questione politica ancora viva, non un capitolo da archivio.
Più libri più liberi: quali sono i limiti etici di uno spazio pubblico?
In questo contesto, la protesta degli editori e dei tendoni neri diventa qualcosa di più di un gesto simbolico. È una domanda collettiva rivolta alle istituzioni culturali: quali sono i limiti etici di uno spazio pubblico? E chi ha la responsabilità di definirli? Se ogni narrazione trova posto, cosa distingue una fiera culturale da un mercato indiscriminato? E fino a che punto l’inclusione può diventare una forma involontaria di legittimazione?
Per questo è importante essere chiari. Noi siamo antifascisti. Lo siamo per memoria storica, per etica, per adesione ai valori della Costituzione. E crediamo che uno spazio culturale – specie se pubblico – debba assumersi la responsabilità di dichiarare da che parte sta, senza esitazioni e senza ambiguità. Non per chiudere porte, ma per proteggere le condizioni stesse della pluralità.

Non una scenografia, ma un modo per guardarsi dentro
La mezz’ora di buio annunciata per sabato a Più libri Più liberi non è dunque una parentesi scenografica, ma un passaggio di senso: un momento in cui l’editoria, gli autori, le istituzioni e il pubblico si trovano a misurare non solo ciò che accade in fiera, ma ciò che la fiera rappresenta. È un’occasione per vedere, nella sospensione, ciò che spesso resta implicito.
Perché non sempre si protesta parlando. A volte si protesta spegnendo le luci. E lasciando che siano i libri – proprio quando non si vedono – a ricordarci da che parte vogliamo stare.
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