Rassicurante e nazional-popolare, Baudo trasformò l’imprevisto in rito collettivo. Con lui la TV divenne la messa laica di un’Italia democristiana che oggi non esiste più.
Ci sono figure che non sembrano appartenere al flusso temporale, ma a un paesaggio: Pippo Baudo era uno di questi. Più che un uomo, un fenomeno atmosferico. Un barometro stabile in un’Italia fatta di sbandamenti: il sorriso ampio, la voce impostata, il gesto largo che rassicurava come una carezza paterna. Non era solo un conduttore. Era il volto stesso del Paese quando il Paese voleva specchiarsi senza troppi turbamenti. L’Italia che si guardava la domenica sera, quella che si commuoveva davanti a una canzone mediocre ma intonata, quella che voleva certezze, applausi a comando, ordine. Pippo era questo: un ordine rassicurante.
Quando l’imprevisto diventa spettacolo: storie di un maestro, Pippo Baudo
Ci sono episodi che restano scolpiti nella memoria collettiva, a testimonianza della sua straordinaria capacità di trasformare l’imprevisto in rito e il caos in normalità. Sanremo 1995, l’edizione che vinse Giorgia, per intenderci: un uomo tenta di buttarsi dalla galleria dell’Ariston. Baudo interviene, lo trattiene, parla con lui, e alla fine riesce a dissuaderlo. Applausi in sala, titoli sui giornali, milioni di italiani davanti allo schermo con un pensiero unanime: se Pippo c’è, nulla va davvero fuori controllo. Che fosse verità o messinscena, poco importa: a livello simbolico, era perfetto. Pippo che salva un uomo, e insieme salva lo spettacolo.
Ma il suo talento nel gestire l’inatteso non si fermava ai momenti drammatici. Chi non ricorda il 1990, durante Gran Premio, quando una concorrente eliminata gli tirò una torta in faccia? La reazione di Baudo divenne leggendaria per l’eleganza e l’autoironia con cui gestì l’imprevisto, trasformando un gesto di protesta in un siparietto memorabile.

Il fiuto del Talent Scout: “questo l’ho inventato io!”
Pippo Baudo è stato un vero scopritore di talenti, tanto da far diventare celebre la sua frase “Questo l’ho inventato io!“. Il suo fiuto era quasi leggendario. Al Bano, ad esempio, lo incontrò in un ristorante dove lavorava come cameriere di giorno e cantava la sera, e da lì nacque una carriera stellare. Tra i più giovani a ricordarlo in queste ore Serena Autieri e Bianca Guaccero, di cui aveva ben compreso il talento da show-woman, ed Eros Ramazzotti, da lui scelto per il Sanremo Giovani che poi lanciò la sua carriera. Unico rammarico, confessato dallo stesso Baudo, quello di aver scartato a un provino un certo Fiorello, che sarebbe poi diventato uno dei volti più amati del piccolo schermo. Un errore di valutazione che, con la sua consueta autoironia, era solito ricordare.
Tra attacchi e addii: la lotta per l’autonomia artistica di Baudo
La sua carriera non fu esente da momenti di tensione e scelte difficili. Nel 1986, le conseguenze di una battuta di Beppe Grillo a Fantastico 7, il suo programma, portarono alla cacciata del comico dalla Rai e a richiami anche per Baudo. L’anno successivo, etichettato come “nazional-popolare” dal presidente Rai Enrico Manca in senso dispregiativo, Baudo decise per un amaro addio alla televisione di Stato, approdando per un breve periodo a Fininvest. Il suo ritorno in Rai non fu indolore, tanto da dover cedere un palazzo di sua proprietà a Roma per il rientro.
Ma Baudo non temeva di esporsi per i suoi principi. Nel 1991, la sua casa a Santa Tecla, Acireale, fu bersaglio di un attentato dinamitardo, fortunatamente senza vittime. L’episodio seguì la sua ferma condanna della mafia durante una commemorazione del giudice Rocco Chinnici. Un uomo che non solo divertiva, ma che si batteva anche per i valori in cui credeva.

Le passioni nascoste di Pippo: la Sicilia, la Sardegna, il cibo e la bellezza
Al di là dei riflettori, Pippo Baudo era un uomo dalle passioni autentiche. Il suo legame con la Sicilia, la sua terra d’origine, era profondo e indissolubile. Questo amore si traduceva anche in un profondo apprezzamento per la cucina siciliana. Non un gourmet raffinato, ma un estimatore sincero dei sapori schietti e della tradizione: la pasta con le sarde, la caponata, gli arancini, e i dolci come i cannoli e la cassata non erano solo cibo, ma un veicolo di ricordi e un modo per rimanere connesso alle sue radici.
La buona tavola era per lui un momento di convivialità e condivisione, un rito laico tanto quanto la televisione, in cui si celebrava la semplicità e l’autenticità. E anche in Sardegna, dove acquistò una villa a Torre delle Stelle, fuori dai canonici indirizzi vip, amava la cucina locale più semplice, ma sempre a base di pesce, così da onorare il mare, quella distesa azzurra che in qualche modo univa le due isole.
Oltre al cibo, Baudo coltivava un grande amore per la musica, che spaziava ben oltre i confini del suo mestiere, e per la pittura, dedicandosi anche al collezionismo di opere e oggetti con un significato storico o affettivo. Questi interessi rivelano una curiosità intellettuale e un desiderio di bellezza che completavano il ritratto di un uomo poliedrico.

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L’ultimo sacerdote laico: un vuoto rassicurante
È questo il ruolo antropologico di Baudo: il garante. Un sacerdote laico che presiede a una liturgia collettiva, il conduttore che non solo “presenta”, ma custodisce la comunità televisiva come un parroco di paese custodisce i fedeli. Con lui, la televisione diventava rito civile, celebrazione dell’italianità nel suo lato più medio, più quieto, più democristiano. Non aveva il cinismo dei conduttori moderni, non aveva bisogno di ironizzare sul pubblico o di strizzare l’occhio al digitale. La sua era una compostezza da funzionario statale dell’intrattenimento. Ciò che contava era che tutti si sentissero a casa, nessuno escluso: dalla casalinga di Voghera al politico in platea.
E oggi che quella televisione non esiste più, resta un vuoto strano. Non tanto perché manchino i volti, ma perché manca la funzione sociale che Pippo Baudo incarnava: la televisione come collante, come punto fermo, come specchio di un’Italia che non c’è più e che, in fondo, ci manca un po’. Forse è questo il destino di Pippo Baudo: restare inciso non tanto nei palinsesti, quanto nella memoria collettiva come un garante di stabilità. Non lo ricorderemo per un programma in particolare, ma per quella postura rassicurante con cui teneva insieme l’Italia davanti allo schermo. Ed è giusto salutarlo così: con gratitudine, con un sorriso un po’ malinconico e con la consapevolezza che se n’è andato l’ultimo sacerdote laico della televisione nazionale, l’uomo che trasformava l’imprevisto in rito e il caos in normalità.
E se dovessimo scrivere un epitaffio, basterebbero poche parole: “ha presentato l’Italia a se stessa. E l’ha tenuta per mano.”
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