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Peaky Blinders mania: uno Shelby-riepilogo prima di The Immortal Man

Il ritorno di Thomas Shelby è già ovunque: tra trailer virale e attesa per il film The Immortal Man, un recap tra storia, personaggi e ferite ancora aperte della saga.

Cillian Murphy è Thomas Shelby in The Immortal Man
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Il ritorno dei Peaky Blinders è già ovunque: tra trailer virale e attesa per il film The Immortal Man, un recap tra storia, personaggi e ferite ancora aperte della saga.

Un trailer è bastato a fare quello che succede sempre quando torna Tommy Shelby: internet si è riempito di cappotti scuri, citazioni tagliate male e nostalgie improvvise. A poche settimane dall’uscita di The Immortal Man, il film che riaccenderà la saga dei Peaky Blinders, la domanda non è se siamo pronti a rivederli, quanto più perché non abbiamo mai davvero smesso di aspettarli.

Ma siamo veramente pronti a quella che è una delle uscite più attese dell’anno? Ricordiamo dove si era interrotta la storia della famiglia Shelby? Se non avete tempo per un rewatch completo o volete avvicinarvi per la prima volta a questa saga storica, abbiamo messo insieme le tappe fondamentali di questo viaggio.

Peaky Blinders: dove eravamo rimasti?

Birmingham, 1919. Tom Shelby (uno straordinario Cillian Murphy), sguardo glaciale, aplomb magnetico e sigaretta perennemente in bocca, è tra i veterani della guerra in Francia, così come suo fratello maggiore Arthur (un memorabile Paul Anderson), ridotto dal post-traumatico in un individuo con incontenibili accessi di violenza nonché pluri-dipendente da alcol e sostanze. Insieme al minore John, anch’egli reduce, i tre fratelli (ai quali poi si aggiungerà anche l’ultimogenito Finn) formano il cuore del gruppo dei Peaky Blinders (nello storico e probabile rimando alle visiere appuntite dei loro cappelli).

I fratelli Shelby in una scena della serie
Thomas, Arthur e John Shelby

Un’organizzazione malavitosa tentacolare che tra traffici illeciti, scommesse clandestine, contrabbando di whisky e crimini di vario genere cercherà di scalare la piramide del potere su Birmingham, per poi spostarsi su Londra e sull’intera Inghilterra, arrivando addirittura a contaminare Boston e il territorio americano.

L’anima dello show: Thomas Shelby

Origini gitane innervate di esoterismo e animate da un carattere sociale di pura sopravvivenza animale, i Peaky Blinders hanno in Tom Shelby il loro “frontman” ideale. Indomito anche nel suo essere riflessivo, elegante nel suo essere spietato. Uomo fascinoso dalle mille abilità e dall’indubbia vocazione diplomatica che gli servirà poi per procurarsi anche posizioni determinanti nel panorama decisionale politico. Grazie al suo ruolo al vertice dei Peaky Blinders e a comando dell’intera famiglia allargata (che include anche l’eversiva sorella Ada, la volitiva ed esoterica zia Molly e tutte le audaci donne che andranno ad affiancare i fratelli) Tom Shelby sarà in grado di contrattare con gli alti organi della polizia, con le frange più estremiste e violente dell’IRA, con la criminalità locale. E anche con il potente impero malavitoso italiano rappresentato dalla mano nera e capeggiato da Luca Changretta (un superbo e spietato Adrien Brody). 

Anche l’anti-eroe per eccellenza ha i suoi talloni d’Achille

Ma all’interno di un arco temporale denso di eventi che va dal 1919 al 1934, ad affiancare e ostacolare le attività dei Peaky Blinders, subentreranno anche tanti altri personaggi e gruppi, come gli scozzesi Billy Boys e perfino la sinuosa mafia cinese. Piccole ombre e grandi sfidanti al cospetto di un’ascesa che non teme alcun rivale. O quasi. Perché come emergerà addentrandosi poco alla volta nel fitto di questa lunga e a tratti lugubre serie durata ben sei stagioni, anche l’epico Tom Shelby ha i suoi talloni d’Achille. Dal debole per le donne (in particolare una), passando per il simbiotico legame con la famiglia, per arrivare poi al cuore caldo dei suoi affetti.

Adrien Brody
Adrien Brody è Luca Changretta

La serie Peaky Blinders alla fine opera a smascherare il limite di una fortezza umana e criminale che a prima vista appare invalicabile. Ma non lo è. Perché quando il pericolo inizia ad accarezzare ciò che ci sta più a cuore, è proprio in quel punto e in quel preciso istante che la maschera della nostra audacia cade, rendendoci pronti a barattare ogni bene materiale più raro pur di mettere in salvo il cuore.

L’attimo del soldato

“L’attimo del soldato”, la velocità d’azione, il momento esatto in cui si vive, noncuranti del passato e del futuro. Indifferenti alla scansione degli eventi e al processo di causa-effetto. Ed è in questa fotografia concettuale che s’inscrive la narrazione di quest’opera seriale di incredibile successo ideata e creata da Steven Knight, e diretta con grande pregio e continuità dalla mano di talentuosi registi tra cui Tim Mielants (serie 3) e Anthony Byrne (stagioni 5 e 6). Un avvolgente affresco storico e sociale che, prima di proseguire con le nuove generazioni per altre due stagioni (già annunciate da Netflix), è oramai pronta ad accogliere un film evento che farà da cerniera: The Immortal Man. Con l’attesissimo ritorno di Cillian Murphy nel ruolo iconico di Thomas Shelby. 

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Peaky blinders: non solo gangster movie

Durata più di un decennio, Peaky Blinders, ispirata a una vera e omonima gang giovanile attiva a Birmingham tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, è un’opera seriale a ombrello che abbraccia sotto il nume tutelare del gangster-movie, un mix di generi e atmosfere diverse. Che ci mostra inseguimenti, pedinamenti, sparatorie, minacce di morte, faide e coalizioni con grande senso del ritmo. Ma che poi si apre anche a riflessioni ponderate sulla società, sulla figura dell’uomo e della donna e sulle labili interconnessioni che (in parte) ne dettano ancora oggi i rapporti. Sullo sfondo di un’Inghilterra spettrale abitata da alcol, traffici illeciti, corruzione, prostituzione e poteri sotterranei, si delinea infatti un topos narrativo molto interessante che, come spesso accade con questo genere di racconti, parla principalmente di limiti. Umani, economici e diplomatici. Oltrepassabili o meno.

“Quando sei già morto sei libero”

Ed è nel personaggio magnetico di Tom Shelby, scavato e inquieto come fosse un cane randagio, che si delinea il carattere estetico di questo discorso sull’amore (vissuto affannosamente negli scarti di tempo o nella devozione agli affetti famigliari) e sulla morte (ingaggiata e sfidata sempre a testa alta). E che s’immerge nella violenza per far affiorare i tratti distintivi incarnati da un dualismo di potere e controllo. Secondo la massima per cui “ogni catastrofe nasconde un’opportunità”.

Perché, invero, il senso stesso di limite può essere un concetto molto labile, specie quando si è vissuta la morte addosso e ogni cosa assume un senso e un peso diversi. Ed è proprio con la fine negli occhi e nel cuore, vista e schivata sulla propria pelle, che i veterani fratelli Shelby seguiranno quella luce interiore che li attrae istintivamente al potere. Un senso di riscatto, e di rivalsa, divenuto necessario nel contatto diretto e ininterrotto con l’orrore, suggellato nel pragmatico esoterismo di: “Quando sei già morto sei libero”.

La fotografia di Peaky Blinders si è distinta per essere potente visivamente
Thomas Shelby

Aspettando The Immortal Man: viaggio in un’odissea più che umana

Eppure Tom Shelby è un personaggio che ci precipita, stagione dopo stagione, nella sofferenza accorata dei suoi occhi color mare. Uomo con due anime e vittima di una penombra esistenziale. E l’anima che emergerà dalla quarta stagione in poi rievoca un’esistenza buona con ideali pacifici e quasi una naturale propensione a fare del bene. Un profilo che andrà a scontrarsi duramente con il Tom Shelby veterano, uomo indurito e paralizzato dal dolore, incapace di uscire dal tunnel criminale che ha imboccato. Una via crucis funerea per mano della quale perderanno la vita molte persone a lui care, morti che contribuiranno a incattivirlo e a renderlo ancora più cinico, in quel circolo vizioso del male su cui la serie fonda senso e ritmo.

Accanto a lui, in questa odissea umana scritta e interpretata mirabilmente, andrà ad affiancarsi una moltitudine di esistenze interrotte, personaggi magici e di una forza endemica. Uomini e donne. La furia animale del fratello Arthur, la malia ipnotica della indimenticata Grace, la femminilità esuberante di zia Molly (una bravissima e compianta Helen McCrory), la stravaganza razionale della sorella Ada, il passo delicato e aristocratico del cugino Michael. E poi, ancora, la verve rivoluzionaria dell’amico/nemico Alfie Solomons interpretato dal magistrale Tom Hardy (letteralmente da antologia il loro confronto nella terza stagione cui farà poi da epilogo una memorabile scena in stile I duellanti) o il risoluto piglio criminale di Luca Changretta che sarà la nemesi di Tom Shelby nelle stagioni centrali.

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Una serie maestosa

Peaky Blinders diventa maestosa nella capacità di tratteggiare con assoluta definizione e vibranti parabole allegoriche gran parte dei suoi tanti protagonisti, con una regia che sostiene e amplifica il passo incalzante e fortemente malinconico di questa ascesa criminale. La scrittura acuta, sempre puntuale e incisiva, mette a segno una serie di dialoghi da manuale, realizzando in un colpo solo l’istantanea di una società, un tempo storico, e una famiglia impregnata – proprio come il whisky che contrabbanda –  della propria aspirazione criminale.

Le lotte sociali, il cameratismo maschile, i movimenti femministi, i sindacati, i business illeciti, ma anche il crollo di Wall Street con le sue ripercussioni internazionali. Perfino nei business sotterranei, tutto entra a far parte di quel fiume di sangue che scorre, inesorabile, per il sottile gioco e fine ultimo di supremazia e potere. Un concetto ancora, e forse più tragicamente attuale oggi, in cui la guerra, la morte, e la disperazione, continuano a essere sfruttate come armi di predominio e controllo degli uni sugli altri. 

La stagione politica e il lirismo della perdita

Nelle ultime due stagioni, sempre più immerse nei coinvolgimenti politici di Tom Shelby e nelle sue contrattazioni umane sospese tra vita e morte, la serie conquista un lirismo ancora più catartico, che ha a che vedere con il dolore sordo della perdita. Ultimi passi e gesta finali in cui Tom Shelby entra in sincronia con la sua camminata, che apre o chiude la scena, resa a ogni episodio più epica da una regia che ne delinea il movimento a un tempo dimesso e dominante. “Io non ho limiti” è la frase che torna spesso a segnare il tono del racconto, e la tesi ultima con cui il protagonista ingaggia una sua personale lotta.

Cillian Murphy e Sam Neill in una scena di Peaky Blinders
Thomas Shelby e l’ispettore Campbell

Vette concettuali che andranno a caratterizzare l’intero arco narrativo dell’opera seriale, culminata nell’idea di una assoluta resilienza umana – “Finché non troverò un uomo che non posso sconfiggere”.

Sei stagioni che sono un affresco epico della famiglia Shelby e che riescono a conferire alla violenza perfino un afflato poetico, racchiuso nelle illuminanti parole di “Un albero velenoso” di William Blake: “Ero adirato col mio amico, Dissi la mia ira, la mia ira finì; ero adirato col mio nemico, non la dissi, la mia ira crebbe”. Un modo tragico, in un mondo disperato, per farsi ascoltare, e per superare quella tragedia interiore di una violenza testimoniata e corrisposta che non muore mai. Nemmeno dopo la morte.

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Scritto da
Elena Pedoto

Da avida lettrice ad accanita consumatrice di cinema d’autore il passo è stato breve. Ha trascorso gli ultimi quindici anni a rincorrere a perdifiato film, autori e festival di cinema internazionale, e ha trovato il suo habitat ideale in quel della costa azzurra, nei meandri del Festival di Cannes. Attualmente si divide tra il lavoro di mamma e quello di freelance, cercando ostinatamente di non perdere di vista nessuna delle due “mission”.

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