Dall’anima partenopea alla consacrazione internazionale: Paolo Sorrentino inaugura l’82ª Mostra del Cinema di Venezia con “La Grazia”, un’opera che promette di lasciare un nuovo segno nel panorama cinematografico contemporaneo.
…era già tutto previsto, canta Cocciante in una delle sequenze chiave e più toccanti del sognante Parthenope, inno e apologia alla bellezza, ritratto decadente e accorato di una Napoli multiforme, anima e radice di Paolo Sorrentino. Suicidio e miracolo. Ed era davvero forse già tutto previsto dal fato che il talento di questo cineasta campano classe 1970, rimasto precocemente orfano, e ingegnatosi con ogni mezzo nel suo ruolo vocazionale di narratore poliedrico e visionario, catalizzasse l’attenzione di pubblico e critica.
Quest’anno, dopo la vittoria nel 2021 del Leone d’Argento Gran Premio della Giuria con È stata la mano di Dio, a più di vent’anni di distanza dal suo debutto cinematografico sempre al Lido con L’uomo in più -2001-, Sorrentino aprirà il Festival di Venezia con l’attesissimo La Grazia. Un lavoro che parlerà di amore “alla maniera di Truffaut”. Ma forse anche di politica. Sicuramente che allude anche a quel talento delicato e a quel suo istinto filmico sempre teso al bello. Un’opera che si prospetta estatica sin dal titolo, e “destinata a lasciare il segno per la sua grande originalità e forte sintonia con il presente” come ha commentato il direttore artistico del festival Alberto Barbera.
Paolo Sorrentino, il regista in più
Premio oscar – La Grande Bellezza -, scrittore – Hanno Tutti Ragione -, autore e sceneggiatore proficuo e di talento. Paolo Sorrentino è senza dubbio il regista in più, artista visionario e sfaccettato, l’uomo che ha dato nuova linfa e una nuova fisionomia al cinema d’autore italiano. Artista poliedrico che è riuscito nell’impresa di coniugare le grandi tematiche d’intrattenimento a quel piglio autoriale da sempre relegato a piccole nicchie senza troppa voce.
Partito in sordina con la sodale Indigo film, e sulla scia dei sorprendenti film della prima fase della sua carriera, quelli più asciutti ma già fortemente impregnati del suo stile ironico e grottesco – L’uomo in più, Le conseguenze dell’amore, L’amico di famiglia -, è diventato ben presto il re Mida del cinema nostrano. Ogni cosa che lui tocca, cinematograficamente o televisivamente parlando, diventa oro.

E così, il suo piccolo cinema degli esordi, si è fatto improvvisamente grande, anzi gigantesco, andando a inglobare Hollywood e buona parte dello star-system internazionale. Sean Penn tanto per fare un nome, protagonista immenso di una delle opere internazionali a firma del regista napoletano: This Must Be the Place. Poi c’è stato l’exploit con La Grande Bellezza. Premio oscar come miglior film straniero, nonché sublime ed eversiva analisi sul mondo dello spettacolo, della borghesia e di mille velleitarie rappresentazioni.
Ha fatto poi seguito la digressione di successo nel mondo della serialità con The Young Pope (e The New Pope). Andata virale anche grazie alla presenza magnetica della star Jude Law. Una cartina di tornasole su quello che è e rappresenta il controverso mondo del clero.
Tra percezioni distorte, riproduzioni fallaci e incarnazioni a tratti blasfeme.
Nel mezzo ci sono stati tanti altri lavori degni di nota, come le incursioni nel mondo della politica prima con Il Divo, scavo nel personaggio di Giulio Andreotti. E poi con Loro – diviso in due capitoli – affresco del complesso sistema creato e operato dal cavaliere Silvio Berlusconi – sempre nelle fattezze di Toni Servillo. Opere ampie, vaste, sia dal punto di vista visivo sia in termini concettuali. Lavori che hanno fatto letteralmente incendiare la carriera di questo regista napoletano legato a doppio filo a quel senso di fatalità che ha definito con forza anche il suo cinema. Un connubio da sempre destinato a grandi, grandissime bellezze.
Il calcio, la politica, la giovinezza, la vecchiaia, l’adottiva Roma e poi la natia Napoli, la (grande) bellezza, e ora anche la grazia. Sacro e profano. Stiamo parlando di un autore che ha saputo toccare con mano lieve ma incisiva e una visione sempre magniloquente ogni meandro estetico ed emotivo della nostra storia di italiani. “Popolo di santi, poeti e navigatori”, spesso anche parecchio dannati. Si perché partendo da L’Uomo In Più, passando per Le Conseguenze dell’Amore per poi approdare a opere imponenti come La Grande Bellezza o È Stata la Mano di Dio, Paolo Sorrentino ha sempre inglobato nei suoi ritratti la sua idea di cinema come mezzo per scoprire e denudare le ipocrisie del mondo.

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Tra sacro e profano, il 27 agosto La Grazia
Fan sfegatato di Maradona, dei Talking Heads, artisticamente influenzato e ispirato da maestri quali Federico Fellini e Martin Scorsese. Il Paolo nazionale ha arricchito il suo cinema di metafore e paradossi. Contrasti ed estremi, sempre un po’ in linea con quella sua Napoli bivalente che è cuore e margine. Un luogo “dove c’è sempre posto per tutto” (e tutti), e che lui stesso ha descritto triste e frivola, determinata e svogliata, viva e sola.
Ed è proprio la solitudine, ad esempio, concetto fondante e portante del suo cinema, a farsi specchio deformante dei nostri tempi. Solitudine che poi sconfina nel substrato dei personaggi a lui più cari – Titta di Girolamo, Jep Gambardella, o il suo alter ego Fabio Schisa ne La Mano di Dio e perfino la bellissima diva Parthenope. Quest’ultima solo in apparenza così poco affine ai concetti di infelicità e solitudine.
E in questa nuova attesissima opera, La Grazia, che il 27 agosto aprirà nella Sala Grande del Palazzo del Cinema l’82^ edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Paolo Sorrentino torna un po’ alle sue origini. In un’edizione dai tratti fortemente campani, in cartellone anche Leonardo Di Costanzo, Pietro Marcello, Antonio Capuano e Tony D’Angelo, riporta anche in auge il sodalizio con il suo attore feticcio Toni Servillo.

Sorrentino – Servillo, squadra che vince non si cambia
Ben sette infatti, incluso quest’ultimo, i film che i due amici hanno realizzato insieme. Un sodalizio umano e artistico che ha dato prova di essere vivo e vincente, e che ora ritorna agli albori con La Grazia – nel cast figurano anche Anna Ferzetti e Massimo Venturiello. Film sul cui set – per stessa ammissione di Servillo – si sono ritrovati la sintonia e il mistero dei primi film. Opere che hanno dettato per molti versi tempi e modi della cinematografia di Paolo Sorrentino.
Un cinema futurista, universale e onnicomprensivo, che accoglie sotto le sue ali santi e demoni, artisti e truffanti, proiezioni estatiche e spesso anche fieramente diaboliche del nostro esistere. Ritratti autentici e marginali di un mondo che ci esalta e ci consuma, e nel quale, di tanto in tanto, bisogna necessariamente ritrovare un po’ di Grazia.
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