Foto di Mark de Jong per Unsplash sull'Overtourism
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Turismo al collasso: cosa sta sconvolgendo le Canarie?

Le Canarie scendono in piazza contro l'overtourism. Scopri cosa sta sconvolgendo il turismo europeo e quali città rischiano di seguire lo stesso destino.

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Il primo maggio, mentre in Europa si celebrerà il lavoro, sulle Isole Canarie si celebrerà qualcos’altro: il diritto a esistere, a casa propria. Con uno slogan chiaro, netto, che non ha bisogno di traduzioni: “Canarias tiene un límite”. Ed è quello dell’Overtourism, parola che tutti stiamo imparando a conoscere.

È un grido che sale dalle piazze di Tenerife, Gran Canaria, Lanzarote. Ma rimbalza anche sui social, sui muri, nei titoli dei giornali. Il turismo – quello che per decenni è stato benedizione economica, benzina per l’indotto, mantra di sviluppo – ora è diventato sinonimo di esasperazione. Le manifestazioni annunciate per il 1° maggio non sono contro il turista, ma contro un modello economico fondato sull’eccesso. L’overtourism non è più un termine tecnico. È una condizione esistenziale.

Canarie: la misura è colma

Nelle Canarie, regione a statuto speciale della Spagna, ogni residente “accoglie” in media 15 turisti all’anno. La bolla degli affitti brevi ha reso impossibile trovare casa per i locali. Gli stipendi stagnano, mentre i prezzi volano. Le risorse naturali – a cominciare dall’acqua – vengono razionate per alimentare piscine, resort, campi da golf. I veri idoli. E intanto si costruisce. Si trivella. Si espande. Come se il limite non fosse mai abbastanza vicino.

Ma ora il limite è qui. E ha il volto dei comitati popolari, delle associazioni ambientaliste, dei lavoratori del turismo che dicono: non così, non più.

Una foto delle proteste dello scorso aprile 2024 alle Canarie. Photograph: Carlos de Saá/EPA
Proteste alle Canarie, Aprile 2024. Photograph: Carlos de Saá/EPA

Barcellona &Co: Un’Europa che si ribella

Le Canarie non sono un’eccezione. Sono solo l’ultima crepa che si allarga nel grande specchio del turismo europeo, quel vetro ormai incrinato dove la bellezza – un tempo dono spontaneo – è diventata merce da saldo, venduta al miglior offerente. In questa Europa stanca, la ribellione monta lenta, come una marea.

Barcellona è stata la prima voce ad alzarsi contro l’overtourism, nel 2019 prima e nel 2024 poi. Non più solo slogan, ma gesti simbolici: i residenti hanno imbracciato pistole ad acqua per respingere i pullman turistici, bersagli improvvisati di una stanchezza diventata esasperazione. “Tourists go home”, “Ciutat Vella no està en venta” – gridano (e gridavano) i cartelli colorati che sventolano nelle strade strette della città vecchia. È una guerra silenziosa, combattuta a colpi di ironia e resistenza. Il Comune, sotto pressione, promette riforme: 10.000 licenze di affitto breve cancellate entro il 2028, nuove tasse, limiti più rigidi. Ma la domanda resta: è ancora possibile tornare indietro?

Venezia, intanto, galleggia faticosamente su una laguna di visitatori. Con oltre 30 milioni di presenze l’anno e meno di 50.000 residenti nel centro storico, la città ha scelto misure drastiche: una tassa d’accesso, il divieto di nuovi alberghi, regole più severe per le crociere. Eppure, parlando con chi a Venezia ci abita ancora, si avverte un’amarezza sottile: quelle norme sembrano cerotti su una ferita profonda. “Servono piani per i residenti, non per i visitatori”, ripetono da anni. Perché Venezia non vuole solo essere salvata: vuole essere vissuta. Ma come una città, non come un enorme luna park a cielo aperto.

Turismo di massa a Venezia (Photo: Jaroslav Moravcik)

Dubrovnik: effetto tv

Dubrovnik, altro esempio europeo di città che ha conosciuto l’overtourism, ha conosciuto la sua esplosione dopo Game of Thrones, quando le sue mura sono diventate icona globale. L’impatto è stato violento. Fino a che la città ha detto basta: massimo due navi da crociera al giorno, rimozione delle bancarelle di souvenir, limiti agli ingressi nel centro storico. Il programma “Respect the City” è uno dei pochi esempi europei di contenimento riuscito. Ma anche qui il fragile equilibrio si rinnova giorno per giorno, sotto la pressione di un turismo che sembra sempre sul punto di sfondare le dighe.

Ovunque, quindi l’Europa lancia segnali chiari: la bellezza non è infinita. E il diritto a viverla non può più essere dato per scontato.

Ovetourism: i numeri, i volti, la stanchezza

  • Barcellona: 15,5 milioni di turisti vs 1,7 milioni di residenti
  • Venezia: 30 milioni di turisti vs 48.951 residenti nel centro storico
  • Dubrovnik: 1,35 milioni di turisti vs 42.000 abitanti

Questi non sono solo numeri. Sono vite sbilanciate, territori deformati da una monocultura del viaggio che divora ciò che ama. E mentre la politica rincorre, la protesta corre. Sui muri. Sui reel. Nei caroselli di Instagram. Negli hashtag che si moltiplicano: #StopOvertourism, #RespectTheCity, #TouristsGoHome, #WeAreNotAThemePark. E che diventano veri e propri manifesti digitali, oltre che specchio di un malessere fisico, quotidiano, vissuto. Le città non sono più sfondi instagrammabili: tornano a essere soggetti, voci, richieste.

Sui social, l’engagement cresce. Non è più solo estetica: è etica. Turismo non turismo di massa. Chi viaggia vuole sapere, capire, scegliere meglio. E chi resta, vuole contare.

Cosa significa oggi “essere turisti”?

Questo è il nodo. Non si tratta di fermare il turismo, ma di trasformarlo. Il turista può essere un ospite, non un predatore. Un testimone, non un consumatore. Serve una narrazione nuova. Serve responsabilità. Serve, forse, anche un po’ di silenzio.

Le città non sono scenografie. Sono organismi viventi. Hanno bisogno di pause. Di cura. Di rispetto.

Overtourism: e adesso?

Il primo maggio sarà un giorno di festa. Ma sulle Isole Canarie, sarà anche un giorno di lotta. Un appello che riguarda tutti noi: chi viaggia, chi scrive, chi racconta. Il turismo non può essere più una scelta neutra. E ogni viaggio, ogni clic, ogni parola conta.

Perché il limite non è davanti. Il limite del Turismo è già qui. E dobbiamo decidere cosa farne.

Autore

  • Giusy M. Dal Pos

    Cinquant'anni (circa), padovana, eppure non è mai riuscita a farsi dare della gallina. Pur provandoci. Oggi vive a Marne-la-Vallée, alle porte di Parigi, dove traduce libri e beve tè. E champagne ovviamente, ma mai insieme.

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Giusy M. Dal Pos

Cinquant'anni (circa), padovana, eppure non è mai riuscita a farsi dare della gallina. Pur provandoci. Oggi vive a Marne-la-Vallée, alle porte di Parigi, dove traduce libri e beve tè. E champagne ovviamente, ma mai insieme.

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