Tra premi attesi, assenze rumorose e discorsi misurati, gli Oscar 2026 consegnano a Paul Thomas Anderson il centro della scena. Ma accanto al palmarès restano i film civili, i segnali politici e alcuni passaggi destinati a raccontare questa edizione oltre le statuette.
Cala il sipario sull’edizione numero 98 degli oscar “blindati”, con misure di sicurezza resesi necessarie all’indomani dello stato di guerra con l’Iran, della recente sparatoria in un’università della Virginia e dell’attacco alla sinagoga in Michigan. E anche in assenza di minacce credibili, il Dolby Theater , per precauzione, la sera della consegna degli Oscar è stato cinto da uno spesso cordone di sicurezza. Una situazione di crisi estrema, con il mondo fuori sul piede di una terza guerra mondiale, e che all’interno del Theatre, con le redini della conduzione per il secondo anno consecutivo affidate allo spirito creativo di Conan O’Brien, si è dovuto necessariamente tradurre in un’atmosfera misurata, e composta, sobriamente silente di fronte a un’attualità tanto dirompente.
Oscar 2026, una presenza politica quasi silenziosa
The show must go on, ma con un profilo basso. E se da un lato l’Academy ha preferito, in fatto di premi, restare fuori dal confine geo-politico (e dalle polemiche) assegnando il miglior film internazionale all’unico film non politico (Sentimental Value) della cinquina, ci sono stati comunque momenti di parole debitamente pesate o di silenzi assordanti. In primis l’assenza di Sean Penn, premiato come miglior interprete maschile per il suo colonnello suprematista bianco e razzista di Una battaglia dopo l’altra, e clamoroso assente alla serata. Forse la scelta di campo più incisiva, se dettata – come sembra, ma non è chiaro – da ragioni meramente politiche, all’interno di un evento in cui il ruolo dell’attualità contingente è stato permeante ma centellinato.
Di contro, il momento di maggiore impegno politico è arrivato forse proprio con le premiazioni più “piccole”, quella per il Miglior cortometraggio andata a All the Empty Rooms (tutte le stanze vuote), regia di Joshua Seftel e Conall Jones, dedicato a tutti i bambini morti a causa delle sparatorie nelle scuole, le cui stanze restano vuote e immacolate anche dopo la loro scomparsa. Luoghi che diventano testimoni silenti di una violenza che lascia, in chi resta, intere stanze di assenza in cui traslocare un dolore sordo. Un premio contro le armi e la guerra, che ben si affianca a Mr Nobody Against Putin (signor nessuno contro Putin), regia di David Borenstein. Qui un “signor nessuno” che durante l’invasione dell’Ucraina e nella criticità del suo ruolo di educatore tenta di mediare tra propaganda e militarizzazione quando la scuola cittadina si trasforma in un centro di reclutamento militare.

Non solo film: gli Oscar 2026 tra statuette e impegno civile
La politica e soprattutto le urgenze sociali e civili non si sono però espresse solo a mezzo film. Sono state altresì affiancate – come già successo ai Golden Globe e molte altre volte nella cronaca recente – da alcune voci incisive dei protagonisti di questa serata. Tra le voci più incisive, quella di Javier Bardem salito sul placo per annunciare il Miglior film internazionale con due spille appuntate al petto: “No alla guerra” e “Palestina Libera”. Eppure, nonostante la pregnante contemporaneità politica di questa edizione degli oscar, in termini di premi l’Academy ha, come dicevamo, preferito una scelta di campo forse più diplomatica e meno coraggiosa rispetto alle questioni straniere proprio per il premio internazionale che poteva esprimere invece una voce e posizione chiare.
Sentimental Value di Joacquim Trier che ha appunto conquistato l’Oscar come Miglior film internazionale è un film bellissimo e struggente sull’impalcatura delle famiglie disfunzionali, sulle case che diventano edifici manifesti ai quali ancorare, nel bene o nel male, i nostri affetti vissuti o mancati. Ma. è un premio giusto che lascia però indietro alcuni capolavori “politici” dell’anno: Un semplice incidente dell’iraniano Jafar Panahi, che sarebbe stato un vincitore filologicamente naturale, e L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho con un superlativo Wagner Moura (in molti speravano potesse vince il premio come Miglior Attore) sui tempi della dittatura brasiliana e sulla comunità come scudo di resilienza.

Una battaglia dopo l’altra: il re degli Oscar 2026
Sei statuette su 13 nomination per il film di Paul Thomas Anderson, che firma una pellicola che riesce a cogliere lo spirito dei tempi. Questa America di rivoluzionari e conservatori fa paura. Nel cast Leonardo DiCaprio, Benicio Del Toro e uno Sean Penn assente celebre alla cerimonia di premiazione. di Valentina Ariete
Oscar 2026: I premi maggiori
E alla fine a dominare una serata fatta di tanti difficili equilibri sono stati Una battaglia dopo l’altra e il suo talentuoso regista Paul Thomas Anderson, artefici di un’America goliardicamente rivoluzionaria per un film che mescola con ritmo, e assoluta grazia narrativa, politica e commedia. Grande mattatore della serata, Paul Thomas Anderson non solo conquista finalmente la statuetta più importante al miglior film, ma chiude la partita oscar con ben sei premi (su tredici nomination), ratificando anche a mezzo premi il suo ruolo come uno dei cineasti contemporanei più accreditati del panorama internazionale.
Portando a casa anche Miglior regia, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior montaggio, e Miglior Casting andato a Cassandra Kulukundis. Una nuova categoria introdotta proprio quest’anno e che assegna il primo premio in assoluto a una donna. Evento storico che in questa edizione si affianca al primo oscar della storia alla fotografia assegnato a una donna, l’americana di origini filippine e afroamericane Autumn Durald Arkapaw per Sinners. Un’interessante doppietta di presenza femminile che segna anche un importante passo storico e regala a quest’edizione il carattere di auto-determinazione in rosa forse ora davvero in ascesa.
Solo 4 statuette: delusione per Sinners
I peccatori (Sinners), super-favorito della serata con il record storico di ben 16 nomination, perde il
testa a testa con Una battaglia dopo l’altro portando a casa “solo” quattro premi, tra cui Miglior fotografia, Miglior sceneggiatura originale, Miglior colonna sonora originale, e Miglior attore protagonista andato a Michael B. Jordan per il suo notevole ruolo gemellare di doppio protagonista.

Premio importante quello assegnato a Jordan (che al momento di ritirare la statuetta ringrazia e cita tutti gli attori afroamericani che l’anno vinta prima di lui, ndr) che lascia invece a mani vuote l’altro candidato favorito, ovvero Timothée Chalamet che con il ruolo da protagonista in Marty Supreme nei panni del campione di tennis tavolo Marty Mauser, aveva tutte le carte in regola per portare a casa l’ambita statuetta.
Dove ha perso? Forse nel gioco di equilibri tra premi o per via del cosiddetto ballet-gate, ovvero le controverse e naïve dichiarazioni di Chalamet secondo cui opera e balletto che “non interessano più a nessuno”, che ha scatenato una bufera social e lo ha fatto precipitare in termini di immagine. Di fatto il giovane attore torna a casa a mani vuote e con un importante gap di presa sul pubblico da colmare. Ma, in ogni caso, avrà tutto il tempo per rifarsi.
Oscar 2026: quelle statuette già previste
Non sono mancate, in questi Oscar 2026, le conferme di premi già ampiamente previsti. Quelle statuette su cui nessuno ha mai avuto un singolo dubbio, dalla presentazione del film fino alla consegna dell’Oscar. Tra questi, su tutti, la straordinaria interpretazione di Jessie Buckley in Hamnet nei panni di Agnes moglie di William Shakespeare. La grazia divina con cui fonde estasi e tragedia di una madre rimasta “orfana” del figlio, ha assicurato all’attrice irlandese sin dalla prima ora l’Oscar Miglior attrice protagonista. Un premio che ha dedicato alle donne, alle madri, e a quella forza endemica che lei stessa ha impresso in un’opera avvolgente, resa in buona parte memorabile proprio dalla sua struggente interpretazione.

Il premio alla Miglior attrice non protagonista è invece andato ad Amy Madigans per Weapons. La sua villain bizzarra, conturbante e indimenticabile in un film che affronta di peso il tema americano delle armi, ma anche immerso in una suggestiva atmosfera di stregoneria, le assegna di diritto il premio personaggio weird dell’anno, con una serie di meme e scene dei miglior film appositamente ricreate con l’eccentrica vecchina nei panni di vari comprimari di scena.
La voce energica della cultura coreana
Con il doppio premio Miglior film d’animazione per KPop Demon Hunters (regia di Maggie Kang e Chris Appelhans per il maggiore successo della storia di Netflix), e il premio miglior canzone originale a Golden ( pezzo virale e musicalità portante del film), il sogno coreano qui si affaccia prepotentemente e per la prima volta nel sogno, e suolo, americano. Altro primato di questa edizione, Golden è la prima canzone coreana a vincere l’Oscar e, come dichiarato in fase di premiazione da Ejae, autrice e voce di Golden, diventa “un premio alla resilienza e non al successo”.
A risuonare in testa ora sono le parole del brano forse anche in qualche modo propiziatorie “Ero un fantasma, ero sola… Basta nascondersi, voglio sentire il sole sulla mia pelle” che fanno riferimento sì a una dimensione “demoniaca” delle protagoniste, ma anche alla volontà di una cultura (quella coreana, per l’appunto) di salire prepotentemente alla ribalta, e far sentire finalmente la propria voce. Obiettivo raggiunto appieno con una canzone tormentone assoluto, ora dotata anche di un Oscar a legittimarla.
Oscar 2026, i premi tecnici
Doverosi, infine, i tre premi tecnici al film trasformista Frankenstein, fatto di chirurgiche operazioni sia in termini di scenografie (Tamara Deverell – scenografia e Shane Vieau – arredamento) che nell’ambito di costumi (Kate Hawley), trucco e acconciatura (Mike Hill, Jordan Samuel e Cliona Furey). Un film che ha mancato altri riconoscimenti più importanti, ma che chiude comunque con una bella tripletta tecnica.

Premiati anche Avatar Fuoco e cenere per i Migliori effetti visivi e F1 – Il film per il Miglior sonoro Gareth.
Tra vincitori e statuette, i momenti “In memoriam”
Non sono poi mancati i frangenti puramente nostalgici e ad altissima tensione emotiva con i ricordi dedicati alle grandi star del cinema scomparse di recente. Grande commozione per l’omaggio di Billy Crystal alla prematura scomparsa di Rob Reiner e sua moglie Michele Singer Reiner. Ripercorrendo l’eclettica filmografia del regista, capitanata da Harry ti presento Sally in cui Crystal è indimenticato protagonista, l’attore ha ricordato il talento di Reiner e la forte amicizia che li legava sin dagli anni ‘70. Momenti toccanti e di ricordi sono riaffiorati anche con i nomi di Claudia Cardinale, Diane Keaton, Catherine O’Hara, Robert Duvall, e una lista davvero lunga di altri nomi celebri.
Dulcis in fundo, l’indimenticabile omaggio, e forse uno dei momenti più toccanti della serata, di Barbra Streisand salita sul palco per omaggiare Robert Redford, ricordare e intonare dal vivo un’emozionante “The Way We Were” in ricordo dell’amico e collega. Momenti commoventi, di omaggio, memoria e riconciliazione collettiva che hanno dato alla serata un tono dolente e nostalgico, ma anche piuttosto sincero.
Oscar 2026: un’edizione sobria ma sul pezzo
Nell’atmosfera generale di un’edizione da molti punti di vista necessariamente contenuta, non sono mancati i tanti segnali di una volontà di stacco, rinnovo e in qualche misura anche di cambiamento e di recupero di quei valori dispersi nel passato che potrebbero fare la differenza in futuro. Va in scena l’America di Una battaglia dopo l’altra che si raffigura come realtà politico-distopica e condanna il suo volto più razzista, ma anche l’America che riconosce la sua complessa anima razziale, e rende un caloroso omaggio a quelle radici afro-americane nella loro precisa volontà di auto-determinazione.
Non secondario, poi, anche il riconoscimento al ruolo delle donne con prestigiosi premi – destinati a diventare storici – e la rilevanza di uno status femminile, guadagnato a fatica ma con la generosità di chi conosce davvero il dolore, e la fatica. Tutto scandito anche dalle sincere e toccanti parole dell’attrice Jessie Buckely, profondamente commossa al momento del ritiro dell’oscar: “Vorrei dedicare questo premio al meraviglioso caos del cuore di una madre. Veniamo tutti da una stirpe di donne che continuano a creare contro ogni previsione. Grazie per avermi premiata in questo ruolo. È l’onore più grande”.
Oscar 2026, l’elenco completo dei vincitori
Miglior film
Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another), prodotto da Paul Thomas Anderson, Sara Murphy e Adam Somner
Miglior regia
Paul Thomas Anderson – Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another)

I migliori attori
Miglior attore protagonista: Michael B. Jordan – I peccatori (Sinners)
Miglior attrice protagonista: Jessie Buckley – Hamnet – Nel nome del figlio (Hamnet)
Miglior attore non protagonista: Sean Penn – Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another)
Miglior attrice non protagonista: Amy Madigan – Weapons
Le storie
Miglior sceneggiatura non originale: Paul Thomas Anderson – Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another)
Miglior sceneggiatura originale: Ryan Coogler – I peccatori (Sinners)
Miglior film internazionale: Sentimental Value (Affeksjonsverdi), regia di Joachim Trier (Norvegia)
Miglior film d’animazione: KPop Demon Hunters, regia di Maggie Kang e Chris Appelhans

Due premi che faranno la storia
Miglior casting: Cassandra Kulukundis – Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another)
Miglior fotografia: Autumn Durald Arkapaw – I peccatori (Sinners)
Oscar 2026: i premi tecnici
Miglior scenografia: Tamara Deverell (scenografia) e Shane Vieau (arredamento) – Frankenstein
Migliori costumi: Kate Hawley – Frankenstein
Migliori trucco e acconciatura: Mike Hill, Jordan Samuel e Cliona Furey – Frankenstein
Migliori effetti visivi: Joe Letteri, Richard Baneham, Eric Saindon e Daniel Barrett – Avatar – Fuoco e cenere (Avatar: Fire and Ash)
Miglior montaggio: Andy Jurgensen – Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another)
Miglior sonoro: Gareth John, Al Nelson, Gwendolyn Yates Whittle, Gary Rizzo e Juan Peralta – F1 – Il film (F1)
Miglior colonna sonora originale: Ludwig Göransson – I peccatori (Sinners)
Miglior canzone originale: Golden (testo e musica: Ejae, Mark Sonnenblick, 24, Nam Hee-dong, Lee Yu-han, Joong Gyu-kwak e Teddy Park) – KPop Demon Hunters
Documentari & Co
Miglior documentario: Mr Nobody Against Putin, regia di David Borenstein
Miglior cortometraggio documentario: All the Empty Rooms, regia di Joshua Seftel e Conall Jones
Miglior cortometraggio (ex aequo): The Singers, regia di Sam A. Davis and Jack Piatt
Two People Exchanging Saliva, regia di Alexandre Singh e Natalie Musteata
Miglior cortometraggio d’animazione: La jeune fille qui pleurait des perles, regia di Chris Lavis e Maciek Szczerbowski.
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