Park Chan-wook adatta, in No Other Choice, il romanzo The Ax di Donald E. Westlake e ne ha per tutti: abbiamo perso la nostra umanità perché non vogliamo perdere i nostri privilegi.
Cosa sareste disposti a fare pur di battere la concorrenza? Man-soo ha tutto quello che desidera. Una bella famiglia, una casa bellissima che ha ridisegnato, mettendoci anche una serra in cui poter curare i suoi bonsai. Un giardino e due Golden retriever. Quando però viene licenziato dall’azienda produttrice di carta per cui ha lavorato per 25 anni, il mondo gli crolla addosso. Si ripromette di mettersi in pista subito, ma trovare un altro impiego nel settore della carta, anch’esso in crisi, è difficilissimo.
Non vuole sentire ragioni: deve essere per forza la stessa posizione, nello stesso ambito. Dopo più di un anno da disoccupato, con la liquidazione che si sta per esaurire, la moglie prende la situazione in mano: basta spendere soldi. Niente più lezioni di tennis, niente corsi di ballo. Via anche i cani. Ferito nell’orgoglio, escogita un piano diabolico per “riprendersi tutto quello che è suo”.
L’ispirazione: Donald E. Westlake
Dopo averlo inseguito per anni, Park Chan-wook, uno dei più grandi registi contemporanei, è finalmente riuscito a portare sul grande schermo il libro The Ax di Donald E. Westlake, di cui abbiamo già visto la versione di Costa-Gavras, Cacciatore di teste, uscita nel 2005. Ci troviamo in questo caso di fronte a un’opera gigantesca. In pochi sanno girare come l’autore sudcoreano: la sua inventiva nell’usare riflessi e immagini che nascondono sempre dettagli fondamentali, ma che rimangono sullo sfondo, è da studiare. Ma, per fortuna degli spettatori, è soprattutto da godere sullo schermo più grande possibile: ogni fotogramma della sua opera è cinema puro.

D’altra parte è proprio lui il nome che ha reso popolare il cinema sudcoreano in tutto il resto del mondo. Sembra impossibile immaginare un panorama cinematografico e seriale in cui non siano apprezzati titoli della Corea del Sud, ma, 25 anni fa, molto prima di Squid Game, solo i cinefili duri e puri conoscevano nomi come Park Chan-wook e Bong Joon-ho.
L’epica ascesa del cinema coreano
La svolta è arrivata grazie a un titolo fondamentale: Old boy, che nel 2004 vinse il Grand Prix Speciale della giuria presieduta da Quentin Tarantino, che dichiarò: “È il film che avrei voluto fare io”. Da allora i riflettori si sono accesi sull’autore e sul cinema coreano che, lo diciamo senza paura di esagerare, oggi è il più bello e interessante del mondo.
Nessuno ha le idee visive, l’abilità di mescolare toni e generi, e allo stesso tempo la capacità di scavare a fondo nei temi sociali di questi autori. Perché No Other Choice, così come Parasite di Bong Joon-ho, è un film di intrattenimento, ma è anche una fotografia lucida e spietata di ciò che siamo diventati. Divorati dal capitalismo, non ci rendiamo conto di vivere costantemente in un grande film dell’orrore, con picchi di tragedia e spesso di commedia.

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Lee Byung-hun da Squid Game a No Other Choice
Anche No Other Choice è un dramma che si intreccia con la commedia. Nonostante metta in scena delle situazioni terribili, è estremamente divertente. Questo grazie anche al suo protagonista, Lee Byung-hun, ormai star mondiale grazie al ruolo del Front Man proprio nella serie Netflix Squid Game. La sua interpretazione è superba. Vittima di un sistema che l’ha tagliato e sputato come fosse uno scarto, ci mette pochissimo a diventare carnefice. Questo perché tutti abbiamo perso la capacità di guardare alla collettività: non conta più il benessere della società, ma soltanto quello del singolo individuo. Man-soo non vuole giustizia, vuole semplicemente rientrare in possesso dei propri privilegi.

Come dice anche Marracash, che all’argomento ha dedicato un intero album, Status, oggi la cosa più importante è lo status, appunto. Non poter pagare le lezioni di musica alla figlia, vero talento del violoncello, divora il protagonista dall’interno, che sente così di aver perso la propria identità. E proprio nel confronto con lei, che invece non ostenta la sua abilità, tenendo per sé la musica, nasce un contrasto feroce: come si fa a esseri umani, a creare bellezza, se non si è pronti a condividere ma soltanto a mostrare? Il finale, strepitoso, ci mette in guardia: con questa logica presto saremo sostituiti anche noi, perché non più utili, in quanto valutati semplicemente in funzione della nostra produttività. Per tutto il resto ci sono l’arte e il contatto umano, quelli veri, unica speranza di salvezza.
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