Stefano Sollima dà la sua versione del Mostro di Firenze, con un’intuizione geniale: usare la vita privata dei sospettati per raccontare il paese. Il rapporto tra maschile e femminile in Italia ne esce a pezzi. Dal 22 ottobre su Netflix.
Con l’abbondanza di podcast, serie tv e video su YouTube dedicati al true crime, Stefano Sollima deve aver pensato che ormai la storia del Mostro di Firenze sia qualcosa di noto a tutti. Prima i Compagni di merende e Pacciani. Poi l’ultima ipotesi, quella del collegamento con Zodiac, il serial killer americano. L’ossessione per i dettagli dei delitti e le indagini è sempre più diffusa. Sarebbe stato quindi facile mettere semplicemente in scena le uccisioni e realizzare un thriller classico, con al centro di tutto la caccia all’uomo.

Un approccio inedito alla narrazione
Il regista e lo sceneggiatore Leonardo Fasoli hanno preso invece una strada diversa. Nei quattro episodi di Il Mostro, serie Netflix in arrivo sulla piattaforma il 22 ottobre, dopo l’anteprima mondiale a Venezia 82, si concentrano soprattutto sulla “pista sarda” e in particolare sulla vita privata dei presunti assassini. Il quadro che ne emerge è agghiacciante: nell’Italia degli anni ’60 e ’70 il rapporto tra maschile e femminile era davvero problematico. C’era il delitto d’onore, padri e mariti erano come padroni e le donne dovevano stare zitte e ubbidire. Soprattutto in contesti rurali come quelli raccontati.
“Questa è una violenza specifica contro le donne” dice il magistrato Silvia Della Monica, notando i particolari più sconvolgenti dell’operato del serial killer, che si è accanito in particolare sulle vittime di sesso femminile. Innumerevoli coltellate sul corpo, rimozione dei loro organi genitali. Quasi un rituale macabro. Connessioni che non sono fatte subito però: soltanto quando si è scoperta l’arma del delitto, la famigerata Beretta calibro 22, si è cominciato a unire i punti e a capire che dietro gli omicidi delle coppiette ci fosse la stessa mano.

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I guardoni di ieri sono nei forum di oggi
Sollima però racconta le indagini dal punto di vista degli indiziati. Prima di tutto Stefano Mele, manovale sardo emigrato in Toscana, accusato di aver ucciso sua moglie, Barbara Locci, prima vittima del Mostro di Firenze, insieme al suo amante, Antonio Lo Bianco, il 21 agosto 1968. Dal racconto emerge un rapporto inquietante e malato tra i due: lei, disprezzata dalla famiglia di lui, chiusa in casa, per disperazione ha avuto altri uomini, finendo per aggravare la propria situazione. Compresi i fratelli Salvatore e Francesco Vinci, entrambi amanti di Locci e accusati di essere il Mostro.
A inquietare è anche il fratello di Mele, Giovanni, informatissimo sulle mosse dell’assassino e conoscente dei vari guardoni presenti nelle campagne Toscane. In una scena sconvolgente, lo vediamo portare in giro in macchina una donna, a cui racconta i particolari delle uccisioni, andando a stanare con i fari i maniaci nascosti nell’erba alta. Un numero impressionante, che non può non far pensare ai forum di oggi, come quello Mia moglie, chiuso dopo la scoperta che migliaia di uomini condividevano da anni foto rubate di mogli, fidanzate e figlie.
L’eccitazione che viene dalla violazione dell’intimità delle donne e dalla mancanza di consenso, allora come oggi, è qualcosa sì di davvero mostruoso. E nonostante l’evoluzione di leggi e società, non si è estinta, ma si è spostata sempre più dal mondo reale a quello virtuale.

I mostri siamo noi
Sembra una frase fatta, ma guardando queste quattro puntate dedicate alla storia del Mostro di Firenze, in cui scenografie, costumi e ambienti esprimono marciume e degrado, quasi a rispecchiare quello morale dei personaggi, non si può non dire: i mostri siamo noi. Non tanto per gli errori fatti nelle indagini, svolte in anni in cui le risorse scientifiche e tecnologiche erano molto meno presenti di oggi, o per i delitti macabri. Quanto piuttosto proprio per quel senso di possesso e dominio che emerge nei confronti dei corpi e della volontà delle donne. Sollima ha avuto un grande coraggio, prendendo la strada sicuramente meno scontata, ma molto più rischiosa. E fastidiosa. E per questo molto più interessante.
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