Per anni abbiamo ripetuto che dopo il 2000 il mito è morto, schiacciato da internet. Ma è vero? Dal rock da stadio allo streaming, un viaggio tra icone e racconti condivisi che continuano a dirci chi siamo.
C’è un’impressione diffusa, quando si parla di cultura pop contemporanea: che dopo il 2000 l’immaginario condiviso si sia dissolto. Troppe immagini, troppe storie, tutto sempre disponibile. E quindi, per molti, niente che resti davvero.
La domanda torna ciclicamente, soprattutto quando si prova a indicare un mito: qualcosa che non sia solo successo o moda, ma riconoscimento immediato, appartenenza, memoria condivisa. Recentemente questa provocazione è balzata nuovamente agli onori delle cronache social rilanciata da Paolo Ruffini durante una lettura in radio – diventata poi Reel – del suo libro “Benito, presente” pubblicato da Baldini+Castoldi.

Paolo Ruffini: il mito esiste ancora?
Il brano è conciso ed efficace, letto con la mimica e l’intenzione più che notevoli dell’artista toscano. “Dimmi una cosa mitica successa dopo il 2000, qualcosa nella comunicazione, nell’arte, nello spettacolo, che abbia un posto in un bagaglio culturale condiviso. Escludi […] la roba da piattaforme, il mito per essere mito dev’essere pop e quindi generalista. Dimmi una cosa mitica, un marchio, un brand che ha fatto la storia. A parte Avatar”. Anche in TV, pensi davvero che se domani qualcuno lanciasse il format di Forum potrebbe andare avanti per quarant’anni? Vogliamo parlare della Musica?“.
Gli esempi portati da Paolo Ruffini vanno dritti al punto e anche la domanda sottintesa trova una spiegazione: “Perché questo spartiacque del 2000? Perché nel 2000 è nata l’ADSL e ha ucciso la distanza, la ricerca, l’attesa, la delusione. Il mito per essere tale ha bisogno di non essere a disposizione, di non essere reperibile”. È una tesi affascinante, perché intercetta una nostalgia reale. Ma basta spostare lo sguardo su ciò che è accaduto dopo per capire che il mito non è scomparso. Ha cambiato forma.

Pink Floyd, Queen, Fantozzi: il 1975 che ci parla adesso
Il 1975 non è un anno assoluto, ma uno di quelli in cui qualcosa si mette a fuoco. Tra musica, televisione e immaginario pop, alcune storie nate allora continuano ancora oggi a parlarci. di Gaia Marras
Il mito che non chiede distanza
Lady Gaga arriva nel primo decennio del XXI secolo e costruisce uno degli immaginari pop più riconoscibili del nuovo secolo. Non solo musica, ma corpo, performance, identità come linguaggio. Gaga non chiede distanza: si impone per intensità. È ovunque, e proprio per questo diventa inconfondibile. Amata, derisa, imitata, infine normalizzata: il percorso tipico di ogni mito che funziona.
Lo stesso vale per Fast & Furious, che soprattutto dopo il 2000 si trasforma da saga action a mitologia popolare. Un universo fatto di rituali, frasi-simbolo, ritorni impossibili e un’idea quasi sacrale di “famiglia”. Qui il mito non vive nell’evento raro, ma nella fedeltà: capitolo dopo capitolo, fino a rendere riconoscibile perfino l’assurdo.

L’iPhone e quel giorno che ha cambiato per sempre le nostre vite
E poi c’è iPhone, il mito che non si racconta come spettacolo ma come abitudine. Non è diventato centrale perché raro, ma perché inevitabile. Ha cambiato i gesti quotidiani prima ancora dei desideri, riscrivendo il rapporto con tempo, spazio e memoria. Il mito, qui, smette di stare sul piedistallo e comincia a stare in tasca.
Ma il mito esiste ancora? Secondo noi si
Non troviamo però corrette le regole di ingaggio che impongono di eliminare a priori le piattaforme dall’analisi culturale. Sarebbe come provare a leggere una nuova epoca con strumenti datati, ignorando che i luoghi in cui nascono i miti cambiano insieme alle abitudini e ai linguaggi di chi li attraversa. I miti non scompaiono: si spostano.
A cavallo del nuovo millennio, quelli generazionali arrivavano dalla televisione generalista e seriale: Dawson’s Creek, ma anche Beverly Hills 90210 e Streghe. Serie diverse tra loro, ma accomunate dalla capacità di creare un lessico emotivo condiviso, di insegnare come si ama, come si soffre, come si cresce davanti allo schermo. Oggi quel ruolo non è venuto meno, ma si è redistribuito tra piattaforme e canali diversi. D’altronde non è per pura fortuna che Netflix ha guadagnato talmente tanto da poter pensare di acquistare la Warner Bros.

La casa di carta e i suoi fratelli
La casa di carta ha dimostrato come una serie possa trasformarsi in simbolo globale, con maschere e tute rosse diventate segni riconoscibili anche fuori dal racconto. Stranger Things ha riportato la nostalgia al centro del pop contemporaneo, costruendo un immaginario condiviso capace di parlare a generazioni diverse. E poi The Walking Dead. Tra zombie e attori amatissimi, più di ogni altra ha saputo trasformare la serialità in rito collettivo: appuntamenti settimanali, shock narrativi, personaggi vissuti come lutti reali. Non solo una serie sugli zombie, ma una lunga meditazione pop sulla sopravvivenza, la comunità, la paura della fine.
Escludere questi racconti solo perché nati o diffusi attraverso nuove piattaforme significherebbe ignorare dove oggi si formano i miti: non nel mezzo in sé, ma nella capacità di un racconto di diventare esperienza condivisa.
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