A interpretare Michael Jackson è il nipote Jaafar Jackson, molto somigliante, ma il film di Antoine Fuqua è una lunga puntata di Tale e quale show. In sala.
Quando, nel 2018, siamo usciti dalla proiezione di Bohemian Rhapsody avevamo in corpo una scarica di adrenalina. E come non avrebbe potuto essere? Il film si conclude con la ricostruzione fedele dell’esibizione dei Queen al Live Aid del 1985: 20 minuti che, se si ama la musica della band inglese, non possono che accendere l’entusiasmo. Poi però, a freddo, è emersa chiara e forte la consapevolezza di essere stati ingannati. Un po’ come quando si prova a fare il gioco delle tre carte: pensiamo di aver indovinato, ma in realtà siamo stati ingannati con un abile trucco.
Biopic o grande operazione pubblicitaria?
Nonostante gli Oscar vinti – 4 in tutto, tra cui quello clamorosamente rubato al migliore attore protagonista: non ce ne voglia Rami Malek, ma non canta nemmeno, si limita a indossare una protesi ai denti fatta anche male -, Bohemian Rhapsody è una grande operazione commerciale che edulcora ogni ombra, con l’unico obbiettivo di fare più soldi possibile. E infatti li ha incassati.
Questa lunga premessa per dire che quando è stato annunciato Michael, il biopic dedicato a Michael Jackson prodotto da Graham King, proprio lo stesso della pellicola sui Queen, abbiamo sentito un brivido lungo la schiena. Il pericolo di un’altra lunga puntata di Tale e quale show era annunciato. La scelta di Antoine Fuqua come regista avrebbe potuto essere interessante, così come quella del nipote del King of Pop, Jaafar Jackson, per interpretarlo. Presto però tutto è cominciato ad andare male.

Michael: dietro ai lustrini non c’è niente
Fuqua avrebbe voluto aprire il film con Jackson allo specchio, mentre sente le sirene della polizia arrivata a prenderlo, nel 1993, per rispondere delle accuse di molestie sessuali a minori. A riprese già in corsa la famiglia del cantante si è però accorta che, anni prima, in un accordo firmato da uno degli accusatori, Jordan Chandler, c’era la condizione di non essere mai nominato o rappresentato sul grande schermo. Sono stati quindi necessari tagli e riprese aggiuntive, che hanno portato allo slittamento di un anno dell’uscita, inizialmente prevista per aprile 2025. Senza contare poi che la sorella di Michael, Janet Jackson, e la figlia Paris, si sono completamente dissociate dal progetto – Janet nell’opera di Fuqua non esiste proprio -. Una serie di segnali altamente nefasti. Purtroppo le nostre sensazioni erano giuste: dietro ai lustrini non c’è niente.
John Logan e il Michael Jackson santificato
Esattamente come successo con il Freddie Mercury interpretato da Rami Malek, lo sceneggiatore John Logan – che pure ha all’attivo lavori notevoli come Il gladiatore, The Aviator e Skyfall – ha attuato un processo di santificazione di Michael Jackson. Dal film emerge come un eterno bambino che adorava la favola di Peter Pan, parlava con una vocina dolce anche nella vita privata e preferiva giocare con gli animali invece che con gli adulti. Nessun cenno agli aspetti più inquietanti della sua vita.

E non parliamo soltanto delle accuse di violenze su minori: una persona che a 20 anni si comporta e parla ancora come un bambino di 10 non è esattamente equilibrata. L’unica crepa che si intravede è quella dell’egoismo del padre, Joe Jackson, interpretato da un solitamente molto bravo Colman Domingo, qui invece con un espressione perennemente F4 basita (chi ha visto la serie Boris sa).
Un biopic può omettere intere fette di vita?
Michael Jackson è stato sicuramente una delle più grandi pop star di sempre: ha inventato un modo di esibirsi, imitato ancora oggi, le sue canzoni sono ormai classici, come performer in pochi lo hanno eguagliato. Però nel raccontare un essere umano non si può separare completamente l’artista dalla persona. In questo modo sembra di vedere una figurina, non un personaggio. Effetto amplificato dal fatto che il film sia costruito come un insieme di quadri e scene più che un vero racconto. Ogni coreografia, ogni costume è ricreato con precisione, ma più che una storia questo biopic è la riproduzione, al cinema, di una playlist video dei più grandi successi di Michael Jackson. Che certamente sul momento scalderà il cuore dei fan, ma, una volta usciti dalla sala, non lascia niente. Una costosa serata di karaoke.

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Un lungomare, una scalinata, una piazza nel Sud degli Stati Uniti. Posti che conosci già, anche se non ci sei mai stato. Si chiama set-jetting, ed è il modo più cinematografico di attraversare l’America. di Francesco Bruno Fadda
Michael: il talento vero è Juliano Valdi
La scelta del nipote di Jackson per interpretarlo da una parte è comprensibile, dall’altra era un rischio: Jaafar non aveva mai recitato prima. Ha però studiato duramente e il risultato nelle coreografie si vede. Meno nelle parti recitate. La somiglianza è però impressionante: e a un film del genere basta e avanza. La vera sorpresa è invece il giovanissimo Juliano Valdi, che interpreta Michael da bambino: un talento da tenere d’occhio, che sa tenere la scena come un artista consumato.
È molto probabile che Michael incasserà parecchio (i produttori ci sperano talmente tanto da aver già pronta in cantiere una seconda parte), ma rimane un’occasione sprecata. La storia di una figura così complessa, contraddittoria e singolare avrebbe tanto da dire in mano a un vero narratore. Ma non è questo il giorno.
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