Josh Safdie regala a Timothée Chalamet il ruolo più importante in una carriera già maiuscola: che vinca l’Oscar o meno, di Marty Supreme ci ricorderemo per la sua fame di riscatto.
In Marty Supreme c’è uno dei monologhi più belli dell’anno. Kevin O’Leary, che nella vita è davvero un uomo d’affari, interpreta Milton Rockwell, ricco imprenditore che dice al protagonista, l’aspirante campione di ping-pong Marty Mauser: “Sono nato nel 1601. Sono un vampiro. Sono in giro da sempre. Ho incontrato molti Marty Mauser nei secoli”. Senza rivelare oltre, diciamo che il suo discorso è come se provenisse dal potere stesso: nessuno può permettersi di sfidarlo. O di cercare di ingannarlo. Perché anche se si riuscisse a farlo, vincere significherebbe entrare a far parte di quel potere e quindi non essere mai felice: da quel momento in poi ti consumerebbe. Eppure se si è giovani e ambiziosi è impossibile resistere alle sirene della sfida.

Josh Safdie, Timothée e l’ambizione
È così che vive Josh Safdie, evidentemente il più competitivo e accelerato dei fratelli Safdie. Con Benny, premiato a Venezia 2025 per la regia di The Smashing Machine, si sono infatti presi una momentanea pausa, realizzando contemporaneamente i propri progetti in solitaria. Entrambi hanno scelto un film sportivo, ma con approcci molto diversi. Se infatti il lottatore del film di Benny interpretato da Dwayne “The Rock” Johnson è fragile e disperato, il giocatore di ping-pong di Timothée Chalamet in Marty Supreme è ambizione e arroganza allo stato puro.
Nelle sale italiane dal 22 gennaio, dopo un’anteprima a sorpresa al Torino Film Festival 2025, la storia di Marty Mauser è l’incarnazione del sogno americano: un ragazzo, sicurissimo delle proprie abilità, convince tutti che aiutarlo a realizzare il proprio scopo è cosa buona e giusta. Anche se la sua aspirazione, ovvero diventare il miglior giocatore al mondo di tennis da tavolo, è considerata ridicola da tutti. Ma non importa: avere un sogno, a prescindere da quale sia, è ciò che ci fa da benzina. Come diceva Rapunzel: nessuno di voi ha mai avuto un sogno?

The Smashing Machine: la storia vera di Mark Kerr e un Dwayne Johnson sorprendente
Dwayne “The Rock” Johnson brilla in un film che racconta la necessità di dover imparare a perdere. Cosa che non fa parte del DNA degli Stati Uniti. Premio alla regia per Venezia 82 a Benny Safdie. di Valentina Ariete
La vita (e il cinema) è movimento
Non poteva che essere ambientato nel 1952 questo film. Nel dopoguerra, in pieno boom economico, la voglia di fare era tanta, perché c’erano i soldi e le possibilità. Non è un caso che invece The Smashing Machine si svolga negli anni 2000, segnati dall’attacco alle Torri Gemelle, che ha intaccato per sempre quell’immagine dell’America giovane e piena di speranza. Eppure l’essenza della vita è proprio la fiducia nel futuro e il movimento che ne segue: Marty non sta mai fermo, corre in continuazione. È un fiume in piena che non accetta un no come risposta. A sottolinearlo, fin dalle prime scene, c’è la canzone Forever Young degli Alphaville, che è anacronistica in quanto del 1984, ma fa capire come il personaggio sia proiettato nel domani.
E il continuo movimento è evidentemente lo stile distintivo di Josh Safdie: è così anche nei film fatti col fratello Benny, su tutti i sorprendenti Good Time e Uncut Gems. D’altra parte la parola “cinema” viene dal greco kίνημα, che significa proprio movimento. È indubbio quindi che Josh sappia catturare l’essenza stessa del mezzo cinema. E lo fa abbondando in tutto: linee narrative, personaggi, canzoni. Il suo entusiasmo è forte e contagioso. Finalmente qualcuno che riporta un po’ di speranza in sala.

Timothée Chalamet da Oscar
In Timothée Chalamet Josh Safdie ha trovato il protagonista perfetto. Anche l’attore è animato da un’ambizione gigantesca. Lo ha ammesso lui stesso nel 2024, quando ha vinto il SAG come migliore attore per l’interpretazione di Bob Dylan in A Complete Unknown: “Voglio essere uno dei grandi” ha detto. E ci sta riuscendo: per Marty ha dato veramente tutto.
Si è allenato per anni per riuscire a giocare in modo credibile a ping-pong, si è fatto imbruttire (guardate il lavoro sulla pelle). Ha perfino accettato di girare una scena in cui si fa sculacciare con la racchetta, facendosi umiliare insieme al suo personaggio (che forse un po’ se lo merita anche, visto che non è sempre amabile, come succede spesso con le persone molto determinate). Questa è dedizione. E, a prescindere che vinca l’Oscar o meno (lo merita senza dubbio), non scorderemo il suo sorriso nel finale di Marty Supreme: è l’espressione di chi sa di star seguendo la propria passione ai massimi livelli. Una gioia speciale.
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