Si entra nel lavoro di Maria Lai, spesso, da qualcosa di invisibile e leggero come un filo. La mostra, al Museo Guatelli fino al 3 maggio, espone l’opera dell’artista sarda consegnando al pubblico qualcosa di metafisico ed essenziale
Si entra nel lavoro di Maria Lai sempre da qualcosa di piccolo. Un filo, spesso. Una cucitura quasi invisibile. Poi, senza accorgersene, ci si ritrova dentro una storia più grande, che appartiene a lei come a tutti noi.
È questa sensazione che guida e colpisce quando si guarda Un filo tra le mani, la mostra che il Museo Ettore Guatelli dedica all’artista sarda, primo appuntamento del calendario 2026 di Guatelli Contemporaneo. Una mostra raccolta, senza vuote ambizioni didascaliche, che si prende il tempo di soffermarsi sulle opere invece di usarle per dimostrare qualcosa.
Un’immersione nell’immaginario dell’artista sarda
Non serve molto, in fondo. Bastano pochi elementi ricorrenti—il filo, il tessuto, il gesto del cucire—per entrare in una ricerca che, dagli anni Sessanta in poi, ha smesso di cercare forme riconoscibili per muoversi altrove. Non è immediata, ma non è nemmeno chiusa. Chiede solo di darsi il tempo di fermarsi per comprendere.

I suoi libri, per esempio, sono tra le opere più note, ma anche tra le più difficili da raccontare. Non si leggono davvero. Le pagine sono cucite, attraversate da segni che ricordano una scrittura ma non portano a un testo. Ci si muove dentro senza un ordine preciso, tornando indietro, fermandosi sui dettagli. In un mondo dove l’immediatezza è un valore discutibile, queste riflessioni sono preziose.
Dal Dedalo al Lenzuolo: Maria Lai e tre modi di stare dentro una storia
Le opere in mostra tengono insieme direzioni diverse, ma senza forzarle dentro un discorso unico. In Dedalo 3, tra le presenti al Museo Ettore Guatelli, il riferimento al mito resta lontano, quasi un’eco. Non c’è un labirinto da riconoscere, non nel modo in cui siamo classicamente abituati, ma dei fili rossi che al contrasto con il fondo blu seguono una trama che non è importante per il suo fine, ma per il gesto che la costruisce. Il percorso esiste, ma non è fondamentale capirne il senso, quanto più seguirlo.
Con Presepio 1956–2000 il tono, nel rapportarsi a una delle tematiche più fertili dell’opera di Maria Lai, cambia. I materiali—stoffa, legno, terracotta—lavorano su un piano più vicino alla nostra umanità e tratteggiano in maniera contemporanea, forse meno solenne ma decisamente piena di emozione, una delle scene fondamentali dell’iconografia sacra. Lo sfondo scuro, con i fili che tengono insieme le stelle quanto le figure antropomorfe, sembrano ricordare cosa dovrebbe essere davvero l’umanità.

Lenzuolo è forse il lavoro che si lascia avvicinare di più, almeno all’inizio. È un oggetto familiare, quotidiano. Ma basta poco perché cambi. Il tessuto diventa superficie di deposito, qualcosa che trattiene più che mostrare. Il filo non disegna, non decora: attraversa e fissa. Come se servisse a non perdere.
Legarsi alla Montagna: un’eredità senza tempo
Impossibile approcciarsi alla mostra senza ricordare – o anche solo guardare e leggere online – una delle opere più famose di Maria Lai, quel Legarsi alla montagna (1981) che ha realizzato a Ulassai, il suo paese natale.
Non nasce come un’opera nel senso tradizionale. Quando le proposero di crare un monumento alla memoria dei caduti in guerra, la Lai tramutò quella necessità in un’opera viva, di memoria e connessione umana. Reinterpretando un’antica leggenda del paese, legò insieme agli abitanti tutte le porte, le vie e le case con circa 27 km di nastri di stoffa celeste. Tre giorni di lavoro per un’opera che, materialmente, ha una e mille autori, tutte quelle persone che hanno deciso, man mano che il filo veniva passato lungo le strade di Ulassai, se tagliarlo, annodarlo, come passarlo alla persona al suo fianco. Non un disegno imposto dall’altro, ma uno dei significati più interessanti che si può dare al senso di installazione contemporanea.

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Da Ulassai al Museo Guatelli: lo sguardo metafisico di Maria Lai
Guardando le opere in mostra, anche le più piccole, quelle più trattenute, sembrano muoversi nella stessa direzione. Non illustrano relazioni, non le raccontano da fuori. Le preparano, le suggeriscono, a volte le mettono in tensione. È un lavoro meno visibile, ma non meno preciso. Un filo tra le mani non prova a restituire tutta Maria Lai, e forse è proprio questo che rende realmente interessante, utile e urgente questa mostra. Non chiude il discorso, non lo riassume. Non pretende di dare una spiegazione facile a un’artista che non ha mai scelto la via più facile. Non pretende di urlare qualcosa che vuole, per espressa decisione di chi l’ha creato, sussurrare.
In un momento in cui tutto tende a dichiararsi subito—significati, intenzioni, perfino le emozioni—il lavoro di Lai si muove in un’altra direzione. Non si sottrae, ma nemmeno si consegna completamente. Rimane in una zona intermedia, dove le cose prendono forma mentre le si guarda. Seguire un filo, in fondo, non è trovare una direzione. È restare abbastanza a lungo da accorgersi che qualcosa, lentamente, si sta già tenendo insieme.
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