La giuria presieduta da Alexander Payne ha preferito premiare l’innocuo film di Jim Jarmusch invece di fare una scelta coraggiosa e in contatto con il mondo reale dando il Leone d’Oro a The Voice of Hind Rajab.
Un film non cambia certo il mondo, ma sicuramente può lanciare un bel segnale. A Venezia 82, in un’edizione in cui ci sono stati tanti titoli belli e importanti, come No Other Choice di Park Chan-wook, A House of Dynamite di Kathryn Bigelow e soprattutto The Voice of Hind Rajab di Kawthar ibn Haniyya, si è scelto di non premiare chi parla al presente, chi è in contatto con il mondo reale, preferendo la strada più innocua e autoreferenziale.
A vincere il Leone d’Oro è stato Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch. Diviso in tre episodi, non è certo tra i migliori film del regista. Parliamo di un autore di culto, senza dubbio, ma questo è, nella sostanza, un pacchetto di 3 spot pubblicitari per Saint Laurent, che infatti produce.
Moltissime scene e dialoghi si concentrano su cappotti, maglioni, occhiali da sole. Viene inquadrato spesso e si cita un orologio Rolex. Insomma: Jarmusch, da artista punk rock, qui si è lasciato parecchio andare con il product placement. Si tratta poi di uno di quei film di cui ci si dimentica subito appena usciti dalla sala. Se non addirittura mentre lo si sta guardando (tranne forse il terzo episodio, il migliore).

The Voice of Hind Rajab testimonianza di un’epoca a Venezia 82
Ci sono opere che trascendono l’arte. La storia vera della bambina uccisa a Gaza è una di queste. Per molti, meritava il Leone d’Oro a Venezia82 di Valentina Ariete
L’opzione “vita reale” è stata ignorata
Il secondo premio invece è andato a The Voice of Hind Rajab, che non soltanto è un ottimo film dal punto di vista tecnico (chi dice il contrario è in malafede), ma è anche un’opera sui generis, che fa tante cose inedite insieme. Combina ricostruzione e finzione alla vera registrazione della voce della bambina palestinese uccisa a Gaza dall’esercito israeliano a gennaio 2024, facendo interagire gli attori con una testimonianza reale. E poi esce con la guerra ancora in atto, con civili che muoiono ogni giorno, diventando un vero e proprio simbolo.
Dargli il Leone d’Oro sarebbe stato non soltanto un modo per sostenerlo e renderlo più visibile (cosa che hanno fatto tante star di Hollywood diventandone produttori esecutivi, ovvero Brad Pitt, Joaquin Phoenix, Rooney Mara, Jonathan Glazer ed Alfonso Cuarón, cercando in questo modo di facilitarne la distribuzione negli USA), ma avrebbe significato anche dare un segnale coraggioso. Non è stato fatto.

La giuria ha abbracciato la locura
Uno dei monologhi più belli e importanti del nostro cinema recente (anche se è di una serie tv) è quello della locura in Boris – La serie. Si parla di come l’Italia sia un paese che non cambierà mai, anche quando vuole darne l’impressione. “Il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore, di paillettes. […] Un Paese di musichette mentre fuori c’è la morte”.
Ebbene la locura ha preso anche la giuria di Venezia 82 presieduta da Alexander Payne. Tutti i premiati della sezione Orizzonti e poi quelli del concorso principale hanno citato Gaza e la Palestina. E poi invece il film che parla proprio di questo è stato premiato con il Leone d’argento – Gran premio della giuria. Mancando il Leone d’Oro che sembrava a un passo.
Voto o presa di posizione? Il Leone d’oro e gli altri premi

Una scelta che ha stupito, perché sembrava il favorito, ma è sembrata sempre più una presa di posizione precisa mano a mano che la cerimonia è andata avanti. La regia l’ha vinta The Smashing Machine di Benny Safdie, biopic sul lottatore di arti marziali Mark Kerr, interpretato da The Rock. Migliore sceneggiatura ad À pied d’œuvre (At work) di Valérie Donzelli, storia di un fotografo di successo che si mette a fare lavori umili per mantenersi mentre insegue il sogno di diventare scrittore. Premio Speciale della giuria a Sotto le nuove di Gianfranco Rosi, documentario su una Napoli da sogno girato in bianco e nero.
Tutti i film più politici e scomodi, compreso Il mago del Cremlino di Olivier Assayas, in cui Jude Law interpreta Putin, sono stati ignorati. Non può essere un caso, anche perché parliamo delle opere migliori viste in questo concorso.
L’empatia non basta per il Leone d’Oro
Sul palco, Kawthar ibn Haniyya ha detto tutto quello che c’era da dire: “La voce di Hind continuerà a risuonare finché giustizia non sarà fatta: crediamo tutti nel potere del cinema è quello che ci ha portato qui e ci dà il coraggio per raccontare storie che altrimenti sarebbero sepolte. […] Dedico il premio alla Mezzaluna Rossa palestinese e a coloro che rischiano per salvare vite a Gaza, veri eroi, cercando di ascoltare le grida di persone cui nessuno dà risposta”.
Jarmusch invece ha messo il sigillo finale su una verità evidente: il cinema è sempre più autoreferenziale. E parla sempre meno alle persone proprio perché tende a chiudersi nella sua bolla d’oro. La giuria di Payne ha preferito prendere una decisione democristiana, scegliendo per il Leone d’Oro il film meno politico di tutti. E Jarmusch lo ha ribadito nel suo discorso: “L’arte non deve per forza parlare di politica per essere politica. L’empatia è uno dei primi modi per affrontare questo mondo che stiamo vivendo”.

Purtroppo no, l’empatia non basta. L’empatia è un lusso che si può permettere chi non pensa minimamente di essere privilegiato, ma vuole essere comunque rassicurato di stare dalla parte dei buoni. Per negare la propria ipocrisia si fa schermo dietro a parole come “oggettività”, “linguaggio”, “estetica”. Ma se il cinema è un animale vivo e pulsante, avrebbe dovuto stare dalla parte del mondo reale. Payne e i suoi hanno dimostrato invece di essere i custodi di una visione del mondo cieca e asfittica. Che il Leone d’Oro ha – tacitamente – premiato.
Possibile che nessuno si sia opposto? Nel pomeriggio della premiazione sono circolate voci di litigi feroci, con membri della giuria che avrebbero minacciato di non presentarsi perché in disaccordo con la scelta da conigli, più che da leoni. Poi invece tutto è andato secondo copione. Eppure in giuria c’erano persone come l’iraniano Mohammad Rasoulof, Cristian Mungiu, la nostra Maura Delpero, l’attrice brasiliana Fernanda Torres. Tutti artisti politicamente impegnati. Chissà, forse un giorno sapremo come è andata davvero. L’unica cosa certa è che questa Venezia 82 sarà ricordata non come quella in cui è stato premiato Jarmusch con il Leone d’Oro, ma come quella in cui non ha vinto The Voice of Hind Rajab. E il coraggio.
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