Lay's RePlay, il campo di Cecchi Point a Torino
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Lay’s RePlay: dai sacchetti di patatine al Mondiale 2026, il calcio che rifà le periferie

Campi costruiti con la plastica riciclata, un volo per la FIFA World Cup 2026 in palio, due quartieri che provano a riscriversi. Viaggio dentro Lay's RePlay, un progetto che funziona davvero. E che, proprio per questo, merita di essere guardato fino in fondo. Ombre comprese.

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C’è un campo da calcio, a Torino, fatto in buona parte con la plastica che fino a ieri era un sacchetto di patatine. È il biglietto da visita di Lay’s RePlay e, detta così, suona come una trovata pubblicitaria: diciamolo subito, in parte lo è. Ma fermarsi qui sarebbe come giudicare una città dalla cartolina: comodo, e profondamente incompleto. Quello che la cartolina non racconta è cosa accade su quel campo. Alla casa di quartiere Cecchi Point, alla fine di marzo, si sono incontrati due gruppi di ragazzi che la geografia e i luoghi comuni tengono lontani: quelli di Torino e una delegazione arrivata da Scampia. A farli sedere allo stesso tavolo, anzi sullo stesso prato sintetico, è stato un torneo dal nome che pare uno slogan e invece è un programma, la RePlay World Cup League, e una promessa che non somiglia alle altre. In palio non c’è una coppa. C’è un aereo.

Un volo, non un trofeo

Conviene fare ordine. Lay’s RePlay è l’iniziativa con cui il marchio di patatine, attraverso PepsiCo, finanzia la rigenerazione di spazi urbani e la costruzione di campi da calcio sostenibili, poi affidati alle comunità del posto. Nel 2026 il progetto si aggancia all’evento più grande dell’anno: diventa una lega di tornei giovanili ispirati alla Coppa del Mondo. Nove città in sette Paesi, dal Sudafrica al Portogallo, dall’Italia al Regno Unito, fino a Messico, Stati Uniti e Colombia, per oltre 2.100 persone coinvolte. E qui sta il punto che cambia il senso del gioco: i migliori non vengono premiati per come calciano, ma per come stanno al mondo. Diventano RePlay Ambassador, scelti su valori e leadership, e voleranno negli Stati Uniti durante il Mondiale.

Lay's RePlay, i campi sono fatti di plastica riciclata
Lay’s RePlay, i campi sono fatti di plastica riciclata

A dare il peso giusto a quella parola, “Mondiale”, è il calendario. La FIFA World Cup 2026 si gioca dall’11 giugno al 19 luglio. È la prima edizione ospitata da tre nazioni, Stati Uniti, Messico e Canada, con 48 squadre e 104 partite: dall’apertura all’Estadio Azteca alla finale del MetLife di New York. Mentre il pianeta guarda gli stadi, qualche ragazzo di Torino e di Scampia ci entrerà per davvero. Non è poco, per chi è cresciuto convinto che certe porte fossero soltanto disegnate sul muro.

Lay’s RePlay: dal pacchetto vuoto al campo

Ma come nasce, materialmente, un campo del genere? L’idea che dà il nome a tutto, RePlay, “rigiocare”, è anche la più tangibile. I pacchetti svuotati vengono recuperati e, insieme ad altra plastica riciclata, diventano i materiali con cui si costruiscono i campi. Niente di astratto: un rifiuto che torna a essere superficie di gioco. A garantirne la serietà ci sono due nomi che pesano, la UEFA Foundation for Children e Common Goal, la rete internazionale, erede di streetfootballworld, che da vent’anni usa il pallone come leva di sviluppo sociale.

I numeri, del resto, raccontano la scala dell’operazione: dodici campi inaugurati in undici Paesi, oltre 20.000 ore di programmi educativi, più di un milione di sessioni di gioco. In mezzo a questa geografia globale di Lay’s RePlay, un primato è tutto nostro. L’Italia è l’unico Paese con due strutture: Torino, dal 2022, gestita da Balon Mundial; Scampia, dal 2023, gestita da Play for Change. Due indirizzi che meritano di essere visitati uno alla volta, perché è lì che le statistiche smettono di essere numeri e prendono un volto.

Due periferie, gli stessi numeri che crescono

Torino, dove le ragazze hanno preso il campo

Si parte dal capoluogo piemontese, dove il campo di Cecchi Point è ormai un pezzo di quartiere. Nel 2024 ha mosso in media un’ottantina di partecipanti al mese, con oltre duecentoventi frequentatori abituali e picchi di duecentoquaranta presenze mensili. C’è però un dato che vale più di tutti, e va letto due volte: la partecipazione femminile, partita dal 50%, ha toccato il 75 negli ultimi mesi. In uno sport e in contesti dove troppo spesso le ragazze restano a bordo campo, è un capovolgimento che non si improvvisa per decreto.

Lay's RePlay, si sono iscritte anche molte ragazze
Lay’s RePlay, si sono iscritte anche molte ragazze

E non a caso. A gestire lo spazio c’è Balon Mundial, associazione torinese che usa il calcio come strumento di attivazione sociale e di una cittadinanza più inclusiva. Non è un partner qualunque: nasce nel 2007 come torneo, la Coppa del Mondo delle comunità migranti della città, capace di radunare ogni anno un migliaio di cittadini con background migratorio. Dal torneo è nata l’associazione vera e propria, che al decimo compleanno, nel 2022, ha moltiplicato le attività in ogni direzione: formazione all’educazione attraverso lo sport, eventi sportivi e culturali, squadre multietniche, un lavoro caparbio sulla parità di genere e una rete di partner locali e internazionali.

Il suo fondatore, Tommaso Pozzato, l’ha sempre riassunta con poche parole: davanti a un pallone “siamo tutti uguali”, senza distinzione di colore, fede o genere. Quel 75 per cento, allora, non è un colpo di fortuna. È il frutto maturo di quasi vent’anni di semina.

Scampia, uno stadio dentro il parco

Da Torino a Napoli, il passo è breve. A Scampia il campo si chiama Scampia Stadium e sorge nel parco urbano intitolato a Ciro Esposito, dentro un quartiere che porta addosso un immaginario pesantissimo e che, da tempo, prova a smontarlo mattone su mattone. È stato inaugurato nell’ottobre 2023 con il sindaco Gaetano Manfredi, l’ex campione Ciro Ferrara e il comico Frank Matano: un impianto in materiali riutilizzabili, riciclabile al cento per cento.

Nel 2025 ha registrato una media di sessantanove partecipanti al mese ai programmi educativi, cinquantasette ore di attività mensili, oltre 1.400 presenze agli eventi. In totale lo hanno vissuto più di 18.000 persone. Il quartiere è stato scelto proprio per accompagnarne la rinascita, già avviata dalla Municipalità e dalle associazioni del territorio contro disoccupazione, povertà e disuguaglianze.

Cambia la città, non cambia la promessa, e suona meno ovvia di quanto sembri: ragazzi con background migratorio, persone con fragilità, squadre miste che nel calcio trovano un terreno comune. Uno spazio educativo costruito con la comunità, non calato dall’alto. È qui la differenza, quella vera, tra un progetto che resta e uno che dura il tempo di un taglio del nastro.


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Il pallone come maestro: il metodo Football3

C’è poi un dettaglio che chiude il cerchio, e vale la sosta.I programmi adottano una metodologia chiamata Football3, e il nome non è un capriccio. Si gioca senza arbitro, in tre tempi: una discussione prima, la partita, una discussione dopo. Preferibilmente in squadre miste, assegnando punti anche al fair play e non solo ai gol. Un calcio in cui le regole le decidono i giocatori, e dove saper discutere conta quanto saper tirare.

La sua origine spiega tutto. Il metodo nasce a Medellín, in Colombia, sull’onda di una tragedia: l’omicidio di Andrés Escobar, il difensore ucciso nel 1994 dopo l’autogol che eliminò la sua nazionale dal Mondiale. Da quella ferita germogliò un movimento di “calcio per la pace”. Riportare quella filosofia dentro un’iniziativa agganciata alla Coppa del Mondo non è retorica, è la dimostrazione che il pallone può essere maestro, e non soltanto spettacolo. Per onestà va aggiunto che non si tratta di una formula magica: uno studio del 2026 osserva che il Football3 incoraggia il rispetto più della vittoria, ma può anche far crescere i conflitti in campo. È un metodo, non un miracolo. E forse è proprio questo a renderlo credibile.

Lay’s RePlay: il rovescio della medaglia

A questo punto sarebbe comodo fermarsi all’applauso. Ma raccontare tutto questo senza nominare l’evidente sarebbe disonesto, e a chi scrive l’onestà costa meno della reticenza. Lay’s, uno dei marchi di patatine più riconosciuti al mondo, sinonimo di gusto e convivialità, presente in Italia dal 2014, da anni rafforza con metodo il proprio legame con l’intrattenimento e con lo sport. Lay’s RePlay è un tassello di quella strategia: vive dentro una macro-campagna di marketing, “No Lay’s, No Game”, che per il Mondiale schiera Messi, Beckham, Thierry Henry e perfino Steve Carell. E PepsiCo, da non scordare, è la bibita partner ufficiale della FIFA con l’intero portafoglio Frito-Lay. Un marchio di patatine che finanzia lo sport dei più giovani vive insomma su una contraddizione di fondo. Non è l’unico, ed è bene saperlo.

No Lays No Game è la campagna di marketing puro del brand di patatine legato ai mondiali
No Lays No Game

Il tema, oltretutto, è attualissimo. Un’inchiesta del British Medical Journal ha contato, nel solo Regno Unito, oltre novanta accordi di sponsorizzazione sportiva firmati da aziende di cibo poco salutare, PepsiCo inclusa, e gli esperti di salute pubblica parlano di health halo effect: l’alone di salubrità che un prodotto guadagna per il solo fatto di stare accanto a un atleta. In un sondaggio, nove genitori su dieci hanno ammesso che il marketing del cibo poco sano attraverso lo sport rende più difficile crescere figli con buone abitudini a tavola.

Eppure nulla di tutto ciò cancella l’impatto del progetto. I campi esistono, i ragazzi ci giocano, i numeri di Torino e Scampia tengono. Reggere insieme le due verità, il bene che fa e la funzione che assolve, è esattamente ciò che permette al lettore di farsi un’idea sua. È la distanza tra un’iniziativa lodevole e un’iniziativa lodevole che, allo stesso tempo, serve a vendere patatine. Possono essere vere entrambe. Anzi, lo sono.

Mondiale arriviamo! Adesso tocca a loro

Ed eccoci al presente. Mentre leggete, il Mondiale inizia a ribollire. Da qualche parte tra Torino e Scampia, alcuni ragazzi preparano la valigia per gli Stati Uniti. Andranno a vedere da vicino il torneo che hanno imitato su un campo di plastica riciclata, e torneranno con qualcosa che non si insegna in nessuna scuola: la prova provata di esserci arrivati. Non alzeranno la Coppa del Mondo. Ma per chi è partito da una porta disegnata sul muro, varcarne una vera è già, di suo, un gol all’incrocio.

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Scritto da
Gaia Marras

Sono nata all’ombra delle mura antiche di Alghero (ma non chiedetemi di Antonio Marras, la moda non è il mio forte!). Amo perdermi tra libri e film, sempre con un orecchio teso tra le sonorità graffianti del metal e le note suadenti del Jazz. La mia passione per la tecnologia è seconda solo a quella per gli animali. Vorrei tanto saper disegnare e arredare, ma il destino ha deciso che la mia via fosse quella della penna, non della matita. E così, invece di schizzi, sforno articoli.

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