Navigatore puntato verso la Val Luretta. La strada non conduce a una destinazione precisa: porta in mezzo. Siamo a un’ora da Milano, trenta minuti dall’A1, immersi tra colline che sembrano disegnate con logica curvilinea più che rettilinea. Siamo in mezzo a borghi che oscillano tra l’eco medievale e il post-rurale; in un’Italia rimasta fuori dalla narrazione nazionale e che proprio per questo respira meglio.
È dentro questo paesaggio inatteso che si sviluppa un progetto audace: la Valle dei Libri. Si tratta di una rete di librerie monotematiche – che spaziano dal noir all’arte, dal fumetto al cinema, dalla musica alla gastronomia, fino alla spiritualità – disseminate come piccole, significative deviazioni di senso in un territorio che, per anni, ha conosciuto soprattutto l’esodo.
L’economia circolare culturale: dal macero alla rinascita
Il cuore dell’iniziativa è il recupero. I libri destinati al macero – una parola che suona come un vero e proprio crimine amministrativo per la distruzione che implica – vengono infatti raccolti, selezionati con cura, puliti, catalogati e rimessi in circolo. Non sono trattati come reliquie, ma come organismi vivi. È una vera e propria forma di economia circolare culturale: i libri che non servono più a qualcuno tornano utili a qualcun altro; gli spazi dimenticati (un cinema chiuso, un edificio in disuso, un magazzino) rinascono come luoghi di incontro e attraversamento; le persone che si erano allontanate si ritrovano oggi davanti a scaffali che, fino a un anno fa, semplicemente non esistevano.
I donatori, merita sottolinearlo, non sono un’entità astratta. Hanno una psicologia molto precisa, che ho percepito parlando direttamente con alcuni di loro. C’è la signora che dona la biblioteca del marito scomparso perché “non sopporta l’idea che i libri premano gli uni sugli altri senza essere letti“. C’è il collezionista metodico che arriva con il bagagliaio pieno e spiega: “Non mi bastano più gli scaffali, adesso tocca a voi far crescere questi“. E la moglie annuisce paziente dall’auto.

La psicologia dei donatori e il valore intangibile del libro usato
Sono persone che donano per alleggerirsi, per liberare spazio, o perché sperano che un giovane trovi in quelle pagine ciò che loro stessi hanno scoperto in un lontano pomeriggio. È una sociologia affascinante, che mescola nostalgia, profonda generosità e una sana punta di esibizionismo culturale: una forma di ego che, in questo caso, fa bene agli altri.
Il magazzino dove i libri transitano sembra un avamposto di archeologia letteraria: scatole, bancali, un odore che fonde carta antica, umidità secca e la fatica delle mani che li sollevano, aprono e selezionano. I volontari locali lavorano con una precisione che evoca più un laboratorio di restauro che un centro di smistamento: ogni volume viene valutato, ogni difetto pesato, ogni sorpresa accolta.
L’esperienza sul campo: dalla Libreria del Giallo al cinema di Gragnano nella Valle dei Libri
Arrivati alla Libreria del Giallo, si ha la netta impressione che questo meticoloso processo abbia finalmente trovato la sua forma visibile. La libreria è una stanza cosciente di sé: sa di appartenere a un progetto più ampio, sa di rappresentare un genere letterario in cui il dettaglio è cruciale, sa che deve accogliere senza rassicurare. Gli scaffali, disegnati da architetti che sembrano aver letto troppo Simenon – in senso positivo, ndr -, possiedono una qualità quasi scenografica che fa dubitare della loro immobilità.
La presentazione del libro, Il principe e lo spettro, tenutasi nel cinema di Gragnano Trebbiense – restaurato dal Comune e impreziosito da un murale realizzato da uno street artist italiano famoso nel mondo, proprio grazie al progetto – completa la sensazione di trovarsi all’interno di una macchina narrativa più grande di noi. Il cinema è destinato a essere un polmone culturale: luci soffuse, un odore di nuovo mescolato a una polvere mai del tutto andata via, sedili trasparenti che sembrano ascoltare, bianco ovunque. La gente si accomoda come se partecipare fosse un atto civile, portando con sé il proprio ritmo, il proprio silenzio, la propria curiosità.

La forza dell’intenzione: un arcipelago culturale in resistenza
La vera forza della Valle dei Libri, tuttavia, non risiede nell’architettura o nella scenografia, ma nell’intenzione. Un’intenzione che si manifesta nel modo in cui un territorio decide di prendersi cura di ciò che altri scarterebbero. È una forma di resistenza molto concreta: non ideologica, non retorica, non romantica. Prendi qualcosa che sarebbe finito triturato e lo reinserisci in un percorso di senso.
È inevitabile il parallelo con il villaggio francese di Montolieu, il “village du livre”, un luogo talmente pieno di librerie da sembrare una metafora ambulante della lettura. La differenza, però, è che la Valle dei Libri non ha un centro unico: è diffusa, ramificata, assomigliando più a un arcipelago che a un villaggio. Questa scelta la rende allo stesso tempo più fragile, perché dispersiva, e più potente, perché aderente alla geografia reale del posto, un territorio fatto di connessioni lente, strade laterali e micro-centri con la volontà di non soccombere.
Lanfranco Vaccari: il giornalista che costruisce ponti di carta nella Valle dei Libri
Dietro tutto questo c’è Lanfranco Vaccari. Un giornalista con una solida reputazione e una calma che non ha nulla del guru e molto del muratore: è un costruttore. Le persone che lo conoscono ne parlano con un rispetto quasi geologico per la sua tenacia, che non riguarda solo il convincere le istituzioni o trovare partner, ma il credere in un’idea anche quando si presenta più scomoda che entusiasmante. Vaccari non ha concepito La Valle dei Libri come un progetto “artistico”; lo ha costruito come un ponte, un pezzo alla volta, unendo persone che non si parlavano, borghi che avevano perso un centro di gravità, libri a rischio di sparizione e lettori che rischiavano di non incontrarli mai.
È per questo che abbiamo voluto sentirlo. Per comprendere la dimensione umana che sottende la macchina culturale. Per ascoltare la voce di chi ha avuto il coraggio di guardare libri che nessuno voleva più e dire: “Da qui ripartiamo”. Lanfranco Vaccari è una figura atipica nel panorama culturale piacentino. Un uomo che ha saputo trasformare una lunga carriera nei media in un progetto radicale dedicato ai libri, al territorio e alla memoria. Uno di quei rari personaggi che decidono di restituire più di quanto hanno ricevuto.

Visione, vulnerabilità e volontà: Lanfranco Vaccari e la sindrome di Peter Pan
Chi è Lanfranco Vaccari? “Direi che sono uno che non è mai riuscito a uscire dalla sua sindrome di Peter Pan. Mi piace inseguire i progetti che mi piacciono, ed è certamente un limite, ma continuo a farlo lo stesso.”
Qual è l’immagine precisa da cui è nata l’idea della Valle dei Libri? “Non ero in un luogo specifico. Ero in quel momento della vita in cui ti chiedi cosa succederà ai libri che hai accumulato, considerando che i figli vivono all’estero. Pensavo: se se ne prendessero cento a testa, sarei già felice. Da lì, ripensando ai modelli dei villaggi del libro, una cinquantina sparsi in venticinque Paesi, mi sono accorto che in Italia non esistevano. E allora: perché non farlo anche qui, in Val Luretta?“

Salvare i libri: una scelta contro il corso amministrativo
Cosa l’ha convinta a salvare libri destinati al macero? “Noi siamo come sassi buttati nello stagno: quando tocchiamo il fondo, l’unica cosa che resta sono i cerchi concentrici nell’acqua. Per la mia generazione i libri sono stati una parte enorme di ciò che siamo diventati. Per questo ritengo che non debbano semplicemente seguire il loro corso amministrativo.“
Quando ha capito che il progetto non era solo poetico, ma una vera infrastruttura culturale con rischi e costi? “Quasi subito, nel momento in cui ho scoperto che catalogare un libro costa due euro a volume, più IVA.“
C’è un rapporto particolare tra donatore e lettore? “Io non acquisto libri usati: il valore di chi li dona è fatto di cose intangibili. Per chi li compra, abbiamo cercato di creare un rapporto fra donatore e libro attraverso l’ex libris con il nome di chi ha donato, così chi riceve può vederne la storia pubblica. Chi acquista può riconoscersi in quelle storie. È un modo per mantenere quei cerchi concentrici più a lungo, salvando il lettore sia come donatore che come acquirente.” – NDR: a riprova del valore del donato, Vaccari cita un sito, Il Cacciatore di Libri, dove ha riconosciuto decine di edizioni rare e preziose tra quelle ricevute -.
Chi sono davvero i donatori? “Si dividono in due categorie: i vivi e i morti.” spiega. “I morti, o meglio i loro eredi, hanno librerie enormi e non sanno dove collocarle. Ci tengono perché appartenute a un parente, ma non hanno modo di tenerle, quindi piuttosto che buttarle, le donano. I vivi lo fanno perché non hanno più spazio. In entrambi i casi, consapevolmente o meno, condividono il progetto.”

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Il modello italiano: struttura diffusa e librerie monotematiche
Dalla Francia all’Italia, cosa vi distingue? “I villaggi del libro, di solito, sono borghi medievali in cui convivono una dozzina di librerie, botteghe artigiane legate all’editoria e atelier di artisti. Gli otto villaggi francesi sono organizzati così. Il nostro caso è particolare perché usiamo una struttura che non esisteva ancora. In Italia i borghi medievali intatti sono spesso lontani dalle grandi città, mentre per noi essere vicini a Milano è un vantaggio. Non avendo però in Val Luretta, Val Trebbia e Val Tidone villaggi in grado di ospitare decine di librerie, abbiamo scelto una struttura diffusa, basata su librerie monotematiche, anche per valorizzare il territorio. Siamo presenti a Gragnano, al Castello di Rivalta e ad Agazzano, e presto apriremo altre sedi nella valle…dei libri.”
Per quanto riguarda il suo ruolo personale, Vaccari, auspica che il progetto possa diventare indipendente dalla sua figura e da quella di Gian Giacomo Schiavi, giornalista nazionale originario di Gragnano. “La cosa più pericolosa è affezionarsi alle proprie idee. Ma è anche vero che devi dare tempo a quelle medesime idee di essere testate” dice. L’obiettivo è infatti un progressivo distacco, lasciando il progetto in mano ad altre persone, sebbene trovarle sia una sfida. Permane la difficoltà nel comunicare efficacemente la ratio del progetto: si tratta di marketing territoriale, e attuarlo a Piacenza si rivela complesso. In particolare, due aspetti necessitano di miglioramento: l’abilità di spiegare il progetto agli sponsor e la capacità di raccontarlo al pubblico. Manca in particolare un tassello fondamentale, quello della fidelizzazione: le persone non pensano di recarsi in libreria, per esempio, con l’arrivo del Natale.

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Il gesto quotidiano: la parte invisibile della Valle dei Libri
Nella chiacchierata con Vaccari, emergere la parte invisibile della Valle dei Libri: quella in cui un progetto culturale non è solo un’idea, ma un peso specifico. Un peso fatto di donatori che affidano pezzi di vita al destino di qualcun altro; di volontari che trattano i libri come oggetti affettivi; di cooperative che li selezionano come se stessero riparando qualcosa; di borghi che si riaprono lentamente, come porte arrugginite che però continuano a reggere.
È facile raccontare la Valle dei Libri come un progetto virtuoso, quasi inevitabile. Non lo è. È fragile, esigente, composto da mille vulnerabilità e un’unica certezza: la volontà ostinata di esistere. E questa volontà, più che nei libri salvati, si percepisce nelle pause di Vaccari, nei suoi “vediamo cosa succede“, nei “qui funziona solo se ci credono tutti“, nei silenzi carichi di lavoro. Lanfranco Vaccari non parla mai di futuro come qualcosa che “accadrà”, ma come qualcosa che va fatto accadere. Come se la Valle dei Libri non fosse un progetto completabile, ma un gesto quotidiano: la cura di qualcosa che continua a spostarsi, crescere, complicarsi, respirare. Forse la Valle dei Libri è tutta qui: nell’attimo in cui un libro salvato dal macero trova un lettore che non sapeva di cercarlo. E nel fatto che, a volte, basta questo per far respirare una valle intera.
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