Giuseppe Battiston, qui in una scena del film Bar Sport tratto dal libro di Stefano Benni. Tra le sue mani, proprio la mitica Luisona
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La Luisona è morta, lunga vita alla Luisona

Non è una fine ma un trasloco: Stefano Benni se ne va lasciandoci la Luisona, simbolo di un’Italia sospesa tra ironia e memoria, capace di resistere al tempo e di farci sorridere ancora.

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Non è una fine ma un trasloco: Stefano Benni se ne va lasciandoci la Luisona, simbolo di un’Italia sospesa tra ironia e memoria, capace di resistere al tempo e di farci sorridere ancora.


La morte di Stefano Benni, se la dici così secca, fa quasi lo stesso effetto che avrebbe fatto al Bar Sport se un avventore avesse annunciato che la Luisona non c’era più. Panico, incredulità, gente che si guarda attorno aspettando che qualcuno rida e dica “scherzo”. Perché la Luisona non poteva morire, esattamente come non poteva morire Benni: semplicemente stava lì, sopra il bancone o sopra la nostra spalla sinistra, custode immangiabile eppure commestibilissima delle nostre giornate.

La Luisona: oggetto sacro, immagine indelebile

Chiunque abbia letto Bar Sport (o visto il film) sa che la Luisona non era solo un pasticcino andato a male. Era l’oggetto sacro di un’epoca. L’ostia profana che teneva insieme l’Italia dei bar di provincia, quelli col bigliardino mezzo rotto, col flipper che si inceppava sempre al “tilt”, col televisore in bianco e nero appeso storto in un angolo. Era l’Italia di noi tutti quando ancora ci credevamo eterni e provinciali, un po’ scalcinati eppure convinti che il mondo intero potesse passare di lì, da quella porta che cigolava a ogni ingresso.

Benni aveva capito – e questo è il punto – che la letteratura vera non sta solo nei palazzi delle accademie, ma soprattutto nelle briciole di sfogliatella che restano appiccicate alla tovaglia di plastica, nelle chiacchiere tra un “un Biancosarti liscio” e “una gazzosa col ghiaccio ma senza fetta di limone perché sa di detersivo”. La Luisona era l’arca che salvava dall’oblio tutto ciò che era piccolo e insignificante, e proprio per questo universale.

Addio Stefano Benni e grazie per i bar sotto al mare, le Luisona e le risate

Dalla satira al realismo magico, dai romanzi cult come Bar Sport a un impegno civile mai nascosto: il ricordo di Stefano Benni, uno degli scrittori più amati e liberi del nostro tempo. di Chiara Maria Gargioli


Quella pastarella che era una profezia

Ora, nel ricordarlo, ci accorgiamo che la Luisona non era soltanto un’invenzione comica: era una profezia. Perché non c’è niente di più resistente al tempo di una pastarella che tutti temono ma nessuno butta via, così come non c’è niente di più resistente di certi scrittori che sanno infilarsi tra le crepe delle nostre vite quotidiane.

Benni, a suo modo, ci ha insegnato a guardare la realtà come si guarda la vetrina di un bar di provincia: con un po’ di disgusto, certo, ma anche con una gratitudine sotterranea. Perché sai che lì dentro, tra un panino imbottito con la mortadella di tre giorni prima e un cameriere che ti dà il resto sbagliato, c’è la vita vera. E la vita vera, se non impari a ridere di lei, ti divora. E allora oggi, che la notizia gira e si attacca addosso come fumo di sigaretta stantio, verrebbe da chiedersi: che fine fa la Luisona adesso che il suo demiurgo non c’è più?

Resta, ovviamente. Sta lì, e continuerà a stare lì, immobile e sorridente. Perché se c’è una cosa che non muore mai è il simbolo del tempo che passa senza passare, e che continua a guardarci mentre noi ci illudiamo di cambiare. La Luisona è l’icona della nostra infanzia televisiva e analogica, dei bar con la settimana enigmistica stropicciata e le partite a carte interminabili, delle chiacchiere sui gol di Bettega o sugli scandali politici che cambiavano faccia ma non sostanza.

Bar Sport (1976) e Margherita Dolcevita (2005) sono due dei titoli più amati della produzione multiforme ed eclettica di Stefano Benni. È in Bar Sport che nasce l'icona infinita de La Luisona
Bar Sport (1976) – Margherita Dolcevita (2005)

Quel senso di immortalità

Con Benni muore un uomo, certo, ma sopravvive il suo modo di inchiodare l’Italia alle sue manie e ai suoi tic. Forse, alla fine, ricordarlo davvero significa fare quello che facevano i clienti del bar: passare davanti alla Luisona, storcere il naso, ridere un po’ e pensare che, in fondo, siamo tutti lì da qualche parte, a marcire lentamente e a resistere ostinatamente, in attesa che qualcuno ci racconti di nuovo.

Ecco perché la sua morte non è morte, ma trasloco: Benni non c’è più qui, ma lo troveremo ogni volta che, entrando in un bar semivuoto di provincia, sentiremo il tintinnio dei cucchiaini nei bicchieri di vetro spesso e scorgeremo, in fondo al bancone, un vassoio con sopra qualcosa che non dovremmo mangiare. Ma che ci rappresenta tutti. La Luisona, insomma, è immortale. E con lei, anche Stefano Benni.

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Scritto da
Terry Nesti

20 anni nel mondo dei sigari Toscano. Flaneur per convinzione, ma non sempre per possibilità, si ritaglia anche le sue passeggiate all’interno del variegato mondo delle degustazioni; che in qualche modo sono delle passeggiate virtuali attraverso l’Italia, dove si vaga oziosamente (nel senso latino del termine), senza fretta, sperimentando e provando emozioni.

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