Scritto da Lorenzo Cresci, giornalista de La Stampa e de IlGusto, il libro racconta l’epopea dei migranti svizzeri. E di come abbiano plasmato la storia della pasticceria italiana, tra coraggio, integrazione e zucchero.
La prossima volta che entrate in pasticceria e ordinate una sfogliatella, un amaretto o un caffè, fermatevi un secondo. Quella scena – il bancone di marmo, le paste in vetrina, il profumo di burro e cioccolato – non è poi così italiana come sembra. O almeno, non solo. Dietro c’è una storia che viene da lontano. Arriva dalle montagne dell’Engadina e dal Canton Ticino, dove per secoli migliaia di giovani svizzeri hanno imparato a lavorare lo zucchero. Forse prima ancora di imparare la lingua madre.
E quella storia, attenzione, non è un ricettario, né il classico esercizio di stile dedicato a cuochi e pasticceri. La Dolce Vita Un popolo di pasticcieri e il loro sogno rivoluzionario: è una lunga epopea romantica e precisa di integrazione sociale. Fatta di fatiche, intuizioni imprenditoriali e vite spese lontano da casa. Lorenzo Cresci, giornalista de La Stampa e de Il Gusto, ha passato anni a ricostruire questa storia dimenticata. Il risultato è appunto La Dolce Vita – Un popolo di pasticcieri e il loro sogno rivoluzionario, appena pubblicato da Multiverso e presentato in anteprima il 20 marzo scorso al Book Pride di Milano, con la prefazione del maestro pasticciere Iginio Massari. Un libro che vi farà vedere il cornetto della domenica mattina con occhi completamente diversi.
Da un villaggio dei Grigioni alla vetrina di Napoli
Tra le tante raccolte dall’autore, c’è una storia che vale da sola il prezzo del volume. Quella di Ludwig Caflisch, che lascia la Svizzera a tredici anni nel 1805 – senza quasi una lira – un franco? – in tasca. Talmente in difficoltà, che lungo il percorso è costretto a vendere l’orologio. Ma la forza di volontà che lo porta a percorre l’Italia a piedi da Livorno a Roma, da Roma a Napoli, è la stessa che lo traformerà poi nel pasticciere più famoso del Sud. A Napoli apre la sua prima bottega nel 1826 in via Santa Brigida, poi si sposta in via Toledo. E nel giro di vent’anni arriva ad avere otto negozi e 250 dipendenti.
Dalla Guantiera alle forme e i colori che amava Matilde Serao
Inventa la guantiera – il vassoio di cartone dorato per portare a casa i dolci della domenica, citato anche nei Promessi Sposi di Manzoni -. Introduce la birra artigianale in città e porta burro, panna e latte pastorizzato in una cucina meridionale che fino ad allora usava quasi solo la sugna. La scrittrice Matilde Serao descrive la sua pasticceria come un luogo di meraviglia. Con vetrine piene di mostacciuoli, pasta reale colorata e pasticcini francesi “…di tutte le forme e di tutti i colori”. Ancora negli anni Sessanta, Jean-Paul Sartre veniva a mangiare i dolci del Caflisch quando era a Napoli.
Ma la storia di Caflisch non è solo un racconto di successo: è una storia di rischi enormi, di crisi, di ripartenze. C’è perfino un momento in cui Ludwig compra un biglietto per l’America e sta per imbarcarsi, ma la fortuna è dalla sua parte. L’insistenza di un amico lo convince a restare in Italia. Il veliero su cui avrebbe dovuto viaggiare affonderà poco dopo in una tempesta, senza sopravvissuti. È il tipo di storie che l’autore racconta con grande perizia. Storie vere che nel libro si moltiplica in decine di versioni e lo trasformano in un romanzo avvincente e coinvolgente. Perché Caflisch è solo il più celebre di una generazione intera di imprenditori arrivati da oltre le Alpi.

San Biagio e il miracolo della gola: storia e tradizioni del Santo armeno
Tra aneddoti sacri e profani, scopriamo la storia del santo armeno che protegge la gola e unisce la spiritualità alla tradizione gastronomica milanese del panettone. di Chiara Di Paola
Gli amaretti che hanno conquistato il mondo
E tra questi volti della dolce rivoluzione, l’autore dedica un posto speciale anche alla famiglia Lazzaroni di Saronno. Nel Settecento, quando la produzione dolciaria è ancora quasi del tutto artigianale, i Lazzaroni fanno qualcosa che oggi chiameremmo branding. Trasformano una ricetta semplice – mandorle, albume, zucchero – in un prodotto da esportare in tutto il mondo. Dall’officina di famiglia ai mercati europei e oltreoceano, la loro è la storia di come si costruisce un marchio globale partendo da zero. In un’epoca in cui “globalizzazione” non era ancora una parola. Il brand Lazzaroni esiste ancora, e ogni scatola di amaretti di Saronno porta dentro due secoli di quella vicenda. Non è un dettaglio da poco: Cresci usa queste storie per mostrare qualcosa di più grande, ovvero come una piccola comunità di migranti di montagna abbia finito per plasmare l’identità gastronomica di un Paese intero.

Il Caffè Svizzero di Milano: dove si faceva la storia
E non si trattava solo di dolci. Tra Ottocento e Novecento, i caffè svizzeri in Italia erano molto più di semplici locali. Il Caffè Svizzero di Milano, gestito prima dai fratelli Dorner e poi da Pietro Cattorini, era un crocevia dove politici, industriali e intellettuali si incontravano, stringevano accordi, discutevano il futuro del Paese. Elegante come salotti borghesi, con colonne, stucchi e tavolini in ferro battuto, ma frequentato dalla città intera.
Cresci racconta anche la fatica di tenere in piedi queste attività: essere stranieri con una bottega in Italia significava navigare tra leggi ostili, espulsioni politiche, pregiudizi. I “buzzurri” – termine toscano con cui venivano chiamati i migranti dai Grigioni, finito persino nei dizionari della lingua italiana – erano tollerati finché gli affari andavano bene, ma le difficoltà non mancavano mai. È uno degli aspetti più attuali del libro: quella condizione di straniero capace e intraprendente, sempre a metà tra l’integrazione e il sospetto, suona sorprendentemente familiare.

Non solo dolci: da Hoepli ai Beatles, fino agli hotel di lusso
Proprio questa capacità di guardare oltre il singolo aneddoto è uno dei punti di forza di Cresci. L’autore infatti allarga continuamente il campo visivo, fino a mostrare un’influenza svizzera sull’Italia moderna che va ben oltre la pasticceria. C’è Ulrico Hoepli, che fonda a Milano quella che diventerà una delle librerie più importanti d’Italia. Nel libro si legge della famiglia Carisch che nel 1887 avvia una distribuzione musicale destinata, decenni dopo, a portare in Italia i primi dischi dei Beatles.
Ci sono le dinastie alberghiere svizzere che ridefiniscono il concetto di ospitalità di lusso. Dai grandi hotel di Milano e Stresa al Regina Palace sul Lago Maggiore. Come scrive nel volume la docente universitaria Ewa Kawamura, dire “albergo svizzero” era sinonimo di eccellenza in tutta Europa. Il quadro che emerge è quello di una minoranza silenziosa ma determinante. Un silenzio operoso, che ha contribuito a costruire buona parte di ciò che oggi chiamiamo stile di vita italiano.

Perché leggere La Dolce Vita di Lorenzo Cresci
La Dolce Vita è uno di quei libri che cambiano il modo in cui guardare le cose attorno a noi. Lorenzo Cresci scrive con la curiosità del giornalista e la precisione dello storico, ma senza mai perdere di vista le persone: chi ha lavorato dodici ore al giorno in locali surriscaldati, chi è morto lontano da casa con pochi abiti sdruciti, chi invece è tornato in Svizzera a costruire ville e scuole con i soldi guadagnati in Italia.
Sono storie di migrazione, di identità, di coraggio imprenditoriale. Storie italiane, in fondo, anche se i protagonisti vengono da oltre confine. E la prossima volta che ordinate una sfogliatella o aprite una scatola di amaretti, saprete da dove viene davvero quella dolcezza.
La Dolce Vita – Un popolo di pasticcieri e il loro sogno rivoluzionario di Lorenzo Cresci | Multiverso | 29,50 €
Inserisci commento