Karima, ritratto — intervista a The Over Magazine
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Karima, a cuore aperto: «La musica è la mia salvezza. Quella che non chiede mai niente in cambio»

Da Livorno a Burt Bacharach, da Amici ai teatri sold out. La storia di una donna che ha imparato a cantare la propria vita, e a non chiedere permesso.

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C’è una bambina, a Livorno, che a sette anni spolvera casa. Passa l’aspirapolvere. Porta le buste della spesa fino alla macchina, tutte, sempre lei. Non perché qualcuno gliel’abbia chiesto. Ma perché Karima, questo il suo nome, ha capito, prima di saperlo dire, che non poteva permettersi di crollare. Sua madre convive con gli esiti della poliomielite, ha dei limiti, e quei limiti bisogna coprirli. Il padre è andato via presto. E allora quella bambina cresce in fretta, troppo in fretta, imparando un mestiere che nessuno insegna: esserci.

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Quella bambina, qualche anno dopo, si ritroverà a fare colazione con Burt Bacharach, e si chiama Karima Ammar Mouhoub. In arte, semplicemente Karima. Quarant’anni, una voce che mescola soul, jazz, gospel e blues come poche in Italia, un terzo posto ad Amici nel 2007, un Sanremo nel 2009, le colonne sonore Disney, i palchi aperti a Whitney Houston. E oggi Canta Autori, il disco con cui, per la prima volta, ha fatto pace con la canzone italiana. Ma ridurre tutto alla declinazione del curriculum sarebbe il modo più veloce per non capirci niente. Perché Karima è, prima di tutto, una storia. E le storie vanno ascoltate dall’inizio.

«L’età non è un numero. È l’intensità con cui hai vissuto»

La prima volta su un palco aveva sei anni: cantava We Are the World, saggio dell’ultima classe della materna. Ma la musica, in casa, era arrivata prima ancora: a tre anni cantava Celentano a cappella – Azzurro, Una carezza in un pugno -, ricostruendo con la voce perfino le parti strumentali. Il primo stipendio, invece, molto dopo, ma pur sempre da minorenne. In mezzo, un’adolescenza che di adolescenziale ha avuto poco. Sveglia alle cinque, il lavoro in un maglificio, la cameriera, il negozio d’intimo. Tutto per non pesare, per essere indipendente almeno nelle piccole cose.

Di sé disse: «Sono una macchina da guerra». Quando glielo ricordo non rivendica la frase con orgoglio. La spiega. «Quando cresci accanto a una persona invalida non sei un bambino normale. Sei un bambino che vede dove un altro non vede. Sapevo che non potevo ammalarmi, che dovevo esserci, almeno fisicamente. E questo, alla fine, ti forgia».

C’è una frase, a questo punto dell’intervista, che dice di lei più di ogni biografia. Gliela lascio dire tutta, senza interromperla. «L’età non è data da un numero. È data dall’intensità, dalle emozioni, dalle cose che hai vissuto. Uno può avere quarant’anni ed essere stato figlio di papà, aver vissuto nella leggerezza. Io ho quarant’anni, ma la mia anima ne ha vissuti sessanta, settanta». Chi in Karima cerca soltanto la reduce di un talent show, insomma, sta guardando dalla parte sbagliata.

Karima, ritratto — intervista a The Over Magazine
Karima in primo piano

Prima l’umanità, poi l’artista

Da tutto questo – la madre, le botte prese senza rete, la vita imparata a mani nude – nasce un’idea di mestiere che oggi suona quasi fuori moda. Karima non lavora con chi non stima. E per stimare qualcuno, la bravura non le basta. «Per me la prima cosa, prima della bravura in qualsiasi campo, che sia medico, sportivo o artistico, è l’umanità. Puoi fare il quadro più bello del mondo, ma se dietro le quinte non hai un animo pulito, a me non interessi. Non interessa lavorare con te. Non ci riesco proprio». È la stessa ragione per cui, da sempre, riserva una parte del suo tempo alla beneficenza e all’impegno sociale: poche cause, scelte con cura e sentite fino in fondo. «Non posso farle tutte, altrimenti vivrei di gloria».

È un metro severo. Ma è lo stesso che applica a se stessa. E infatti, quando le chiedo cosa vorrebbe risparmiare a sua figlia Frida, se un giorno decidesse di cantare, non parla di palchi o di critiche. Parla di persone. «Sono una donna in un mondo di uomini: manager, fonici, musicisti. Dinamiche delicate, a volte poco carine. Mi sono trovata a doverle gestire, qualcuno ha provato a sottomettermi, ne sono sempre uscita a testa alta, ma a caro prezzo. Vorrei che lei non le vivesse. Eppure so che sono proprio quelle cose che oggi mi permettono di capire una persona in cinque minuti». E poi la frase da madre vera, quella che non recita: «Vorrei farle da cuscinetto per ogni delusione. Ma non è giusto. Deve cadere come sono caduta io. E imparare a rialzarsi».


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Karima: il talent, la musica «bella» e una missione

Di Amici Karima ha detto più volte una cosa tranchant: tecnicamente non le ha insegnato quasi nulla. La sua è stata la sesta edizione, l’ultima, ricorda, in cui tutti facevano tutto, come in una vera scuola di musical: cantare, ballare, recitare. Uscivi dalla scuola come un artista completo. Poi, dice, è cambiato tutto: specializzazione, e una gara spostata dagli allievi ai litigi tra insegnanti. «Magari a livello artistico non è un miglioramento. A livello di ascolti, sì. E chi decide, guarda quello».

Ma la battaglia che le stava davvero a cuore, dentro quel programma, era un’altra: portare in finale Georgia on My Mind, nella versione di Ray Charles. Le dicevano che non era un brano “televisivo”. «Volevo far arrivare al pubblico un mondo che in Italia non passa mai. Noi omologhiamo, diamo alla gente quello che pensiamo voglia sentire. Ma se Stevie Wonder riempie l’Arena di Verona, evidentemente la bella musica la gente la ama. Perché allora alla radio le diamo solo il trap?».

Non è snobismo. È il contrario. È la convinzione che il pubblico meriti di più, e che qualcuno debba avere il coraggio di darglielo. «Vent’anni fa non c’era Facebook, c’era MySpace. E ricevevo messaggi di gente che mi ringraziava per averle fatto conoscere Georgia on My Mind, una musica che non aveva mai sentito. Ecco, quella per me è stata una missione riuscita: portare certa musica a un pubblico che non ne sospettava nemmeno l’esistenza». Oggi quella missione ha un nome preciso: teatri, festival jazz, cartelloni prestigiosi, chiese, abbazie. Un circuito dove, dice senza falsa modestia, lavora tanto, e lavora bene. «Che sono due cose diverse».

La favola vera di Karima: Bacharach, «Bart» per una toscana

C’è una parentesi, nella vita di Karima, che ha i contorni della favola. Torniamo indietro nel tempo: ottobre 2008. Il suo produttore la porta a Roma per una “colazione di lavoro”. Non le dice con chi. «Arrivo, mi siedo, e davanti ho Burt Bacharach. Non ci volevo credere. Appena restati soli chiedo al mio manager: scusa, ma lui è Bacharach? E lui: perché, lo conosci? Come se lo conosco! Canto le sue canzoni da quando avevo 16 anni».

Lui, ottant’anni portati con l’eleganza di chi non ha più niente da dimostrare, e il manager non le aveva detto nulla di proposito: per non farla andare nel panico. Bacharach aveva ascoltato una sua Alfie dal vivo, se n’era innamorato, e voleva conoscerla. Da lì nasce una collaborazione che fa di Karima l’unica cantante italiana a cui il Maestro abbia scritto dei brani su misura. Volano a Los Angeles, e da quelle sessioni nascerà l’album Karima (2010). Si lavora all’antica, in presa diretta: la cantante e tutti i musicisti insieme, nella stessa stanza, nello stesso istante. Gli archi sono diretti dal vivo da Patrick Williams, l’arrangiatore scelto da Frank Sinatra per i suoi ultimi dischi.

Karima, ritratto — intervista a The Over Magazine

Mai prendersi troppo sul serio

E la sezione ritmica non era una sezione ritmica qualsiasi. «Bacharach li chiamava il dream team», racconta. Nomi che i cultori conoscono a memoria: alla chitarra Paul Jackson Jr., quello di Thriller e Bad di Michael Jackson; alle tastiere Greg Phillinganes, storico braccio destro di Stevie Wonder e poi al fianco di Eric Clapton; al basso Nathan East, che ha suonato con Clapton, Elton John e B.B. King; alla batteria John Robinson, uomo di fiducia di Quincy Jones. Session player leggendari, la sezione ritmica dei sogni di mezza discografia pop e R&B degli anni Ottanta e Novanta. «Ecco. Vàttelo a spiegare, chi pensa che io venga solo da un talent». E la Toscana, in tutto questo? La Toscana si prende gioco perfino delle leggende. «Una livornese lo chiama Bart. Bart Bacharach». Mai prendersi troppo sul serio: nemmeno davanti a un mito.

Sanremo, e un sistema che non le somiglia

Sedici anni fa quel Sanremo la consacrò: sul palco, ad accompagnarla, c’erano Bacharach in persona e Mario Biondi. Da allora, il Festival è diventato per lei un capitolo aperto e un po’ spinoso. Al punto che, oggi, ha smesso di rincorrerlo. «Cosa serve Sanremo, oggi? A dirla tutta: mezzo milione di euro di ufficio stampa gratis. Ti alza la popolarità, ti alza il cachet. Ma non ti cambia la vita. E non è più il Sanremo di Modugno, quello delle canzoni che restavano nella storia».

Karima ci ha provato cinque volte, sempre con proposte importanti, sempre incassando un no. E a un certo punto la stanchezza si fa franchezza. «Dopo quest’anno ho detto basta. Mi avete rotto le palle: se non mi prendete con un pezzo bello, un testo vero e attuale, allora sapete che vi dico? Va bene così». Detta da un’altra, suonerebbe come un capriccio. Detta da lei, dopo cinque porte in faccia, suona per quello che è: dignità. Allora le domando ancora se ci tornerebbe. La risposta è la stessa che darebbe qualsiasi artista che ha smesso di avere bisogno di dimostrare qualcosa. «Se dev’essere nella mia storia, arriverà. E a quel punto saranno loro a cercarmi. Non voglio più fare la ragazzina in gara: ho sedici anni di carriera, dischi, concerti. Semmai tornerò, tornerò da consapevole».

Karima ritratta per il lancio di Canta Autori

La voce che si è spezzata (e ha ricominciato)

Il 2016 è l’anno che Karima racconta con più leggerezza di quanta ne meriti. Un tour in Cina: diciotto giorni, sei città, lo smog altissimo di Shanghai. Un raffreddore forte. E poi uno starnuto che le rompe un capillare su una corda vocale. «Un vero incidente. Non una tecnica sbagliata: come chi va a correre e si prende una storta».

Il problema è che aveva un contratto già firmato: cinquanta repliche del musical The Bodyguard, il ruolo che al cinema fu di Whitney Houston. Doveva operarsi e guarire in tempo. Ci riesce con un piccolo prodigio di disciplina: per il primo mese, senza poter parlare per non affaticare la voce, impara le parti recitate a orecchio, affiancata da un’attrice, registrando ogni intonazione soltanto nella mente. «È stato un flash. Alla fine del tour la voce stava da Dio. Avevo fatto il tagliando, come si fa con una macchina». Cinquanta repliche. E una lezione: il corpo, per chi canta, non è un dettaglio. È lo strumento.

Dentro e fuori dal palco

C’è una Karima sul palco e una Karima nella città dove vive, con Frida e due gatti. Le chiedo se si somiglino. «Amo la natura, mangiare bene, allenarmi. Faccio meditazione, yoga, sport ogni giorno. Più divento grande, più amo il silenzio, prima non era così». Non è un vezzo: è un equilibrio scelto, in un ambiente dove lasciarsi andare sarebbe stato più semplice. Karima è anche insegnante di yoga con diploma a livello europeo, e questo non è solo un dettaglio da bio: è il modo in cui tiene insieme i pezzi.

Sul palco, però, non sale un personaggio. Sale lei, tutta intera. «La voce, a differenza di altri strumenti, si porta dietro tutte le emozioni. Ho imparato a cantare la mia vita, quella vera. Ho una voce e un’anima vulnerabili: cambiano il suono a seconda di quello che mi succede accanto. Un lutto, una delusione, e la voce varia». Si sente, quella verità. La si sente in un duetto nato per caso, con Massimo Ranieri: ospiti entrambi della stessa trasmissione, senza una prova, lui che la vede canticchiare il suo brano e le dice, semplicemente, “…cantala con me”. Nessuna rete, nessun copione. Solo due voci e un istante. È lì che Karima è più se stessa.

Il ritorno a casa: «Canta Autori»

Alla sua discografia, per anni, è mancata una cosa sola: un disco italiano. Non per disamore. «Non mi piaceva cantata da me. Venivo dalla black music, sentivo uno scollamento con la canzone italiana». Poi, nel 2018, la svolta involontaria: a Domenica In le chiedono di cantare “l’amore” per dodici puntate, l’amore per una figlia, per la natura, per se stessi, e tutto rigorosamente in italiano. «O accettavo la sfida, o sarei rimasta ancorata per sempre alla musica black».

Fu un vero viaggio di ricerca: sul suono, su come piegare certe vocali. E fu, soprattutto, una riconciliazione. «Mi ha fatto portare pace con me stessa». Così, concerto dopo concerto, ha cominciato a infilare qualche brano italiano nelle scalette. Il pubblico si accendeva, ogni volta. Finché la strada è diventata evidente. Da lì Canta Autori, il disco in cui Lucio Dalla, Battisti, Pino Daniele e Umberto Bindi incontrano la sua anima soul. E tra gli ospiti c’è quel Fabio Concato con cui firma una Buonanotte a te da pelle d’oca: due voci che si sposano così bene da far venire voglia di un disco intero.

Frida, un padre ritrovato, e un viaggio

Poi c’è il cuore. E il cuore, in questa storia, ha il nome di una bambina e la forma di un libro. Il viaggio di Frida e Dario nasce nell’aprile del 2019, di ritorno da un viaggio in Algeria. Lì Frida, a cinque anni, incontra per la prima volta suo nonno, il padre di Karima. Un padre che Karima stessa aveva conosciuto tardi, e con cui per anni il rapporto era stato difficile, silenzioso. È stato il marito, Riccardo, a convincerla: è giusto che tua figlia sappia. Le radici, del resto, Frida aveva già cominciato a cercarle a modo suo.

«Intorno ai tre, quattro anni si arrabbiava perché lei era bianca e io no. Voleva che stessi sotto l’ombrellone, così sarei diventata chiara come lei. E io: prova tu a startene al sole, magari diventi come me». Da lì, il racconto delle origini: il papà algerino, i nonni egiziani, geni diversi che si portano dietro una bellezza diversa. «In aeroporto, in Algeria, si è buttata tra le braccia di mio padre come se lo avesse sempre conosciuto». È stata una settimana intensa, di riconciliazione. La cosa più bella. Ed è stata anche l’ultima: circa un anno e mezzo dopo, il padre di Karima muore in un incidente stradale. Quella, per Frida, resta l’unica volta. Per Karima, l’ultima.

Il libro, scritto prima di quel lutto che poi gli avrebbe dato un peso ancora più grande, è una favola costruita sui chakra: sette animali, sette colori, sette note, come le note musicali. È anche un audiolibro, con un brano per ogni capitolo, e uno, iniziale, dedicato a suo padre. Ma il senso vero, dice Karima, non è la meta. «C’è un’immagine, all’inizio, in cui la bambina si specchia a casa ed è piccola. E poi un’altra, in Algeria, in cui si specchia in un lago e si vede più grande. Perché è il viaggio che ti trasforma. Non l’arrivo. Il viaggio».

«Ho imparato, piano piano, a dirmi brava»

Verso la fine, le faccio la domanda più semplice e più difficile: ha imparato a dirsi brava? «Piano piano. Perché è dura. Mia madre, con la sua malattia, non si è mai accettata: ed era durissima con sé e con gli altri. Per strapparle un “brava” io dovevo cantare un po’ meglio di Whitney Houston. Non uguale: meglio. Ecco da dove viene la mia ricerca ossessiva della perfezione, il non essere mai contenta». È lo stesso motore che la fa migliorare da un concerto all’altro, «perché studio, non ho mai smesso di studiare», e insieme la trappola da cui sta imparando a uscire. «Prima non mi concedevo nemmeno un mal di gola. Dovevi essere sempre Wonder Woman. E invece no: adesso mi concedo di sbagliare. E questo, credimi, è un percorso».

Che cos’è, allora, il successo, per Karima? «Avere il tempo. Il tempo per fare le cose che ami, non solo il lavoro. E, nel lavoro, essere riconosciuta per quello che sei, non per le sovrastrutture che ti mettono addosso. Ci sono artisti costruiti a tavolino. Io credo nell’esatto contrario: nell’essenza che si vede, e che il pubblico riconosce. Quello è il vero successo».

La musica. C’è sempre. Non scappa mai. E non chiede niente in cambio

Se un giorno Frida le chiedesse cos’è stata la musica nella sua vita, non avrebbe dubbi. «È stata tutto. La mia salvezza, nel bene e nel male. Da piccola, senza un padre, con una madre a cui fare da spalla, altri sarebbero finiti nell’alcol, nel gioco, nella droga. Io ho avuto lei, la musica. C’è sempre. Non scappa mai. E non chiede niente in cambio».

E il brano? Quello di sempre, il cavallo di battaglia con cui ha vinto ogni provino della sua vita, da Bravo Bravissimo ad Amici: Greatest Love of All resa immortale da Whitney Houston. «Quella potrei cantarla con la febbre a quaranta, a testa in giù». Prima di salutarci, le chiedo se c’è qualcosa che vorrebbe raccontarmi e che non le ho chiesto. Sorride. «Quello che succederà nei prossimi dieci anni. Ma adesso non te lo posso dire».

«Brava», le dico. «Sei uscita benissimo». Lei ride, perché lo sa: il resto l’ha messo tutto in questa lunga chiacchierata. Senza finzioni.

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Scritto da
Francesco Bruno Fadda

Sardo per nascita, italiano per convinzione, battitore libero per natura.
 Giornalista e gastronomo, autore, ghost writer, avvocato mancato - per fortuna! - e cuoco mancato -...ma c’è sempre tempo! -. Vivo e “divoro” il mondo per passione prima che per professione. Quattro i punti deboli: le donne che bevono whisky, i cani, la Mamma e i “Paccheri alla Vittorio”. Poche cose mi irritano come “Gioco di consistenze”, rivisitazione, texture e splendida cornice! Un sogno nel cassetto: vedere “enogastronomia ” quale materia di studio nella scuola dell’obbligo… chissà, magari un giorno! Curatore e Direttore Editoriale Spirito Autoctono Media

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